Quando si parla di “droghe” e dipendenza, la parola d’ordine tra i media è una soltanto: sensazionalismo. Sembra infatti che l’unica cosa che conta veramente non sia fare informazione, ma pitturare a “tinte fosche” la rappresentazione di una società composta prettamente da giovani difficili e senza valori che si rivolgono al mercato delle droghe consegnando il loro futuro, senza possibilità di appello, alla criminalità o a morte certa.

Peccato che le “tinte fosche” non abbiano mai funzionato, almeno non negli ultimi 40 anni, e che invece le uniche a rivelarsi veramente funzionali ed utili siano state le strategie di riduzione del danno, sempre più all’avanguardia, basate soprattutto sull’educazione al consumo delle sostanze. Si tratta di approcci che prevedono la programmazione di politiche di lungo periodo: eppure non vengono minimamente presi in considerazione da coloro che hanno deciso di fare dell’agire politico una perenne campagna elettorale e utilizzare la propaganda, disinformata e di disinformazione, come metodo per gestire i consumi delle sostanze e le tossicodipendenze.

Il Ministro Salvini, ad esempio, durante la sua visita in Abruzzo ha sostenuto che “quello dello spaccio è un problema crescente e anche qui finanzieremo ‘Scuole Sicure’, cosa a cui tengo particolarmente visto l’allarmante dilagare del consumo e dello spaccio di droga tra i giovani.” Da quando è entrata in vigore, la misura “Scuole Sicure”, promossa dal Ministero dell’Interno, non ha fatto che rivelarsi per ciò che è: un flop di stampo repressivo proibizionista. Il risultato di cui si vanta il Ministro, e con lui l’intera maggioranza, è che l’investimento base di ben 2,5 milioni di euro per il progetto abbia portato al sequestro di 5 kg di cannabis, 4 arresti e più di 2000 persone coinvolte. Il rischio, in questo caso, è che l’opinione pubblica, privata dell’analisi costi/benefici, sia portata a credere che anche la sola confisca della sostanza rappresenti il buon esito dell’operazione. Un “falso positivo” desumibile dai numeri: basti considerare che ogni grammo requisito è costato allo Stato 500 euro, una spesa pubblica e un impiego di risorse decisamente eccessivi e che dovrebbero quantomeno portare a considerare vie alternative alla “war on drugs” di stampo americano.

Il Ministro dell’Interno – il quale ammette candidamente di non voler fare alcuna distinzione tra droghe leggere e droghe pesanti – dovrebbe ricordare che il  proibizionismo è stato sancito come inefficace misura fallimentare da almeno 10 anni (anche dall’ONU) e che anche il paese inventore stesso del proibizionismo, gli USA, sta imboccando a pieno ritmo la strada verso la legalizzazione quasi totale della marijuana, seguendo a ruota Uruguay e Canada. Mentre il mondo si muove, trova nuove possibilità per il contenimento del consumo di droghe, scopre nuove vie per una più efficace dottrina di riduzione del danno, l’Italia è ferma a provvedimenti “anni ’90” come ‘Scuole Sicure’, che gli esponenti politici nostrani considerano all’avanguardia.

Al passo con i tempi è, invece, il Ministro del Governo neozelandese, Stuart Nash, che in una recente intervista ha manifestato il suo favore all’introduzione del drug checking in tutti i festivals. La pratica, nota anche in molti luoghi del divertimento e già oggetto di numerosi progetti europei, consente alle persone di sottoporre a controllo anonimo campioni di sostanze per determinarne la composizione direttamente in loco.

Una rivoluzione positiva nel mondo del consumo di sostanze che opera ad ampio raggio, con effetti riscontrabili su più livelli: in media, il 35% di coloro che portano ad analizzare la sostanza decidono di non assumerla perché difforme dal prodotto che presumevano di aver acquistato; il rischio di problemi relativi agli effetti dei “mix di sostanze” sono sensibilmente ridotti dalle informazioni reperibili ai presidi di drug checking o illustrate dagli operatori presenti; infine, la cosiddette “nuove droghe” vengono immediatamente intercettate e rese note al personale medico ospedaliero che in questo modo potrà gestire con consapevolezza eventuali casi di overdose.

“La guerra alla droga non ha funzionato negli ultimi 20 anni, quindi è ora di passare a un approccio più compassionevole e restitutivo“, ha detto il Ministro Nash, sottolineando che “Sappiamo che i giovani fanno uso di sostanze, quindi dobbiamo essere pragmatici al riguardo e non seppellire la testa nella sabbia“.

Talvolta, però, anche l’Italia manda sporadici segnali di pragmatismo: è di pochi giorni fa la notizia del deposito di un disegno di legge per la legalizzazione della cannabis da parte del senatore Matteo Mantero, che nella precedente legislatura aveva preso parte al primo intergruppo parlamentare “Cannabis Legale”, insieme ad altri 150 tra deputati e senatori. La speranza è che questo nuovo testo riporti alla luce anche la proposta di legge di iniziativa popolare Legalizziamo!, mai discussa in Aula, ma che ha collezionato ben più di 65.000 firme nel 2016.

Padri, madri, nonne, zii: in tanti, ed i più insospettabili, avevano firmato il testo di legge depositato alla Camera da associazioni politiche e da organizzazioni della società civile e che chiede la legalizzazione della cannabis e la depenalizzazione di tutte le sostanze: persone coscienziose che non hanno seppellito la testa nella sabbia di fronte ad una situazione esistente.
Dal deposito di quella legge sono passati due anni: nel frattempo almeno altri 8 stati nel mondo hanno regolamentato la cannabis ad uso ricreativo, oltre che terapeutico, e negli USA, in Svizzera ed in tutto il Nord Europa sono fiorite buone politiche per il trattamento della tossicodipendenza, coraggiose ed innovative, di cui in Italia è impossibile parlare. Nel 2019, rimaniamo ancorati ai controlli dei militari nelle scuole, per cui spendiamo soldi che avrebbero potuto essere investiti diversamente

Nessuno vuole negare che esista un problema di abuso di droghe nelle fasce giovanili della popolazione, ma certamente non è legato ai Canapa Shop che vendono cannabis light a bassissimo contenuto di THC o al consumo stesso della cannabis: è legato ad un malessere profondo degli adolescenti, che può essere mitigato solo con l’educazione all’uso e al consumo consapevole, facendo informazione sui rischi legati all’assunzione e ai fattori devianti che portano all’abuso, cercando di capire da cosa deriva la necessità dei liceali di rivolgersi al mercato delle sostanze stupefacenti.
Non si può combattere l’abuso con la repressione, non si può arginare lo spaccio proibendo la possibilità di agire in una cornice legale fornendo un prodotto controllato e di alta qualità. Non si può ridurre il consumo di massa ad una questione di mera sicurezza.