Tempo di lettura: 3 minutiDomenico Chionetti

Nella notte tra il 4 e il 5 dicembre, o forse al mattino del 5 dicembre, è deceduto in ragazzo di 33 anni, Emanuel Scalabrin, in una cella di sicurezza della Caserma dei Carabinieri di Albenga. Forse, perché in questa terribile vicenda non si è neppure in grado di conoscere il momento in cui è avvenuta la sua morte.

Le circostanze del suo arresto, avvenuto in casa, alla presenza della sua compagna, del trasferimento in cella di sicurezza e della sua morte sono attualmente oggetto di indagine da parte della Procura di Savona. Giovedì 10 è stato nominato l’anatomo patologo dell’Università di Genova che ha provveduto all’autopsia sul cadavere e si è in attesa di conoscere l’esito e soprattutto le cause di questa morte improvvisa.

Emanuel aveva problemi di dipendenza, storie di sofferenza e carcere che troppo spesso condannano le esistenze delle persone, portano a morti sommerse, in circostanze dove l’abuso della forza, la solitudine e il disagio prevalgono su ogni più elementare diritto.

L’arresto di Emanuel Scalabrin

Molti i particolari della vicenda che lasciano dubbi ai suoi familiari ed aggiungono un carico di dolore ancora maggiore.

Secondo il racconto dei parenti il 4 dicembre Emanuel verso le 12.30 si trova nella sua casa di Ceriale insieme alla compagna Giulia, mentre il loro figlio di 9 anni è presso una famiglia di amici. Ad un certo punto mentre si apprestano a pranzare viene a mancare la corrente elettrica ed Emanuel esce dalla porta di casa per verificare se si tratta di un’interruzione o altro. Improvvisamente sarebbe stato spintonato all’interno dell’alloggio da alcuni agenti in borghese che erano lì appostati per l’irruzione: lui sarebbe stato trascinato all’interno della casa fino alla camera da letto e qui gettato sul materasso dove sarebbe stato colpito in ogni parte del corpo torace, addome, schiena, viso ed estremità. Emanuel urla e chiede aiuto, dice che non riesce a respirare mentre la sua compagna, implora i carabinieri del nucleo di Albenga di fermarsi. Emanuel sarà successivamente tradotto nella cella di sicurezza della caserma dei carabinieri di Albenga, dove verso sera sarà chiamata la guardia medica perché non stava bene e presentava sintomi morbosi. Dopo una visita di un’ora, la Guardia Medica chiede ai CC che Emanuel venga trasferito al Pronto Soccorso di Pietra per accertamenti sulle condizioni cliniche, avendo verificato che aveva la pressione alta e tachicardia. Qui la visita, se così si può dire, secondo il referto sarebbe durata 5 minuti, compreso il tempo di compilare la cartella clinica del paziente!

Rientrato in Caserma Emanuel viene nuovamente ristretto in cella e i Carabinieri si sarebbero accorti della sua morte solamente alle 11 del mattino successivo. Molti sono i segni sul cadavere, che dovranno trovare una spiegazione: macchie ipostatiche? In varie parti del corpo? Sia sul viso che sul corpo? Sia nella parte anteriore sia nella parte posteriore del corpo?

Si è saputo poi che, incredibilmente, non sarebbe stato possibile stabilire il momento del decesso in quanto il sistema di videosorveglianza non sarebbe stato funzionante, e quindi non era in realtà possibile monitorare lo stato di salute dei detenuti o sapere cosa avveniva al suo interno.

La richiesta di verità della famiglia

I familiari di Emanuel non si danno pace e per avere maggior tutela hanno conferito l’incarico ad un avvocato dello Studio Legale Branca STA di Genova e ad un consulente medico legale, il Dott. Marco Salvi.

Le circostanze della morte di Emanuel devono essere chiarite e non può lasciar cadere il silenzio su questo susseguirsi di violazioni di diritti e incongruenze. Per questo motivo la Comunità di San Benedetto al Porto ha chiesto che venga presentata un’interrogazione parlamentare al Ministro dell’Interno Luciana Lamorgese.

Domenico”Megu”Chionetti
Comunità San Benedetto al porto