Osservando l’organizzazione delle Relazioni al Parlamento dal 2013 a oggi, nella parte attinente i servizi in particolare, non può che saltare agli occhi come i vari documenti presentino differenze di struttura significative. Differenze che sembrano riflettere le vicissitudini del Dipartimento che le partorisce, ogni anno con significativo ritardo rispetto all’obbligo di legge previsto (entro il 30 giugno). Così fino al 2013 si è assistito a Relazioni corposissime di pagine in cui trovavano spazio anche foto autocelebrative dei corsi organizzati dal Dipartimento, di dubbia utilità per il legislatore che avesse voluto sfogliare il voluminoso volume. Il condizionale è d’obbligo, dato che non risulta che mai il parlamento abbia dedicato una propria seduta all’analisi della Relazione. Dopo il 2013, si inaugura un nuovo corso: quella del 2014 vanta il primato di relazione più corta fra quelle prese in esame (2013-2017), appena 61 pagine se si escludono gli approfondimenti e le appendici. Si passa quindi dalla Relazione 2013, un documento di più di 220 pagine organizzato in 7 parti, con 17 capitoli e un’infinità di sottocapitoli, comprese le foto dei corsi citate, a quella dell’anno successivo, un documento smilzo e maneggevole, pieno di grafici a cui però manca una qualsiasi introduzione.
Nel 2015, quasi a voler compensare le ristrettezze dell’anno prima, la relazione si presenta nella versione monstre di oltre 600 pagine, ragione per la quale il Dipartimento non ne fornisce nemmeno copie stampate e gli interessati, parlamentari compresi, vengono invitati a prendere visione del testo on line sul sito del Dipartimento. La relazione 2016, con 500 e più pagine, non può non tenere conto dell’Assemblea Speciale delle Nazioni Unite sulle droghe (UNGASS 2016), svoltasi nel mese di aprile 2016, di cui riporta le conclusioni integrali in italiano, oltre al testo degli interventi del ministro incaricato, degli ambasciatori e rappresentati per l’Italia, fra cui la direttrice del dipartimento. Nel 2017 le pagine della Relazione sono di nuovo ridotte a 119.
Interessante è anche l’apparizione e scomparsa di introduzioni politiche o tecniche. Nella relazione 2014, l’esposizione dei dati non è anticipata da alcuna introduzione: il documento però, molto elaborato, ha un’utile appendice che prova a fare sintesi della relazione con riferimenti al Piano d’Azione Nazionale Antidroga, il documento di indirizzo delle politiche sulle droghe riferito al periodo 2010-2013. Nel 2015 la relazione si presenta fornita da una breve introduzione, da una nota metodologica (arricchita di esempi e grafici) e un riassunto del quadro normativo. Nel 2016 la presentazione introduttiva dà spazio anche all’evento dell’Assemblea Generale ONU sulle droghe.

Le vicissitudini del sistema di rilevazione dati

Sul reperimento dei dati, le metodologie sono cambiate nel tempo. L’introduzione del sistema SIND, sistema di rilevazione dei dati dai vari SerD entrato ufficialmente a regime il 1 gennaio 2012, avrebbe da subito dovuto rappresentare una modalità sicura e puntuale di raccolta dei dati (rispetto ai formulari che ogni servizio aveva l’obbligo di riempire annualmente e che presentavano spesso lacune ed incompletezze nei dati). Di fatto però per anni non tutte le regioni ( e province autonome) hanno fornito i dati richiesti, impedendo una visione completa del fenomeno al livello nazionale. Solo nella relazione del 2016 (relativa al 2015) vengono pubblicati dati completi al 98% provenienti effettivamente dai SerD mentre fino ad allora i dati erano parziali come esplicitato in una nota nella relazione del 2017: “Nelle Relazioni al Parlamento redatte dal 2009 al 2014 i dati mancanti venivano integrati con numeri stimati; a partire dall’edizione del 2015 i dati presentati si riferiscono ai SerD effettivamente rispondenti” (pag 60).
Oggi il SIND dovrebbe permettere di conoscere in tempo reale, nella variegata organizzazione delle Regioni, il numero di strutture e sedi ambulatoriali pubbliche (SerD ed ambulatori e servizi territoriali di riferimento), informazioni sull’utenza assistita (vecchia e nuova utenza, sostanza psicotropa di utilizzo, diagnosi, etc.), le tipologie di prestazione erogata per utente, compreso l’invio a strutture socio riabilitative (comunità per la maggior parte a gestione privata ed accreditate regionalmente).
In relazione al monitoraggio dei servizi erogati dal privato sociale accreditato (comunità terapeutiche per la maggior parte), la relazione 2015 fa riferimento all’offerta residenziale e semiresidenziale, prendendo come parametro il numero di “ posti letto” disponibili per Regione, e l’offerta per il trattamento è quantificata in 13.700 posti. L’anno successivo il dato riportato è lo stesso senza aggiornamenti, nel 2017 invece si fa riferimento al numero di utenti in trattamento al 31 dicembre 2016: che risultavano 15.563, di cui 11.423 (il 73.4%) in strutture residenziali. La fonte utilizzata nella relazione 2017 è una rilevazione del Ministero dell’Interno effettuata per due volte durante il 2016, che raccoglie anche le informazioni relative alle persone in trattamento presso le strutture del privato sociale. Nella relazione 2014 (relativa al 2013) c’è un generico riferimento a 959 strutture socio riabilitative di cui circa il 70% residenziali. Nella relazione 2013 (dati 2012) il dato di riferimento è ancora diverso e si citano gli inserimenti in comunità (5801, nella tipologia di prestazioni erogate dai SerD). Insomma, sembra che non sia stata ancora trovata una griglia di lettura coerente anno dopo anno.

Indicatori oscillanti

La questione non è di poco conto, considerando che la relazione dovrebbe rappresentare lo strumento per la lettura del fenomeno droghe in Italia da parte dei decisori politici. Per di più, anche quando si è profuso un maggiore impegno nella redazione del documento, non sempre si è tradotto in maggiore chiarezza. Indicatori dei fenomeni e capitoli di approfondimento di vario genere sono nati e morti nel giro di pochissimi anni se non annualmente. Ne sia esempio il tentativo di valutazione dell’efficacia dei trattamenti farmacologici denominato “Outcome”, scomparso dopo il 2013, basato sull’obbiettivo unico del raggiungimento dell’astinenza (non esplicitato, né scientificamente giustificato nella relazione) e sull’unico parametro del calcolo dei giorni drug free: da qui il calcolo dei “giorni liberi da sostanze” rispetto alle analisi delle urine negative delle persone in trattamento farmacologico per abuso di oppiacei, dividendoli in tre categorie: rispondenti, mediamente rispondenti e non rispondenti.
Oppure le varie apparizioni e sparizioni dei dati economici legati al costo delle azioni di contrasto al traffico di droga, le ipotesi sul costo economico in ore lavoro perse a causa dell’uso di stupefacenti, le analisi legislative, gli approfondimenti di genere, etc.
Già sarebbe un passo avanti significativo se le Relazioni potessero avere una paternità o maternità politica chiara, di un responsabile di governo che le firmi e se ne assuma la responsabilità.