Le morti  per overdose in Europa sono in  crescita, del 6%,  tra il 2014 e il 2015,  secondo  il  Rapporto 2017 dell’EMCDDA. Si tratta di 8441 morti: tra il 2010 e il 2012 si era assistito a un decremento generale, considerando tutte le sostanze, poi si verificò una lenta ripresa e dal 2014 un  incremento più deciso. Queste morti continuano ad essere  dovute per il 79% a overdose da oppiacei, e sempre di oppiacei si parla quando si considera il  dato delle morti correlate a metadone, che in paesi come Croazia, Danimarca, Francia e Irlanda avrebbero superato quelle da eroina.

Con le dovute cautele – infatti i dati, dice l’istituto europeo, sono da ritenersi “stime che rappresentano un valore provvisorio minimo” a causa dei tanti limiti nelle rilevazioni e ritardi delle segnalazioni dai paesi membri – le cifre parlano di una Unione molto differenziata al proprio interno: alla base del picco ci sono Germania e  Regno Unito che insieme concorrono al 46% di questo aumento, accompagnati da Spagna e Lituania.

Se i valori assoluti dei singoli paesi implicano una analisi complessa, perché dipendono da molti fattori, a cominciare dalla  numerosità della popolazione che consuma sostanze, un quadro più chiaro è fornito dalla  stima del  tasso di mortalità per overdose: in media in  Europa  nel 2015  è di 20,3 decessi per milione di abitanti in età tra i 15  e i 64 anni; i paesi con un valore elevato (più di 40 decessi) sono  Estonia, Svezia,  Norvegia e Irlanda. L’Italia vanta un dato positivo, è tra i paesi che contano meno di 10 decessi per milione di abitanti, con un valore di 7,8, e ciò che più conta con un  trend in costante decremento dal 2007. Una buona notizia, che tuttavia non deve far diminuire l’attenzione: e non solo perché anche una morte è troppo, ma perché le variabili che influiscono sull’andamento delle overdose sono mobili e cangianti, dal mercato illegale agli stili di consumo, dalle politiche che incidono sui rischi, massimizzandoli o limitandoli, al sistema dei servizi di  riduzione del danno. L’EMCDDA si sofferma su questi ultimi, e chiama in causa i sistemi nazionali sotto tre profili: adeguate ed accessibili terapie metadoniche (“il tasso di mortalità tra chi è in  trattamento con metadone era pari a meno di un terzo del tasso atteso tra i consumatori di oppiacei non in trattamento”); strutture per il consumo controllato (stanze del consumo), il cui obiettivo  è “prevenire i casi di overdose e garantire un’assistenza professionale nel caso in cui si verifichino”:  oggi sono 78, le più recenti aperture sono avvenute in Francia, Danimarca e Norvegia; e il naloxone distribuito a  consumatori e comunità,  rapidamente diffusosi negli  ultimi anni, oggi presente in dieci paesi europei (“ha dimostrato che la sua fornitura in combinazione con interventi informativi e formativi contribuisce a ridurre le morti per overdose”). Per mantenere e accrescere  il nostro primato, abbiamo di fronte tre compiti:  migliorare l’accesso e calibrare sugli obiettivi dei consumatori  l’offerta di terapie sostitutive; rendere  l’offerta di naloxone ai consumatori – pratica su  cui l’Italia è stata avanguardia in Europa – un diritto accessibile a tutti sul territorio nazionale, oltre i limiti attuali (come analizzato nella  ricerca a cura di Forum Droghe sul naloxone); e sbloccare il sempre più incomprensibile bando politico  contro le stanze del consumo, strutture dal 1986 in tanti Paesi europei al servizio della tutela della vita di chi consuma sostanze.

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