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Prende corpo il cambiamento promesso da Obama, anche per le droghe. Prima, la fine del veto sul finanziamento pubblico allo scambio-siringhe; poi, lo stop ai raid della polizia federale contro i pazienti e i medici che prescrivono la canapa terapeutica negli stati dove questa è depenalizzata; infine, il ripudio della war on drugs per bocca del nuovo zar antidroga, Gil Kerlikowske, seguito da una misura concreta: il taglio ai programmi di sradicamento forzato del papavero da oppio in Afghanistan. Per i contadini poveri afgani è la fine di un incubo, poiché l’oppio rappresenta per loro l’unica fonte di sostentamento. Per gli Usa, le parole dell’inviato speciale in Afghanistan Richard Holbrook significano un vero cambio di passo. “Una politica del tutto inutile”: così Holbrook ha definito la fumigazione delle coltivazioni illegali.

Non sfuggano i riflessi che la nuova posizione statunitense avrà sugli indirizzi delle Nazioni Unite. Basti pensare all’ultimo meeting Onu di Vienna del marzo scorso: da alcuni paesi sud americani e dalle Ong fu avanzata l’idea di sospendere l’eradicazione forzata delle piantagioni illegali in assenza di coltivazioni alternative, ma allora non trovò ascolto. Oggi lo scenario cambia, non fosse altro perché in tutto il mondo i programmi di sradicamento si basano principalmente sui fondi americani.
Se una brezza soffia da Washington, qualche gemma si schiude anche a Vienna. Così almeno pare, sfogliando lo World Drug Report 2009 con la prefazione politica del direttore dell’agenzia Onu sulle droghe (Unodc), Antonio Maria Costa. “La svolta dell’Onu”, titola entusiasta Repubblica (25 giugno). L’eccitazione è esagerata, ma qualche novità c’è. Per la prima volta, Costa prende sul serio chi dice che il controllo della droga non funziona; e ammette che questo “ ha creato un mercato criminale di dimensioni macro-economiche, che usa la violenza e la corruzione per mediare fra la domanda e l’offerta”. Venendo al nocciolo: il danno dell’illegalità non è più solo un argomento degli antiproibizionisti. Va da sé che la ricetta di Costa è diversa: ammorbidire la proibizione, spostando la repressione dai consumatori ai trafficanti e proponendo il trattamento al posto del carcere. Il direttore dell’Unodc si appella agli stati membri perché perseguano l’obiettivo “dell’accesso universale alle cure come impegno per salvare vite e ridurre la domanda di droga”.
Ancora più interessanti sono i passaggi del Rapporto, che suggeriscono interventi di polizia per ridurre le conseguenze negative dei mercati illegali (invece che combatterli secondo i metodi tradizionali). Si citano azioni per allontanare dai quartieri interi contingenti di spacciatori “senza ricorrere necessariamente ad arresti di massa”. Non solo “non è efficace arrestare i consumatori”, afferma il documento; di più, l’incarcerazione dovrebbe essere particolarmente mirata a chi commette reati violenti, in modo “da favorire mercati più pacifici” (!). In poche parole, è il famoso principio della riduzione del danno, che, dall’ambito tradizionale del consumo, si estende allo spaccio. Sembra passato un secolo dallo stesso meeting Onu di marzo, quando l’espressione “riduzione del danno” fu oggetto di scontro frontale: con l’Italia in testa per bandire dal documento finale la parola eretica, in odore di antiproibizionismo.

Quanto le “svolte” dell’Unodc di Costa siano tali e non semplici giravolte, è presto per dire. In ogni modo, è bene guardarle con occhi spassionati, per non perdersi in alchimie politiche mentre la casa brucia. Trenta stati mantengono la pena di morte per reati di droga e la Cina ha eseguito dieci condanne per “celebrare” la giornata mondiale 2009 contro la droga; negli Stati Uniti e in molti altri paesi, le prigioni scoppiano perché piene di consumatori che hanno commesso reati minori non violenti; in Russia, migliaia di persone che usano eroina non hanno accesso al metadone perché il governo l’ha bandito: è l’agghiacciante denuncia di due autorità internazionali indipendenti, i Rapporteur sulla salute e contro la tortura, Anand Grover e Manfred Nowak, apparsa sul New York Times del 26 giugno. Che concludono: l’Onu non nasconda la testa sotto la sabbia, per non diventare complice degli abusi contro i diritti umani. Sottoscriviamo queste parole.