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Stavolta sono direttamente i Monopoli a chiedere il monopolio di Stato sulla cannabis light. In questo caso quella light a Cbd predominante e con lo psicoattivo Thc entro i limiti di legge. Il 22 ottobre, il neo-direttore dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli (Adm), l’economista Marcello Minenna, è andato a illustrare gli obiettivi di politica fiscale 2020-2022 alla Commissione finanze del Senato. E ha presentato anche le loro richieste di modifica alle norme da inserire nella nuova legge di bilancio: «Tra le nostre proposte ci sono aspetti abbastanza importanti anche sul tema tabacchi. Quando parlo di tabacchi – ha subito chiarito Minenna ai senatori – parlo anche di ciò che è assimilato. E quindi aggiungo, alla luce della recente sentenza della Cassazione relativamente ai prodotti derivati da canapa sativa, anche quelli di questa natura». Il direttore dell’Adm ha poi ricordato che, a suo avviso, «lo Stato italiano negli anni ha creato un sistema di regulation sui tabacchi, in particolare quelli venduti dai tabaccai, veramente eccezionale, perché si doveva contrastare il contrabbando (…) di un pacchetto di sigarette o di un sigaro conosciamo dove viene prodotto, come viene trasportato, dove finisce e grazie ai nostri laboratori qual è la sua composizione chimica (…) addirittura autorizziamo il packaging, dove ci sono quelle immagini giustamente urtanti nei confronti dell’utente». Quindi, ha riassunto Minenna, «c’è la piena governance del settore», poiché «il sistema dei tabacchi funziona con tutta una serie di requisiti che consentono una tracciatura molto puntuale: deposito fiscale, punto di vendita autorizzato, prezzo imposto, sistema delle accise, franchigia doganale». Mentre «per gli altri settori assimilati non è così». Lo stesso direttore dei Monopoli ha poi ricordato ai senatori che la loro Agenzia «esegue gli ordini che arrivano dall’autorità politica e dall’esecutivo». Ma per Minenna, la questione incrocia «anche un tema di salute pubblica», perché «questi tasselli servono a garantire che l’Agenzia delle entrate conosca cosa viene venduto e distribuito“. Per rendere più succulenta la loro partita sulla canapa light, il direttore dell’Adm ha infine calcolato: «A mio avviso si tratta di proporre un pacchetto norme (…) in grado anche di far recuperare all’erario dai 100 ai 500 milioni di euro l’anno». Una proposta, si sente nella registrazione video dell’audizione, seguita da alcuni segnali sonori fuori campo di dissenso. L’idea di creare un Monopolio di Stato sulla canapa non è per nulla nuova nel nostro Paese. Anzi. Nella precedente legislatura l’intergruppo parlamentare “cannabis legale” depositò persino un proprio disegno di legge in tal senso, ovviamente nel loro caso non solo per quella light, mai calendarizzato e discusso in Aula.

Il plauso dei tabaccai

L’audizione di Minenna ha immediatamente raccolto il plauso della Federazione italiana tabaccai (Fit), che rappresenta circa l’80% delle quasi 53.000 tabaccherie attive in Italia. Da sempre molto prudente sul tema, nel luglio 2020 l’associazione di categoria aveva già tenuto un incontro in modalità virtuale con il presidente dell’Agenzia dogane e monopoli. In un proprio comunicato riassuntivo di quel confronto, la Fit aveva attaccato sul tema: «A tal proposito, si è segnalata altresì l’assurdità della vendita della cosiddetta “canapa legale” nei negozi specializzati, destinata a essere fumata (come erba, trinciato o vera e propria sigaretta) in barba ad ogni legge, sia di esclusiva sulle vendite dei prodotti da fumo, che di vendita di prodotti stupefacenti. Piuttosto che tollerare questo scempio, chiudendo un occhio e pure l’altro, sarebbe meglio regolamentare il prodotto, riportandolo al suo canale di vendita naturale: le tabaccherie». Detto fatto. Il 13 ottobre, il presidente dell’Adm Minenna aveva così firmato una determinazione direttoriale, molto contestata dal settore, per stabilire che «i legali rappresentanti degli esercizi di vicinato, delle farmacie e delle parafarmacie che esercitano o intendono esercitare l’attività di vendita al pubblico dei prodotti da inalazione senza combustione, costituiti da sostanze liquide, con o senza nicotina, sono tenuti a presentare un’autocertificazione (…) contenente anche l’impegno a non vendere foglie, infiorescenze, oli, resine o altri prodotti contenenti sostanze derivate dalla canapa sativa. Tale dichiarazione (…) è requisito necessario per il rilascio, il mantenimento e il rinnovo dell’autorizzazione alla vendita dei prodotti liquidi da inalazione»: quelli per le sigarette elettroniche. Tra le competenze dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli c’è effettivamente l’attività di controllo su produzione, distribuzione e vendita di tabacchi lavorati e assimilati, assicurando il regolare afflusso delle imposte allo Stato. Cosa che avviene anche per i prodotti alcolici soggetti ad accisa e per il rilascio dell’apposita licenza di esercizio alla loro vendita.

I controlli a quanto pare sono partiti rapidamente, riguardando però anche le tabaccherie. Visto che appena 3 giorni prima dell’audizione in Senato di Minenna, il 19 ottobre, la Fit aveva espresso in un comunicato solidarietà ai suoi associati in seguito ad un’azione ai loro danni dell’Agenzia. «Ai tabaccai che hanno subito controlli in questi giorni è stata contestata anche la violazione dell’articolo 16 del Capitolato d’Oneri che vieta la vendita di prodotti surrogati, ritenendo evidentemente tali le infiorescenze. Ed allora – si legge ancora nel comunicato – se si tratta di prodotti fumabili, come farebbe intendere tale contestazione, rileviamo che le reti alternative alla nostra sono anche in violazione dell’esclusiva di vendita a noi riservata sui prodotti da fumo». In merito a quegli accertamenti, il presidente della Federazione Italiani Tabaccai, Giovanni Risso, ora aggiunge: «A quanto ci risulta i controlli vengono effettuati da parte di personale dell’Agenzia dogane e monopoli che chiama per il sequestro la Guardia di finanza qualora trovi il prodotto. Non sappiamo a quante tabaccherie sia stata contestata la violazione dell’art. 16 del Capitolato, ma considerato che chi fa gli accertamenti utilizza un verbale prestampato che finisce di compilare in tabaccheria, immaginiamo che sia stato contestato a tutte quelle oggetto di controllo che ponevano in vendita infiorescenze di canapa sativa. Il confronto con il Monopolio è sempre la via principe ma difenderemo comunque la nostra rete in ogni sede opportuna. Anche perché ci sentiamo la rete ideale per la vendita della canapa sativa». Ma se il giorno dell’audizione in Senato di Minenna, in un video pubblicato sul sito della Federazione per lanciargli un assist, il presidente della Fit aveva chiesto «la vendita esclusiva solo nelle tabaccherie», ora ci va più morbido. «Sia chiaro – cerca di assicurare ora Risso – la nostra non è una battaglia contro i Canapa Shop. Siamo consapevoli che chi ha investito nel prodotto, alla luce del sole, debba essere tutelato. Ma non è pensabile che in un Paese democratico non vi sia certezza del diritto e un intero comparto sia lasciato in balia dell’interpretazione del giudice di turno. Perché nelle pieghe dell’incertezza giuridica, prospera solo la criminalità organizzata». Parole più che condivisibili.

Un’alleanza contro i canapai?

Trattandosi di un settore giovane che ancora non può contare su associazioni di categoria o federazioni davvero rappresentative, quella del comparto della canapa light è una battaglia solitaria, spesso condotta in ordine sparso dalle varie aziende e con pochi appoggi. Ma una cosa è certa: tra canapai e negozi specializzati si è ora acceso il timore che i benefici della vendita possano diventare esclusiva di chi non conosce il prodotto. A questo si aggiunge il fatto che nemmeno tutti i tabaccai si sentono tutelati su questo dalla loro Federazione Italiana Tabaccai (come detto in questi anni sempre molto prudente sul tema) o si trovano d’accordo con il presidente Risso. «Da parte della Fit mai nessun aiuto, nemmeno per aiutarci a sostenere che il prodotto trattato non ha effetto drogante!!! Quasi concordando con chi erroneamente sostiene che si tratti del contrario», ha scritto in una lettera aperta al presidente Risso pubblicata da Beleaf Magazine una di loro, che si è firmata “Emanuela, una tabaccaia qualsiasi”. «Non vi siete mai nemmeno presi il disturbo di informarvi sul prodotto stesso e sulla sua origine e natura, anzi terrorismo puro nei confronti di coloro, che per risollevare la propria situazione economica hanno sfidato tutti nel tentativo di non soccombere. Cosa più orribile caro sig. Risso è che lei in un momento così particolare, con un’economia devastata da virus e recessione ormai cronica si permetta senza se e senza ma di affermare che non solo hanno ragione i Monopoli, ma anche e senza pietà che se tanto non possono vendere i tabaccai altrettanto invita a decretare la morte dei “Canapa shop”». La tabaccaia in questione, con il presidente della Federazione ci va giù duro: «Si rende conto dell’orrore che ha pubblicamente esternato??? Bene caro Risso, parli per lei, io non ho mai augurato né morte né disgrazie a nessuno, men che meno a chi lotta quotidianamente per veder riconosciuto il diritto a lavorare, soprattutto verso coloro che lavorando onestamente investono i propri “danari” e mantengono la propria famiglia». Infine, il consiglio e l’auspicio di Emanuela. «Bene caro sig. Risso sappia che in tutto questo la invito a parlare per se, perché lei in tutto questo non mi rappresenta!!! E sinceramente spero che questo sentimento sia comune a tanti altri colleghi».

Ovviamente, c’è anche chi la vede in modo diametralmente opposto. Perché il secondo miglior alleato della proposta dei Monopoli sono ovviamente le aziende che riforniscono il canale tabaccherie. Una di queste è sicuramente la Cannabidiol Distribution, il cui amministratore delegato, Luca Fiorentino, lo dice senza troppi giri di parole: «Su questo ci troviamo in accordo sia con il presidente della Federazione italiana tabaccai, sia con il direttore dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli. Anche perché non essendoci una normativa chiara, l’altro problema è che oggi nel mercato è entrato un po’ di tutto, compresi soggetti che non operano con la massima professionalità. Riteniamo quindi che una regolamentazione adeguata debba andare in questa direzione, poiché il canale tabaccheria è uno di quelli che stanno soffrendo di più, avendo delle marginalità ridicole sulle vendite. In secondo luogo, siamo l’unico Paese europeo, se non al mondo, ad avere questa rete di negozi dello Stato così capillare sul territorio». Ma dietro quest’altro assist, c’è ovviamente un proprio interesse di mercato. La Cannabidiol Distribution è un’azienda torinese nata nel 2016, quando anche l’Italia ha recepito la direttiva europea sulla produzione agricola della canapa light, spalancando con mille difficoltà le porte a questo nuovo settore. «Allora avevo 21 anni – ricorda il giovane ad dell’azienda – e mi sono posto l’obiettivo di far diventare un bene di largo consumo questo prodotto privo di efficacia drogante, perché con Thc inferiore allo 0,5%, a differenza di quella illegale di strada che può averne il 15-25%». Per farlo, fin dall’inizio, si erano così posti l’obiettivo di «farlo diventare un prodotto basico da tabaccheria». E ci sono riusciti: «Partendo da 1 chilogrammo di canapa acquistato da un’impresa agricola del territorio, la prima che iniziava a produrre, poi confezionato nella mia abitazione – rammenta ancora Fiorentino – la nostra attuale sede è su 3 piani nel pieno centro di Torino e nel 2019 contavamo 19 dipendenti, con oltre 110 persone che lavoravano per l’azienda tra diretti e indiretti. Tra questi, anche 60 agenti di commercio, grazie ai quali, attivato un dialogo con diverse società che si occupano di larga distribuzione, siamo riusciti ad arrivare in modo capillare nel canale tabaccherie: oggi ne serviamo 1.500. Ma soprattutto siamo riusciti a creare un indotto importante, perché in seguito sono nate migliaia di altre aziende che hanno seguito il nostro esempio», sostiene ancora l’ad.

La Cannabidiol Distribution oggi non si occupa soltanto di distribuzione, poiché sul loro sito internet si legge che «dispone di 600 metri quadrati di piantagione in serra e 300 mq di coltura Indoor». Del resto per Fiorentino, a svilupparsi rapidamente è stato l’intero giovane settore della cannabis light: «In appena 4 anni il canale del Cbd in Italia è diventato il più importante dell’Unione europea e se la contende persino con il Regno Unito. Parliamo – stima ancora l’ad – di oltre 15mila nuovi posti di lavoro creati (quasi tutti giovani visto che l’80% degli addetti ha meno di 32 anni) e un indotto economico per lo Stato che nel 2019 ha superato i 150 milioni di euro». Il tutto, nonostante una normativa per nulla chiara e quindi soggetta a diverse interpretazioni. «Le nostre stime – continua Fiorentino – ci dicono che nel caso in cui questo prodotto fosse regolamentato attraverso il canale tabaccherie e negozi specializzati, potrebbe creare tra 40mila e 65mila nuovi posti di lavoro, numeri da tener ben presente, ancor più in un momento come questo nel quale dovremmo rilanciare il lavoro e l’occupazione giovanile, puntando sulla green economy. Inoltre varrebbe quasi 2 miliardi di euro l’anno, con un gettito fiscale per lo Stato di 400 milioni di euro. Una cifra enorme, visto che ad oggi le micro-accise, come quelle su cartine e filtri, vengono inserite nelle leggi finanziarie nella speranza di recuperare 30-40 milioni». Nel frattempo, in seguito all’emanazione della citata determinazione direttoriale dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli che obbliga ad autocertificare l’impegno a non detenere e vendere prodotti derivati dalla canapa sativa, Cannabidiol Distribution ha immediatamente presentato ricorso nelle sedi competenti. Comunicando ai propri clienti che la ritiene «un atto illegittimo per incompetenza sulla materia ed eccesso di potere». Inoltre, sempre a loro parere, è stata «emanata da un ente che non ha autorità sui soggetti a cui si rivolge». Cui si aggiunge il fatto, hanno spiegato infine i legali dell’azienda, che in Italia «non esiste alcuna norma che vieti la commercializzazione dei derivati della canapa».

Nella bozza della Manovra 2021, tra le proposte dei Monopoli accolte dal governo, la cannabis light non c’è. Anche perché, a differenza delle altre dell’Agenzia, quel giorno Minenna non l’ha depositata in Commissione. L’attuale pandemia e la nuova crisi economica e occupazionale, che sta mettendo a rischio la tenuta dei conti pubblici, potrebbero però ugualmente spingere in futuro il governo, a mettere mano a questo mercato, di fatto attivo già da 4 anni.

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