Patrizia Meringolo

La valutazione delle politiche pubbliche non è certamente diffusa nel nostro paese. Un caso esemplare è costituito dalle leggi in materia di droghe, dove prevalgono le logiche repressive (anche se la war on drugs ha platealmente mostrato la sua inefficacia) o i principi irrinunciabili. È stata quindi opportuna la recente iniziativa di Forum Droghe e Società della Ragione, in collaborazione con il Centro per la Riforma dello Stato e l’Associazione Luca Coscioni, di un convegno su Politica, ricerca, valutazione delle politiche pubbliche. Il caso delle droghe.

La questione è complessa, e un incontro, per quanto partecipato e ricco di contributi, non può che essere il primo di futuri appuntamenti. Sono intervenuti nel dibattito operatori, professionisti dei servizi, ricercatori, esponenti di associazioni e rappresentanti politici.

Alcuni temi sono emersi con particolare evidenza:

a) l’importanza della valutazione, non solo di esito ma di impatto, e non solo limitata ai “risultati” individuali ma in vista di obiettivi collettivi sostenibili. Finalità come la tolleranza zero, la guerra alle droghe o l’astinenza dalle sostanze sono, infatti, più bandiere ideologiche che prospettive praticabili e appropriatamente misurabili. Diventa inoltre indispensabile andare altre l’ambito strettamente legato alle droghe, per porre la questione a livello di politiche sociali, valutando anche le unintended conseguences, a cominciare dalla criminalizzazione dei consumatori. Pensare alla valutazione di impatto, quindi, non come a una misurazione socioeconomica, formale ed eterodiretta, ma come a un ragionamento critico sui dati esistenti. Tuttavia la stessa analisi economica del proibizionismo, ad esempio nel caso della cannabis, ne dimostra l’impatto negativo sulla civic society, come i costi dei procedimenti penali e amministrativi o i proventi che ne derivano per la criminalità organizzata. Potrebbe quindi essere il momento adatto per prefigurarne modelli di regolamentazione legislativa;

b) le politiche pubbliche (comprese quelle sulla droga), che non possono prescindere dagli effetti della crisi del welfare, in cui per i cittadini “normali”, “perbene” esiste la possibilità di affrontare le restrizioni imposte, mentre per i “residuali”, quelli che non ce la fanno, gli interventi penali tendono a sostituire il supporto sociale. Le politiche pubbliche si saldano quindi alle costruzioni ideologiche, quali lo stigma dei possibili aggressori per garantire la sicurezza dei cittadini “perbene”, o un’idea predeterminata di famiglia, o l’astinenza dalle droghe basata sul concetto di sanità e non di benessere;

c) quale ricerca per la valutazione? oltre alla necessità basilare di usare la ricerca, ne andrebbe promossa una “utile”, con indicatori fruibili. Una ricerca “situata”, che parta dai setting dove le prassi diventano luogo di conoscenza e di produzione del sapere, attenta al come dei fenomeni più che al quanto (la prevalenza, cioè, dei comportamenti a rischio), o al perché (la storia familiare e individuale del consumatore). Una ricerca, in definitiva, attenta alle risorse individuali e collettive e non ai deficit. La ricerca tuttavia può anche diventare “iatrogena” (come gli effetti collaterali dei farmaci), provocando danni essa stessa, se si concentra solo sull’ambito biomedico tralasciando i contesti, o solo sugli individui tralasciando gruppi e relazioni, se contribuisce a rafforzare gli stigma.

I policy makers presenti hanno confermato l’importanza della misurazione degli effetti delle politiche e i rischi derivanti dall’eluderla, la necessità di convocare la Conferenza sulle droghe, la revisione della legislazione attuale e l’urgenza, infine, di dare segnali politici in questo ambito sia a livello di organizzazione governativa italiana che europea.