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Ai danni collaterali più gravi delle normative proibizioniste e repressive per le droghe vanno  aggiunte le situazioni di sempre maggior disagio di coloro che “per dovere d’ufficio” sono tenuti ad applicare tali normative. Nel caso dei magistrati di vari paesi, compresa l’Italia, sono frequenti  le aspre e documentate critiche, le insistenti proposte di un cambio di rotta. Più difficile appare  la posizione degli appartenenti alle forze dell’ordine: cioè a corpi per lo più  militarizzati (di diritto o di fatto), nei quali  non di rado si impartisce una formazione  mirata a creare atteggiamenti hard on crime:  atteggiamenti che ripetutamente sfociano  in trattamenti duri, anche letali, nei riguardi di rei veri o presunti.

Per contrastare tale tendenza è stata fondata anni fa, d’iniziativa di agenti di polizia australiani, la rete internazionale  Law Enforcement and HIV Network  (LEAHN  l’HIV nel titolo sta per sottolineare l’importanza  delle azioni  mirate alla prevenzione della diffusione dell’HIV): all’insegna del motto “La polizia può essere il migliore amico o il peggior nemico della riduzione del danno”.  A tale rete afferiscono organizzazioni di oltre 30 paesi, tuttavia  per non pochi  di questi non si trova nel sito alcuna informazione: come se in qualche momento fosse stata data una disponibilità ma senza alcun seguito sul piano operativo. E a questo gruppo di paesi  con forze dell’ordine “in sonno”, ahinoi, appartiene l’Italia.

Rinviando al sito, per motivi di spazio,  per le molteplici attività svolte da LEAHN, pare opportuno segnalare una recente presa di posizione di un ex agente-detective della polizia del Michigan, Howard Wooldrige, che è stato attivo anche come “lobbista” nel Congresso USA: sino a tampinare  uno per uno tutti i parlamentari  chiedendo loro “ditemi un solo vantaggio del proibizionismo” – domanda che non ha avuto una sola risposta. Wooldrige racconta la sua passata esperienza di lavoro e di rapporti  con molti colleghi, in particolare con agenti delle squadre narcotici. Descrive efficacemente il passaggio dagli entusiasmi dei neofiti per un lavoro che appariva così importante  allo stato di scoraggiamento e di frustrazione,  man mano che cresceva la  consapevolezza dell’inutilità e dei gravi danni collaterali del lavoro che erano costretti a svolgere. Per esempio, fermare e perquisire l’uno dopo l’altro innumerevoli soggetti e le loro auto, montare ripetutamente degli show mediatici con esibizione di armi e droghe sequestrate; per poi  constatare che per ogni pusher arrestato (o magari sparato), per ogni poco di droga sequestrata, spuntavano come funghi nuovi pusher e nuove forniture di sostanze. E questo, con due conseguenze pesantemente  negative: l’escalation del livello di aggressività in una parte degli agenti, causa dei sempre più frequenti casi di uccisione più o meno a freddo di soggetti spesso giovanissimi; lo sviluppo della consapevolezza che tale strategia, impegnando sino allo stremo buona parte degli agenti in servizio, di fatto impedisce lo svolgimento di compiti più importanti, dall’individuazione e fermo dei guidatori ubriachi alla caccia agli autori di gravi reati contro le persone e la proprietà.

Sono cose che sappiamo: ma sentirle raccontare da una “voce di dentro” che ha vissuto sulla sua pelle tali situazioni, che ha constatato le sofferenze e i danni che un tale indirizzo provoca, comporta  un salto di visibilità e di udibilità che dovrebbe smuovere l’inerzia  di tanti politici e responsabili di corpi separati. Ma come commenta Wooldridge a proposito del suoi rapporti coi parlamentari statunitensi, la risposta è un silenzio assordante.

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