Bernardo Parrella

Bernardo Parrella

Dal nostro corrispondente dagli USA – «La tossicodipendenza è una malattia cronica.  Non è un fallimento morale né esiste una cura magica. È importante usare il naloxone come ponte verso il trattamento finale e il recupero a lungo termine».  Con queste parole tre settimane fa il Dr. Jerome Adams, Surgeon General statunitense, ha dato il via alla campagna pubblica per l’impiego del naloxone (Narcan) come strumento primario per far fronte alla dilagante epidemia da oppioidi. Un’epidemia che in Usa ha ormai raggiunto livelli d’emergenza: ne sono vittime oltre 2 milioni di persone e nel 2016 si sono avuti oltre 42.000 morti per overdose.

Secondo gli ultimi dati  del National Institute on Drug Abuse, ogni giorno muoiono oltre 115 americani (altre fonti alzano la cifra a 175) per abuso e overdose di sostanze quali eroina, oppioidi sintetici e antidolorifici, qualcosa come una morte per overdose ogni 12 minuti e mezzo. Anche perché, come ha ribadito lo stesso Adams, «il fentanyl  sintetico, l’antidolorifico più diffuso, è 50 volte più potente dell’eroina». Quindi, pur davanti alla complessità del  problema, occorrono misure urgenti e pragmatiche, a partire appunto dal facile accesso all’iniezione salvavita. Il Narcan è anzi disponibile anche come spray nasale, spiega un dettagliata guida all’uso del New York Times.

D’altronde le statistiche rivelano che il 77 per cento i questi casi di overdose avvengono al di fuori dell’ambiente medico e oltre la metà in famiglia o tra le mura di casa. Motivo per cui l’annuncio del Surgeon General ha avuto ampia eco sui media nazionali, inclusi video istruttivi e altri dettagli. Il Dr. Adams ha poi tenuto una serie di serie di pubblici in ambiti diversi per sensibilizzare non tanto gli addetti ai lavori, quanto piuttosto la cittadinanza in generale. Un’opera di sensibilizzazione di ampie proporzioni che proseguirà in futuro.

Il naloxone è il farmaco salvavita in caso di overdose da oppiacei, ma in genere può essere utilizzato solo dai medici o acquistato solo con ricetta. Per fortuna, non così in Italia, per una volta leader a livello mondiale in una pratica di riduzione del danno. Il libero accesso al farmaco è anzi diventata una battaglia mondiale per il diritto alla vita proprio a fronte di quest’epidemia diffusa, e finalmente anche le autorità statunitensi sembrano volersi adeguare.

Infatti, pur in assenza di una specifica normativa nazionale, tutti gli Stati prevedono già clausole che ne facilitano l’accesso. Si va dalla vendita in farmacia senza ricetta alla copertura delle assicurazioni sanitarie alla disponibilità tramite programmi pubblici o a prezzo scontato per chi non è assicurato. Ed è in comune dotazione a polizia, ambulanze e servizi d’emergenza. Anche se una della barriere rimane ancora il costo, dato che una confezione può costare fino a 150 dollari, e una recente inchiesta sul campo ha rivelato che in certi Stati poi non è così facile ottenerlo in farmacia.

Anche in assenza di una strategia complessiva delle autorità federali, la raccomandazione pubblica del Surgeon General vuole perciò dare un segnale concreto ai cittadini, visto che l’annuncio ufficiale del Presidente Trump dell’emergenza sanitaria, lo scorso ottobre, non ha sortito grossi effetti. Garantendo repressione e ulteriori giri di vite contro i “trafficanti”, ma solo promesse rispetto a maggiori stanziamenti per la ricerca medica e campagne educative per evitare l’assuefazione.

Sembra dunque crescere anche oltreoceano il ricorso a politiche e pratiche di riduzione del danno. Lo confermano fra l’altro i Supervised Consumption Services, che a San Francisco partiranno in luglio, applicando le raccomandazioni dell’apposita task force, seguiti presto da altre località. E perfino la cannabis può dare una grossa mano in quest’ambito. Una ricerca dello scorso autunno sulle morti da oppioidi in Colorado prima e dopo la legalizzazione confermava il ruolo positivo della regolamentazione legale anche come limitatrice del consumo (e quindi dell’abuso) di sostanze molto più pericolose. E due recenti studi scientifici confermano le potenzialità della cannabis legale per far fronte all’attuale epidemia da oppioidi.