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Una volta concluso il rito della Conferenza del governo sulla droga (a Trieste dal 12 al 14 marzo), che cosa resta? Resta sicuramente l’immagine della maggioranza delle Comunità terapeutiche scontenta degli attuali orientamenti governativi in materia; in particolare della negazione ostinata di un approccio integrato al problema che preveda anche gli interventi di Riduzione del danno: non a caso gli applausi più importanti in sede di conferenza li hanno avuti gli interventi di esponenti del Gruppo Abele e del Cnca (Coordinamento nazionale comunità di accoglienza). Resta sicuramente l’immagine dei Sert (Servizi pubblici per le tossicodipendenze) che lamentano la scarsa considerazione che il governo dedica alle realtà del pubblico, finanziate dal pubblico, che a tutt’oggi si fanno carico della sofferenza della stragrande maggioranza dei pazienti. E’ allucinante (o allucinato) un governo che punta in continuazione sulla risposta fornita dal privato, mentre mortifica e svaluta il lavoro di centinaia di servizi pubblici da lui stesso promossi e finanziati. Resta l’impressione di una conferenza che ha visto una spaccatura tra l’area dei centri a bassa soglia (L’altra Trieste) che hanno organizzato un convegno parallelo in cui la possibilità di convergenze è stata vanificata dai soliti «distinguo». Resta l’impressione di una conferenza del governo costruita «ad escludendum», occupando ruoli chiave con figure amiche. Resta l’immagine di un governo e di un mondo della politica, con scarse differenze tra destra e sinistra, che fatica a capire un fenomeno complesso come l’uso di sostanze e si rifugia in slogan di facile presa (no alla droga, sì alla vita); come se oggi non vedessimo in continuazione persone, giovani o meno, che usano sostanze senza particolari problemi, in nome di scelte personali e di una qualità di vita del tutto relativa (e discutibile, perché no?). Sono comunque scelte che attengono alla sfera del privato e richiamano alla dimensione dell’etica e dei livelli individuali di responsabilità, una volta fatto salvo il diritto di tutti di non essere danneggiati dai comportamenti di un singolo. Confondere tutto questo (e gli interventi di riduzione del danno) con «il diritto di drogarsi» o come un «cedere alla cultura della morte» vuol dire aver capito poco o niente di politiche integrate in tema di droga e, soprattutto, vuol dire non avere gli strumenti per leggere la contemporaneità. Certamente la posizione del governo in materia è vicina al pensiero degli Usa che tanto influenza le politiche internazionali. Fortunatamente, non possiamo non dirci europei e la posizione dell’Europa, in materia, è alquanto differente, come è stato evidente al recente meeting di Vienna della Commissione Onu sulle droghe (il rappresentante della Ue ha parlato di diritti e di Riduzione del danno, soprattutto della possibilità di sperimentare politiche innovative e diverse).

Detto questo, bisogna anche riconoscere che il responsabile del Dipartimento antidroga, Giovanni Serpelloni, ha portato avanti con notevole energia l’iniziativa triestina e che la presenza e l’attenzione del senatore Carlo Giovanardi non sono mai mancate, come pure il sostegno di buona parte dell’esecutivo e dei poteri istituzionali. Altra cosa, sicuramente, rispetto alle titubanze del centrosinistra. E’ come se, da un lato, esistesse un centrodestra con una chiara idea della direzione da seguire (e che su questa direzione costruisce immagine e consenso); dall’altro, vi fosse un centrosinistra che su questi temi teme la divisione e lo scontro interno e, non avendo un pensiero chiaro, finisce per imitare malamente alcune posizioni del centrodestra.

Resta infine, della conferenza di Trieste, l’immagine di tanti tecnici del settore consapevoli che parlare di droga significa parlare di sicurezza urbana, d’immigrazione, di marginalità e di giovani, di sicurezza stradale, di carcere, di salute pubblica, di integrazione sociale, di educazione, di cultura. Questi operatori guardano e interpellano il mondo della politica che, a sua volta, li guarda stupito e risponde che le urgenze sono altre.
Ne siamo sicuri? Fino a quando potremo fare a meno di una politica che non si affidi alla sola repressione?