La notizia è di quelle drammatiche: cosa c’è di più terribile della morte di un bambino? E le morti di Vercelli, conseguenza di un fuoristrada del pullman che trasportava una scolaresca, è davvero tragica. Ma ancor più perché si tratta di un dolore così grande, si sarebbe tenuti – commentatori e imprenditori morali di ogni genere – a non fare polemiche strumentali, a non approfittare del sentimento del dolore per facili campagne ideologiche. L’autista del pullman, del resto, onestamente ha dichiarato di aver fatto uso di cannabis, ma la sera prima: cosa che non può avere alcuna relazione con una minore abilità alla guida, per il tempo trascorso. E gli esami non lo smentiscono, non dicono nulla di diverso: quelli delle urine, si sa, rivelano un consumo che può risalire fino a un mese prima, quelli del sangue e del capello, sebbene più precisi, non sono in grado comunque di stabilire con esattezza il momento dell’assunzione. Queste semplici informazioni, da sole, dovrebbero già chiudere la questione: il problema – e la responsabilità – esiste se si è alterati al momento della guida, non se si è, in altri momenti della propria vita, consumatori. Così come il problema – e la responsabilità – può esistere per un lavoratore se espone sé e gli altri a rischi durante lo svolgimento della proprie mansioni, non se è, in altri momenti della propria vita, un consumatore. Proprio questa distinzione sta alla base di politiche rispettose o meno del diritto e dei diritti. E’ come se a ognuno di noi ritirassero la patente oppure impedissero di lavorare alla pressa perché tre giorni prima siamo stati visti bere un campari. Lo accetteremmo? No certo, ma attenzione, è già così. E’ questo che si discute con tanta foga: si discute di questo quando si incita al test di massa nelle scuole, o si regala il test ai genitori, incitando all’ “educazione chimica”, si discute di questo quando si invocano test in parlamento, si discute di questo quando si propongono test sui lavoratori. Non del rischio in fase acuta e in situazione, si discute, ma dello stile di vita di un individuo. Su cui si emette un giudizio che avrà conseguenze concrete per la sua vita. Allora, anche le tragedie servono a rilanciare le campagne di biasimo morale, poco importa se poi la cannabis nulla c’entrava. Prepariamoci, perché basta uno sguardo ai giornali di questi giorni per capire dove stiamo andando. Prepararsi vuol dire anche informarsi, perché ci sono paesi, come gli USA, che i test li usano a man bassa, soprattutto sui lavoratori, e questo ci consente almeno di vederne gli esiti. Che sono non solo lesivi del diritto e dei diritti – è già sarebbe un buon argomento, almeno per noi – ma anche e soprattutto inutili, inefficaci dal punto di vista della prevenzione e costosi per la collettività (ma assai lucrosi per le case farmaceutiche). Ne avevamo già parlato, su Fuoriluogo: ve lo ricordiamo, si tratta di un articolo del febbraio 2007, “Una pratica discriminatoria” , proprio un bilancio sull’esperienza USA (leggi qui) . Ne avevamo già parlato, attraverso la pubblicazione degli studi di Zimmer e Morgan sulla marijuana, andate a vedere in “Marijuana. I miti e i fatti”, edizioni Vallecchi. Potete andare a vedere, se giustamente volete farvi un’idea fondata su dati e osservazioni e evidenze, sul sito di NORML, associazione di ricerca e documentazione americana (www.norml.org), nella sezione dedicata alle questioni legali . Tanto per citarne alcuni. E’ bene informarsi, perché siamo destinati a riparlarne.