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I consumatori di droghe più marginalizzati sono i più vulnerabili per quanto riguarda il rischio di infezione, a causa della loro condizione sociale, della mancanza di forti reti sociali, di condizioni generali di salute spesso compromesse e del difficile accesso alle cure. Le politiche del lockdown e l’isolamento sociale hanno conseguenze drammatiche su questo gruppo, la perdita di reddito, spesso delle risorse abitative, e il difficile accesso a beni di prima necessità (igiene, cibo, farmaci) e servizi (dormitori, test HIV e HCV, colloqui e trattamenti, materiali di riduzione del danno). Arresti e incarcerazioni sono altri possibili rischi. Tutto questo è anche più presente soprattutto nelle città dove le politiche sulle droghe sono più repressive, e dove manca il sostegno dei programmi di riduzione del danno. Questo articolo offre una sintetica panoramica su come alcune città europee hanno risposto alla crisi, basata sulle informazioni raccolte da Drugreporter, il sito di Rights Reporter Foundation (RRF) dedicato alle droghe.

L’impatto della crisi sulle persone che usano droghe

Sono molti i fattori che influenzano le modalità con cui le persone usano le droghe e quanto siano vulnerabili ai rischi, fattori che includono il genere, la condizione sociale, l’etnia e l’età. Le disuguaglianze sociali e la discriminazione sistematica sono fattori chiave che stanno alla base dei danni e delle morti droga correlati. Sebbene ci siano diversi elementi dell’attuale crisi che toccano tutte le persone che usano droghe (PUD), a prescindere dalla loro condizione sociale, l’impatto è particolarmente drammatico per coloro che vivono in povertà, senza una dimora stabile, affetti da esperienze traumatiche o disturbi psichiatrici già prima della crisi. Per loro, la situazione pre-crisi non era “normale”, e possiamo parlare in questi casi di una escalation di una crisi preesistente. Per le PUD che sono integrate socialmente, la crisi rappresenta il rischio della perdita della sicurezza sociale e sanitaria, e questo cambiamento può portare a comportamenti di consumo più rischiosi.
Ci vorrà tempo per valutare l’impatto sociale e sanitario del Covid19 sui mercati delle droghe e sui trend del consumo, ma possiamo già individuare alcune tendenze e alcuni rischi, basandoci sulle osservazioni elaborate dai servizi di riduzione del danno (RdD). Alcuni di questi fattori sono correlati a rischi direttamente portati dalla pandemia, ma molti sono invece da imputare alle misure di sicurezza e al lockdown adottati dai governi per gestire la crisi. Queste misure hanno toccato in modo spropositato le popolazioni più marginali, letteralmente tagliando i loro legami vitali con la società e con l’economia.

La perdita di reddito. Le PUD spesso vivono ai margini della società e si guadagnano da vivere facendo colletta, prostituendosi, o hanno lavori precari che sono spariti durante il lockdown. Molte città europee che vivono di un turismo di massa sono diventate città fantasma senza opportunità di lavoro per quelle persone che vivono dell’economia informale basta appunto sul turismo. Con la chiusura di supermercati, centri commerciali, ristoranti molte persone che vivono in strada hanno perso i pochi luoghi dove trovare accesso all’acqua e al cibo, così come ricaricare i cellulari e stare in contatto con le persone care.

La perdita di servizi. Molti centri diurni, drop in, e altri servizi hanno dovuto chiudere a causa delle misure anti-Covid19. Erano questi i luoghi dove i consumatori avevano accesso a un sostegno, ai test HIV, al counselling, come alle docce e alle lavatrici. I servizi online spesso non sono accessibili, per loro: anche chi ha un cellulare ha poche possibilità di accedere a Internet e avere il credito necessario per farlo. La crisi vuol dire un maggiore isolamento per chi deve dipendere dai servizi per sopravvivere.

Il rischio di incarcerazione. Le carceri sono sovraffollate in molti paesi e hanno condizioni igieniche e sanitarie pessime, spesso con uno scarso accesso alle cure. Mentre vediamo molti sforzi in altre parti del mondo per scarcerare le persone detenute per reati minori e non violenti, non ne vediamo altrettanti in Europa. Durante la pandemia, essere rinchiusi in celle sovraffollate vuol dire essere enormemente esposti al contagio, e i servizi sanitari penitenziari non sono attrezzati per far fronte a una crisi di massa. Per non dire per far fronte all’uso di droghe: la RdD troppo speso è del tutto inesistente in ambito carcerario.

Le difficoltà a gestire il confinamento. Coloro che hanno una casa e possono attuare il lockdown possono avere difficoltà di tipo psicologico nel lungo termine. Solitudine, ansia e violenza domestica possono portare a situazioni critiche. Alcuni possono pensare che il confinamento sia una buona occasione per sperimentare psichedelici, cosa che può andare bene per alcuni ma non per altri. Dobbiamo sempre ricordare che l’uso di droghe è la combinazione di tre fattori: set (la nostra condizione psicologica e fisica), setting (come ci sentiamo nel contesto e con le persone nel contesto) e dosaggio (quanta droga assumiamo). A questo si dovrebbe prestare la massima attenzione, incluso a quanto avviene il giorno dopo, che potrebbe per alcuni essere difficile se non hanno la possibilità di stare in un ambiente rilassante e avere tempo per elaborare la propria esperienza.

La perdita della casa. Molte persone che hanno una condizione abitativa precaria hanno perso la casa a causa delle difficoltà economiche, e chi mantiene la propria abitazione può non riuscire a pagare l’affitto e rischia lo sfratto. Molti governi hanno introdotto moratorie sugli sfratti, il che è un segnale positivo, e tuttavia pagare affitto e bollette a fine mese continua a essere troppo per molti, che si trovano obbligati a infrangere le regole del confinamento per provare a sopravvivere.

L’aumento dei prezzi delle droghe e i cambiamenti del mercato. Non è ancora chiaro se e quanto la crisi avrà un impatto di lungo termine sui mercati illegali delle droghe, ma l’impatto sulle rotte del traffico e sulla produzione viene segnalato da diversi paesi. Alcune sostanze sono diventate più care e al tempo stesso le PUD che le usano hanno redditi ridotti. Abbiamo notizia di nuove sostanze che ne rimpiazzano altre, con un aumento dei rischi, perché è sempre più rischioso usare droghe che non si conoscono.

La difficile gestione dell’astinenza. Chi non riesce ad accedere alle droghe può avere crisi di astinenza durante il lockdown, mentre il sistema dei servizi è fuori gioco. I centri di disintossicazione e residenziali spesso bloccano i nuovi ingressi, e portano a situazioni molto critiche. È importante conoscere i sintomi dell’astinenza, e non rinunciare a cercare un aiuto medico, anche durante la pandemia.

I limiti nell’accesso alle terapie sostitutive. Ci sono dei rischi correlati alla mobilità necessaria per accedere ai trattamenti farmacologici. In molti paesi sono stati prescritti periodi più lunghi di affidamento dei farmaci, decisione che riduce il numero di contatti fisici con gli operatori. Tuttavia molti consumatori hanno bisogno di sostegno nella gestione dei farmaci per un così lungo periodo. Alla lunga, la crisi può anche essere positiva e aiutare ad abbattere le barriere che ostacolano l’accesso ai trattamenti, e le regole più restrittive potrebbero cessare anche dopo la fine della pandemia.

L’interruzione dei trattamenti sanitari. A causa del carico di lavoro per il sistema sanitario dovuto al Covid19, è diventato più difficile mantenere la continuità di alcune cure come quelle con gli antiretrovirali. Se la crisi durasse molto a lungo, potrebbero esserci tagli a questo tipo di trattamenti.

La mancanza di dispositivi DPI. Anche se molti consumatori hanno problemi di salute, inclusi i disturbi respiratori, raramente hanno accesso ai DPI, come mascherine, guanti o gel igienizzante per le mani. Le PUD dovrebbero avere molta cautela quando comprano e maneggiano le sostanze: diminuire al minimo i contatti fisici con i pusher e con gli altri consumatori, evitare di scambiare gli strumenti e disinfettare ogni oggetto.

Il sovraffollamento nei dormitori. L’affollamento dei dormitori è un fattore importante di rischio, sia per gli utenti che per gli operatori. Spesso non ci sono risorse per garantire il distanziamento fisico e le misure di sicurezza. È una sfida enorme garantire il lockdown in un dormitorio con utenti che usano droghe, se non hanno accesso ai sostitutivi prescritti.

Le risposte di RdD delle città. Le organizzazioni della società civile sono state le prime a rispondere alla crisi in termini di RdD, sia a livello locale e regionale che nazionale e internazionale. Correlation European Harm Reduction Network e Eurasian Harm Reduction Association, in collaborazione con Rights Reporter Foundation, ha pubblicato, il 19 marzo, un documento comune sulla necessaria continuità dei servizi di RdD durante la pandemia. Questo documento include 12 raccomandazioni per i politici e per i servizi, e enfatizza appunto la continuità anche in funzione della sicurezza e della prevenzione del Covid19.

  1. Assicurare la continuità e il sostegno alla RdD
  2. Garantire fondi adeguati e dispositivi DPI per i servizi RdD
  3. Riconoscere i servizi di RdD come interventi di base e essenziali
  4. Elaborare specifiche linee guida e regolamenti per i servizi RdD
  5. Prolungare i periodi di affido delle terapie metadoniche e con eroina medica
  6. Aumentare la fornitura di siringhe sterili
  7. I servizi RdD devono fornire informazioni e materiali di prevenzione Covid19
  8. Garantire misure di sicurezza e distanziamento nei drop in, nei dormitori e nelle stanze del consumo
  9. Monitorare le condizioni di salute delle PUD
  10. Aumentare l’accessibilità dei dormitori per le persone senza dimora
  11. Cancellare o posticipare attività di gruppo, organizzarle se possibile online
  12. I servizi RdD devono garantire un ambiente di lavoro sicuro

Drugreporter sta monitorando l’implementazione di queste raccomandazioni, basandosi su rapporti ricevuti da operatori e attivisti delle città europee. Cooperiamo con lo staff di DUnews, un video blog in russo, ospitato da Drugreporter, in grado di fornire informazioni dalle comunità di lingua russa. Abbiamo contattato direttamente operatori e attivisti e abbiamo chiesto loro di fornirci informazioni su a) quale sia l’impatto del Covid19 sui consumatori b) come i servizi RdD hanno risposto alla crisi. Dai primi di marzo, abbiamo pubblicato rapporti da più di 30 città europee.
Oltre ai rapporti scritti, abbiamo lanciato Stories from the Frontlines, una serie di video di confronto tra operatori e attivisti che operano sulla prima linea della RdD (dieci paesi fino al 3 giugno).
Le nostre informazioni, continuamente aggiornate, sono una fonte importante per chiunque voglia comparare la situazione nelle diverse città europee, per quanto attiene alle misure adottate dai governi e alle iniziative lanciate dalla società civile.

Trattamenti sostitutivi (OST). Nella gran parte delle città, i trattamenti sostitutivi sono continuati durante il lockdown (con l’eccezione di Mosca, dove sono illegali) ma la loro regolazione è molto differenziata. Molti riportano che le regole più restrittive, come l’obbligo di ritirare di persona la terapia ai centri di somministrazione, sono saltate, e sono stati adottati affidi per periodi più prolungati (da 3 giorni a 2 settimane). Al contrario, in paesi come Polonia e Ucraina, i servizi pubblici sono stati riluttanti e hanno continuato a chiedere agli utenti di presentarsi ogni giorno. In Ucraina sono state inoltre bloccate le nuove prese in carico. Nei paesi dove esistono le organizzazioni delle PUD, queste hanno svolto un ruolo importante nell’abbattere le barriere ai trattamenti. In Germania, per esempio, JES, la rete nazionale dei consumatori, ha pubblicato già a metà marzo la sua richiesta di facilitazione delle regole di accesso alla terapia. In Georgia, lo stato ha acconsentito all’affido per 5 giorni grazie all’azione delle organizzazioni delle PUD. I centri della somministrazione si sono inoltre dotati di regole e misure di prevenzione e hanno consentito il contatto individuale con gli operatori. In Norvegia la comunità delle PUD, in collaborazione con il ministero della Salute, ha deciso di introdurre programmi sostitutivi per persone senza dimora che usano stimolanti.

Informazione e consulenza online. La gran parte dei colloqui, individuali e di gruppo, sono stati gestiti online in quasi tutte le città. Una barriera importante all’accesso a questa modalità di contatto è la non disponibilità di computer e di connessione Internet, o la difficoltà a ricaricare i cellulari. Per colmare questo gap, a Barcellona sono stati organizzate postazioni di strada per la ricarica dei telefoni, a disposizione dei senza dimora. Molte associazioni hanno prodotto volantini informativi per i gruppi più a rischio; quelli sulla RdD e sul Covid19 sono stati tradotti in diverse lingue e distribuiti capillarmente nelle comunità. A Barcellona, Energy Control ha prodotto video informativi per i più giovani che di solito frequentano feste e rave. David Stuart ha scritto un volantino mirato ai frequentatori della scena chemsex. Metzenires, un gruppo femminile con base a Barcellona, ha prodotto materiali dedicati alle donne che usano droghe, e in Ucraina è stata avviata una linea telefonica di aiuto per PUD e per chi è in trattamento.

Drop-in, programmi scambia siringhe e stanze del consumo (DCR). In molte città, drop-in e DCR sono rimasti aperti anche dopo l’inizio del lockdown, adottando norme di sicurezza. Per esempio, un solo utente alla volta, disinfezione delle mani, mascherina obbligatoria per utenti e staff. Alcuni forniscono le loro prestazioni all’aperto, davanti al drop in (come a Bratislava) o limitano i contatti sporgendo le consegne dalla finestra (come a Cracovia). Oltre ai dispositivi DPI, i servizi a bassa soglia forniscono cibo, acqua ed altri bene essenziali (mascherine, guanti, detergenti) per affrontare la vita dura delle stata durante il lockdown. È anche aumentato il numero di siringhe consegnate a ogni utente, per limitare i contatti fisici. Alcuni servizi distribuiscono kit di sopravvivenza, con materiale per l’igiene personale, soprattutto per le donne. Le DCR hanno chiuso le aree chill out e gli spazi di socializzazione, e hanno posto limiti al numero di ingressi. A Zurigo, hanno spostato la DCR fuori, in una tenda, dove comunque le principali prestazioni sono garantite. Dato che alcuni servizi erano chiusi o molto limitati, il lavoro di outreach è stato incrementato. A Budapest è stato avviato un nuovo intervento di strada (HepaGo) come risposta alla pandemia, ad Atene è stata creata una postazione nel centro storico, dove è garantito l’accesso a materiali di RdD. Sono stati fatti anche sforzi per monitorare l’andamento della pandemia nella popolazione dei senza dimora. A Copenhagen, per esempio, una unità mobile gestita da pari testa consumatori e sex workers per il Covd19. Tuttavia, nella gran parte dei servizi non è disponibile il test per uno screening adeguato, ci sono solo test per gli anticorpi per operatori e staff.

Strutture per i senza dimora. Molte città hanno aperto nuove accoglienze per evitare il sovraffollamento nei dormitori e offrire condizioni umane di permanenza. Alcune di queste strutture sono state predisposte specificamente per le PUD, per esempio a Barcellona, con inclusa una DCR. Alcune tendopoli sono state allestite a Praga. Il sindaco di Atene ha predisposto un dormitorio per PUD, collegato ai centri per il trattamento e le terapie sostitutive. Molte di queste strutture garantiscono i sostitutivi, facilitando così le persone senza dimora a sostenere il confinamento. Gli operatori di Amsterdam segnalano che il maggior spazio a disposizione nei dormitori ha portato a una significativa diminuzione dei conflitti interpersonali e a un aumento del benessere degli utenti, se paragonato alle condizioni preesistenti. Di contro, una resistenza politica ha osteggiato l’apertura di nuovi dormitori a Budapest, dove la maggioranza al governo ha lanciato una campagna ostile, mentre il sindaco, che è dell’opposizione, ha offerto rifugio ai senza dimora nel municipio.

Fattori che facilitano una efficace risposta delle città al Covid19. In base a quanto pervenuto a Drugreporter dalle città europee, possiamo concludere che la crisi da Covid19 e le misure di controllo adottate, non hanno causato una pensante crisi solo per le persone più vulnerabili. Per molti tra i servizi di RdD questa crisi non è che un nuovo, ennesimo passaggio di una crisi permanente, una lotta per la sopravvivenza, che comincia nel 2008 con la grande crisi finanziaria e con le politiche di austerity. Molti tra gli operatori sottolineano che non vogliono per nulla “tornare a prima della crisi”, perché non considerano quel “prima” una situazione accettabile. La crisi apre opportunità per soluzioni diverse, innovative. Regole superate e barriere sono state abbattute e, in alcuni casi, nuove forme di RdD sono state esplorate.
La RdD come movimento ha dimostrato di essere un contesto flessibile e forte, capace di adattarsi a nuove situazioni e di sostenere le comunità nel loro fronteggiare la crisi. Comunque, la crisi economica che sta arrivando, specialmente se sarà accompagnata da nuove misure di austerità, può, nel lungo periodo, minacciare innovazioni e conquiste.

Possiamo identificare alcuni fattori che possono facilitare e rafforzare, o viceversa indebolire le risposte di RdD alla pandemia da parte delle città:
1. Legislazione sulle droghe e approccio law&order
Dove non si è forzata la mano sulla criminalizzazione e le autorità non si sono concentrate sugli arresti di persone che hanno commesso reati minori per droga, le PUD hanno avuto più possibilità di mantenere un livello di salute e benessere, anche grazie al rapporto con i servizi. La criminalizzazione spinge le persone ai margini della società, la paura dell’arresto le spinge a essere invisibili e le frena nel rivolgersi ai servizi. In alcune città la polizia ha continuato con la caccia nelle strade, e questo ha aumentato il rischio non solo di allontanamento dai servizi ma anche di contagio da Covid19.
2. Un significativo coinvolgimento della società civile
Le associazioni della società civile, inclusi gli operatori dei servizi e i gruppi di interesse, giocano un ruolo chiave nella crisi. Al contrario di tanti attori istituzionali e governativi, sanno rispondere ai cambiamenti del contesto in modo flessibile e veloce. Si riposizionano, ricollocano le proprie risorse, riformulano e adattano i servizi secondo i nuovi bisogni degli utenti. Nelle città dove questi attori sono coinvolti in modo significativo nei processi decisionali sulle politiche sulle droghe, hanno potuto svolgere un ruolo anche nel ridisegnare i servizi pubblici e le politiche locali. La pandemia ha rivelato il naturale valore del coinvolgimento della società civile nella formulazione di risposte veloci e efficaci in situazioni di crisi. E vogliamo sottolineare con forza, in questo senso, anche i ruolo delle comunità dei soggetti protagonisti.
3. Accesso alla RdD
Le passate politiche dell’austerità hanno avuto un impatto pesante sulla RdD in molte città europee. Laddove i servizi di RdD sono stati chiusi o fortemente limitati a causa di tagli ai budget o di attacchi di natura politica, le PUD, con i loro particolari bisogni e fragilità, sono rimasti invisibili agli occhi dei politici e delle istituzioni sanitarie. Le città in cui c’era ampio accesso alla RdD già prima della crisi, hanno risposto in modo più efficace alle comunità più vulnerabili. I servizi di RdD hanno saputo portare avanti i bisogni delle PUD in modo molto più incisivo presso altri servizi sociali (per esempio i dormitori) e presso i servizi sanitari (per esempio gli ospedali).