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Il Regno Unito è stato colto da uno dei suoi ciclici accessi di reefer madness (riferimento al celebre film che negli anni ’30 avviò la demonizzazione della canapa, ndr), alimentato ancora una volta dalla politica dei partiti e dal sensazionalismo dei media, piuttosto che dalla scienza o dalla analisi razionale delle politiche. Al centro c’è la controversa decisione, assunta nel 2004, di riclassificare la cannabis portandola dalla classe B alla classe C. In termini di politiche concrete, questa misura era un alleggerimento relativamente modesto delle sanzioni per il possesso personale. La polizia ha ottenuto che fosse mantenuta la possibilità di arresto per il possesso di cannabis, ed ha anche ottenuto che le pene per i reati di spaccio restassero immutate. Anzi, le sanzioni per tutte le droghe presenti in classe C sono state rafforzate e portate al livello della classe B.
Perciò, in un certo senso, il cambiamento è stato di fatto un regresso, ma ha avuto un impatto politico e simbolico immenso, molto al di là del limitato effetto al livello della strada.
Mentre superficialmente il dibattito sulla riclassificazione riguarda l’emergere di conoscenze sui maggiori danni provenienti da varietà «nuove» e potenti di cannabis detta «skunk», il discorso popolare e politico sembra essere il classico «panico morale» (secondo la formulazione del sociologo Stanley Cohen, ndr) sovrapposto a una narrazione sottostante più profonda che attiene a un conflitto percepito tra autorità e anarchia, tra il governo della legge ed una emergente «gioventù bestiale», tra la moralità e l’ordine da una parte, e il permissivismo e l’edonismo dall’altra. È come se si stessero combattendo di nuovo le «guerre culturali» degli anni ’60, e il dibattito sulla cannabis – in buona sostanza una questione di politica sanitaria piuttosto marginale – ha assunto un’importanza eccessiva.
L’ultimo spasmo politico e mediatico ha fatto seguito ai tre giorni di audizioni tenuti in febbraio dall’organismo governativo Advisory Council on the Misuse of Drugs (Acmd – Consiglio consultivo sull’abuso di droghe). L’Acmd è composto da una serie di esperti del settore delle tossicodipendenze e ha un ruolo consultivo. Dà consigli ai ministri sulle questioni riguardanti le droghe, compresi i cambiamenti di classificazione. Nel 2004 il Consiglio, dopo avere effettuato una revisione approfondita delle evidenze scientifiche, ha appoggiato lo spostamento dalla classe B alla classe C (in effetti, è da oltre vent’anni che si esprime a favore su questo punto).
Nel periodo precedente le elezioni del 2005 il Governo, sentendosi esposto all’accusa dell’opposizione di essere soft on drugs (permissivo sulle droghe) per via della riclassificazione, chiede all’Acmd di pronunciarsi ancora una volta sulla classificazione della cannabis. Come era prevedibile, l’Acmd perviene esattamente alle stesse conclusioni di prima, e la questione viene espunta dall’agenda elettorale.
Autunno 2007. Il nuovo primo ministro Gordon Brown, desideroso di affermare le sue credenziali morali, e in vista delle elezioni lampo tanto attese, rinvia di nuovo la questione della cannabis all’Acmd, a soli diciotto mesi dall’ultima revisione. E così mi sono trovato tra i 23 esperti ascoltati dalla Commissione.
Nominalmente ero l’unico appartenente a una organizzazione riformista che si batte per la legalizzazione/regolamentazione della droga, ma mi sono limitato ad auspicare delle politiche «basate sulle evidenze», e a chiedere che il comitato si attenga alla scienza, ignori la politica, e nel lungo periodo riveda l’intero sistema di classificazione, e specificamente il modo in cui esso è legato alla gerarchia delle sanzioni penali e alla efficacia di questo paradigma punitivo. Mi sarebbe piaciuto chiedere una regolamentazione legale, ma non era quella la sede opportuna.
Altri oratori hanno affrontato le ricerche sull’aumento della potenza, sui pericoli per la salute mentale, sui danni polmonari, sulla guida sotto effetto delle sostanze, e così via. C’erano scienziati e medici, enti assistenziali che si occupano di salute mentale, madri di consumatori problematici, magistrati e polizia – era rappresentata un’ampia gamma di punti di vista.
Le novità erano molto poche, tranne probabilmente il trend verso una prevalenza crescente di varietà di cannabis più potente: un cambiamento del mercato che, come ho voluto chiarire, è stato alimentato dai profitti di un mercato illegale non regolato.
Ho anche sottolineato, insieme a molti altri oratori, che coloro che vogliono dare messaggi onesti ed efficaci sui rischi della cannabis (un obiettivo, penso, comune a tutti), specialmente se tali rischi stanno aumentando,
devono usare strategie di prevenzione mirate e fare informazione di provata efficacia sulla salute pubblica. Il dibattito classe B/classe C appare del tutto inutile, e come ha osservato «Rethink», un ente che si occupa di salute mentale, distrae dalla sfida ben più importante di come affrontare nel modo migliore il danno che la cannabis può causare.
Non penso affatto che l’Acmd cambierà la sua posizione, che dura da molto tempo, sulla classificazione della cannabis: non perché le audizioni fossero inadeguate o manipolate dalla «lobby della legalizzazione», ma piuttosto perché l’Acmd non ritiene che negli ultimi due anni siano emerse evidenze significative sui danni della cannabis. Non che sia innocua – solo, meno dannosa, ad esempio, delle amfetamine (classe B). Se il Comitato è apparso in alcuni momenti esasperato, probabilmente è stato perché stiamo parlando di 40 esperti ad alto livello e molto impegnati che hanno trascorso 3-4 giorni del loro tempo (non retribuito) su quello che è stato essenzialmente un esercizio politico inutile. Cosa farà il governo quando l’Acmd consiglierà di lasciare la cannabis in classe C, è difficile dire. Andare contro l’Acmd sarebbe un fatto senza precedenti, e il governo apparirebbe populista e antiscientifico: l’ultima parvenza di una politica sulle droghe evidence-based (basata sulle evidenze scientifiche) sarebbe ridotta in brandelli. Non dimentichiamo che in primo luogo è stato il governo a scegliere i componenti dell’Acmd. Perciò penso che il governo userà il consiglio dell’Acmd per sottrarsi al dibattito (fino alla prossima volta) con le credenziali morali intatte, probabilmente annunciando allo stesso tempo una grossa campagna di prevenzione sui rischi della cannabis, per far vedere che «si sta facendo qualcosa».
Forse ora possiamo finalmente discutere dei modelli di regolamentazione legale della cannabis, con un dibattito basato sulle evidenze di efficacia, sulle pratiche riconosciute di riduzione del danno e su principi di salute pubblica. O forse no.