Che il delta 9THC (principale principio attivo della cannabis e dei suoi derivati) possa avere degli effetti negativi sulla salute, ormai è un dato di fatto, che pertanto lo si voglia negare ritorna sempre più in evidenza nella moderna letteratura scientifica. Oltre a questo è necessario chiarire che quando si parla genericamente di cannabis si commette un ulteriore madornale errore di sottovalutazione, dimenticando che esistono moltissime varietà di tale prodotto con forti differenze di concentrazioni di principio attivo che possono avere addirittura percentuali  di 20/30 volte superiori a quelle di fitocannabinoidi prodotti negli anni passati. Le argomentazioni riportate nell’articolo di Giorgio Bignami, di cui apprezziamo comunque la preparazione, concentrano l’attenzione solo su alcuni aspetti, tentando di insinuare dubbi e incertezze (non si sa bene a quale fine di sanità pubblica e di prevenzione) relative al fatto che i disturbi neuropsichici riscontrati nei consumatori di cannabis possano non essere in relazione causale con tale sostanza [..] Credo che la preoccupazione maggiore che dovremmo avere tutti noi sia quella di tentare di far comprendere soprattutto alle nuove generazioni ed in particolare a quelle persone che per proprie caratteristiche neuropsichiche e/o sociali sono particolarmente vulnerabili allo sviluppo di dipendenza patologica da sostanze stupefacenti che anche la cannabis può incrementare il loro rischio di avere danni per la loro salute. In altre parole è tempo che si affermi chiaramente che invece di cercare il “pelo nell’uovo” per tentare di giustificare un utilizzo voluttuario della cannabis, si guardi la trave che abbiamo dentro gli occhi e che sempre di più dimostra che anche la cannabis è in grado di produrre rischi e danni per la salute [..] Dire chiaramente che l’uso della cannabis fa male alla salute è un atto di responsabilità dovuta e non una sacrilega blasfemia. Tentare invece di sminuire la pericolosità della cannabis e dei suoi derivati agli occhi della gente comune ingaggiando un’inutile schermaglia scientifica volendo vedere ed enfatizzando solo le pubblicazioni amiche e scotomizzando la stragrande maggioranza dei lavori scientifici che affermano al contrario tali evidenze di danni e rischi per la salute, lo riteniamo un comportamento semplicemente sconveniente per le finalità di salute pubblica che questo Dipartimento vuole portare avanti.
Giovanni Serpelloni

Conosco  più di un collega psicofarmacologo che  condividerebbe le posizioni del rapporto Beckley (e predecessori) piuttosto che quelle del rapporto DPA (e quindi della Tabella unica della Fini-Giovanardi). Ma il problema è di avere pronunciamenti di veri esperti veramente indipendenti, cioè senza alcun conflitto di interesse: finanziamenti dai fondi pubblici antidroga o altri; legami palesi od occulti, nazionali e/o internazionali. Guardando a questo, viene a proposito la citata trave che pare accecare il nostro interlocutore, facendogli dimenticare che dagli anni sessanta decine di autorevoli revisioni della letteratura scientifica e di rapporti indipendenti hanno confermato che la canapa è la sostanza a minor rischio fra le droghe legali e illegali. Affermare questo sarebbe un “comportamento sconveniente per le finalità di salute pubblica”? C’è da sorridere di fronte a questa palese proiezione. Per svelare la quale basta rileggere il parere dello Advisory Council on the Misuse of Drugs (l’organismo scientifico del governo britannico, che con difficoltà si potrebbe tacciare di lassismo) che raccomandava lo spostamento della canapa in una tabella di sostanze meno pericolose proprio per ragioni di sanità pubblica: “La continua giustapposizione della canapa alle sostanze più pericolose suggerisce erroneamente e pericolosamente che i rischi siano equivalenti, inducendo così i consumatori di canapa che non hanno inconvenienti con questa sostanza a credere che altre droghe siano altrettanto sicure”.
Giorgio Bignami