Dalle dichiarazioni del Sindaco Chiamparino, apparse oggi sui quotidiani, sul tema delle droghe, emerge una gran confusione: da un lato, con anni di ritardo, si apre alla possibile sperimentazione di stanze protette per il consumo di chi vive in strada, dall’altro si inneggia al codice penale e alla sanzione per chi consuma, magari in modo non problematico, controllato, socialmente integrato, ma avrebbe comunque la responsabilità di creare e sostenere il mercato illegale. In realtà quello che queste affermazioni rivelano è la ormai cronica mancanza di una vera politica cittadina su droghe e dipendenze, e anche e forse più ancora un serio disorientamento “culturale” nella gestione del fenomeno. Sarebbe davvero necessario rifare il punto.

Torino non ha a tutt’oggi, nonostante oltre dieci anni fa se ne fosse ben parlato, una agenzia municipale sulle droghe capace di conoscere in tempo reale il fenomeno e soprattutto capace di ascoltare tutte le voci competenti a elaborare politiche integrate, che smettano di inseguire le emergenze appaltandole interamente alle forze dell’ordine, con l’esito di spostare di qua e di là un mercato comunque pervasivo e radicato, e sappiano elaborare programmi di intervento adeguati, pragmatici, continuativi, verificabili.
Torino ha perso troppo tempo e occasioni preziose, come cinque anni fa, quando ha costituito una commissione per sperimentare le stanze del consumo, luoghi protetti che avrebbero potuto – come accade nella maggiori città europee – essere utili sia per chi consuma sia per la città, e non ha avuto il coraggio di attuarle. Cinque anni in più o in meno fanno la differenza, le politiche di riduzione del danno hanno bisogno di tempo per andare a regime.

Torino ha un buon sistema di servizi, anche di riduzione danno, che sono però fermi nella loro possibilità di innovarsi da almeno dieci anni e che non vengono utilizzati al meglio per un governo del fenomeno nel suo complesso. Hanno poca libertà sperimentale, poco sostegno politico e poca parola.
Più che incitare alla sanzione – come se non avessimo da quasi cinquant’anni la riprova dei fallimenti degli approcci puntivi – sarebbe opportuno innovare le proprie politiche, almeno rientrando in un quadro europeo più che consolidato.

Più che criminalizzare i consumatori, e magari, come dice il Sindaco, soprattutto quelli inclusi e integrati, sarebbe forse utile che il codice penale si togliesse di mezzo e lasciasse alle politiche di governo della città, al discorso culturale e alle politiche sociali il compito di governare un fenomeno così complesso. Anche perché, a chi giova criminalizzare masse di persone che oggi, consumando, non nuocciono a nessuno, e domani, sanzionate, sarebbero stigmatizzate, emarginate e a rischio esclusione, porterebbero a una crescita esponenziale dei costi personali, sociali ed economici?

Più che invocare la sanzione come buon strumento, rischiando toni da stato etico, perché non fare propria anche qui la battaglia di tanti movimenti, operatori, associazioni e comunità, e delle sinistra stessa, che nel suo programma di governo ha sancito la depenalizzazione del consumo individuale, la riduzione del danno penale, come base e premessa per poter davvero e finalmente essere più efficaci nel prevenire, nel curare, nel limitare i rischi?

Nel 2003, Forum Droghe portò a Torino gli operatori e gli amministratori di Francoforte, per parlare delle politiche cittadine e della stanze di iniezione che quella città ospita da dieci anni, e che – se non sono “la” soluzione di tutti i problemi – certo hanno concorso a far sì che la città tedesca non conoscesse più né cifre elevate di overdose infauste, né il riformarsi di scene aperte della droga come accaduto nel Parco della Dora.
Siamo ancora e sempre disponibili a collaborare a tutti i tentativi che non si accontentino dell’illusione repressiva.