Tempo di lettura: 3 minutiStefano Vecchio

Dal novembre 2007 i dipendenti di aziende pubbliche e private dei trasporti, ed altre categorie specifiche di lavoratori, sono considerati, in base a norme concordate tra lo Stato e le Regioni (con un primo provvedimento varato dal centro-sinistra e un secondo provvedimento, più recente, varato dall’attuale governo Berlusconi nel 2008), a rischio «per la sicurezza, l’incolumità propria e di terzi, anche in riferimento ad un’assunzione sporadica di sostanze stupefacenti».
Si tratta di una misura che coinvolge centinaia di migliaia di persone. In sostanza si stabilisce che tutti i lavoratori di queste aziende dovranno essere sottoposti a test tossicologici da parte dei medici competenti (del lavoro). I lavoratori che risulteranno positivi saranno temporaneamente sospesi e dovranno successivamente recarsi al SerT di riferimento territoriale, che avrà il compito di valutare se il soggetto è o meno tossicodipendente.
Solo nel caso di una diagnosi di tossicodipendenza espressa con chiarezza dall’equipe del SerT il lavoratore sarà sospeso dal lavoro per sottoporsi a un trattamento specifico, come previsto dai contratti nazionali di lavoro, in seguito al quale sarà reintegrato nel posto di lavoro.
Le norme, soprattutto per effetto del secondo provvedimento, si prestano a interpretazioni diverse e creano una realtà di pericolosa incertezza nella loro applicazione sul piano ad esempio della tutela della privacy del lavoratore.
Ad esempio, come è noto, un test tossicologico non ci dice se la persona ha usato la sostanza nel corso del lavoro ma solo se l’ha fatto nelle ultime quarantotto ore per la cocaina e l’eroina, o negli ultimi trenta giorni per la cannabis.
Quindi i test possono servire solo a orientare verso un ulteriore approfondimento diagnostico.
Invece, si indaga di fatto sulla vita quotidiana e infatti, sempre con la scusa di approfondire gli elementi diagnostici, si è reso obbligatorio il discusso test del capello che, in realtà, avrà la funzione di svelare quante sostanze ha consumato il soggetto negli ultimi mesi senza precisare altro. Cioè una vera e propria schedatura chimica!
Anche se quel lavoratore non sarà risultato tossicodipendente, la sua immagine e la sua affidabilità saranno compromesse nell’azienda, incomberà su di lui il «ragionevole dubbio» indicato dal secondo atto, quello del centro-destra, in un clima da sospetto e da inquisizione!
Ci si chiede come mai, inoltre, sia stato escluso l’alcol dalle sostanze incriminate, quando è risaputo che gli studi e le statistiche collegano prevalentemente gli incidenti d’auto al consumo di sostanze alcoliche anche quando sono implicate altre droghe.
Evidentemente le logiche di mercato sono prioritarie rispetto alla sicurezza e ai diritti.
In realtà vi sono forti sospetti che i due Atti di indirizzo rispondano poco alla normativa sulla sicurezza sul lavoro ma che tendano a divenire una ulteriore articolazione della legge Fini-Giovanardi e cioè rappresentino uno strumento per intercettare comportamenti da stigmatizzare, riprovare, e se necessario punire con un licenziamento.
In questa situazione il medico competente e gli operatori dei SerT rischiano di stravolgere la loro mission da agenti di salute e di cura a strumenti brutali di controllo sociale.
In realtà ritengo che il problema sicurezza nel mondo dei trasporti non vada eluso, ma andrebbe affrontato con una logica diametralmente opposta a quella dei controlli ossessivi e punitivi. Bisognerebbe orientare l’azione sulla informazione consapevole dei lavoratori e puntare a rinforzare il senso di responsabilità di questi con azioni mirate al controllo e al contenimento dei rischi che in altri contesti (ad esempio, nei luoghi del divertimento) sono state già validamente sperimentate.
Solo seguendo una logica del genere è possibile organizzare un sistema di verifiche che coinvolga medici competenti e SerT, con il consenso dei lavoratori, tutelando la privacy di questi in modo rigoroso, e soprattutto limitando i controlli esclusivamente alla realtà lavorativa senza alcuna incursione nella vita privata dei soggetti interessati.
Le Regioni, nei loro provvedimenti attuativi, dovrebbero seguire questa logica e riaprire insieme con i sindacati un confronto con il Governo per modificare i due atti in questo senso.

*Direttore Dipartimento dipendenze, Asl Napoli 1 centro.
Gli approfondimenti sui test antidroga per i lavoratori su www.fuoriluogo.it