Tempo di lettura: 3 minutiSusanna Ronconi

Quest’anno ha il nome della black tar, un’eroina scura contenente monoacetilmorfina, una volta, già negli anni ’80, detta la messicana. Le cifre si rincorrono, non verificate, e oscillano tra 14 e 20 morti per overdose, se non di più, da maggio ad oggi. I media puntano il dito sulla “nera” e, insieme, su un “piccolo chimico” (sic!) che, in qualche cantina sabauda, la confeziona e poi la butta sul mercato. In realtà, la correlazione causa-effetto tra la black tar e un maggior rischio overdose non è così evidente. Quello che è evidente – che continua ad esserlo, in un rosario tragico di vite spezzate che si ripete ogni estate – è il numero dei morti delle estati torinesi, cui i servizi di strada fanno fronte con gli strumenti che hanno: contatto, informazione, distribuzione di narcan – il farmaco salvavita – ai consumatori, intervento di pronto intervento quando ce ne sia la possibilità, quando gli operatori si trovino vicino ai luoghi del consumo. Anche questa volta, prima che esplodesse la notizia sui media, nei drop in e sulle unità strada è partito il tam tam dell’allerta, grazie alle osservazioni degli stessi consumatori, ma il quadro non è stato da subito chiaro.

Il fatto è che – che sia la black tar, che sia la purezza, che sia il taglio – il mercato illegale è incontrollabile e mobile, tradizionalmente lo è di più d’estate, con il turn over degli spacciatori, e ancor di più se si aggiungono nuovi arresti, con continui cambiamenti delle sostanze in vendita. E’ per questo che almeno da dieci anni quegli stessi operatori torinesi che hanno salvato tante vite, sanno che questo non è abbastanza, e chiedono misure più efficaci e nuovi strumenti d’azione. Lo chiedono almeno dal 2002, quando in poco più di un mese morirono undici consumatori, e si aprì il dibattito cittadino sulle stanze del consumo. Allora non si parlò di black tar, allora fu “solo” la dinamica del mercato illegale estivo.

Le azioni repressive sono un cucchiaino nel mare della illegalità e delle deregolazione del mercato, che può portare un contributo – del resto minimo, come dimostrano i dati – alla repressione del traffico, ma nulla porta in termini di tutela della vita e della salute dei consumatori. Per loro, serve solo la ragionevolezza e il pragmatismo di misure che, mettendo in conto la qualità oscillante delle sostanze, proteggano chi le usa dai danni correlati: essere informati tempestivamente sulla qualità delle dosi, per adeguare i propri comportamenti, usare in luoghi dove si possa essere soccorsi in modo che l’overdose che non si è saputo o potuto prevenire non sia infausta. Perché il mercato può portare l’overdose, ma non è scritto che porti anche lo morte. E invece: a Torino per intere settimane tra procura, forze dell’ordine, e servizi non è passata la comunicazione, e mentre gli operatori raccoglievano in modo certosino informazioni dalla piazza, l’analisi della sostanza non passava dai luoghi della repressione a quelli della prevenzione.

A Torino, strade e anfratti dimenticati da dio sono di nuovo (dopo la dispersione della scena aperta di Parco Stura) popolati da consumatori che si fanno in condizioni disastrose e soprattutto nascoste, irraggiungibili. A Torino, come una litania della cattiva coscienza, ogni estate, compaiono per un attimo articoli in cronaca locale in cui si ricorda che esistono le stanze del consumo, luoghi in cui le vite si salvano in mezza Europa, servizio per cui da anni gli operatori si battono, trovando negli amministratori più che opposizione (come si fa a opporsi all’evidenza lampante?), il pantano dell’inazione e del mancanza di coraggio politico. Domani qualcuno arresterà “il piccolo chimico”, diventerà il nuovo mostro, brillante operazione e tutti saranno contenti, anche il Comune che si è inventato di farsi parte civile contro gli spacciatori, nel solco del simbolismo securitario e inutile. Ma chi arresterà il mostro dell’immobilismo e dell’inefficacia colpevole? Chi lo farà, oggi poi, che proprio l’analisi “in strada” delle sostanze e le stanze del consumo, sono state messe al bando – vietato anche solo discuterne – dal Dipartimento antidroga di Giovanardi e Serpelloni?