Una premessa storica: le tendenze attuali

La precedente edizione del Libro Bianco (2018) ha sottolineato alcune limitazioni storiche della ricerca sulle droghe, quali il farmacocentrismo, il prevalere della addiction theory o anche il largo consenso ricevuto dalla brain research. Il loro carattere di storicità è legato all’impatto che hanno avuto nella cultura diffusa, perché le numerose – e valide, beninteso – scoperte biomediche su farmaci e cervello hanno avuto un effetto alone sull’intero settore, propagandosi, talvolta indipendentemente da coloro che le hanno studiate, anche in ambiti non direttamente congruenti con il tema. In altre parole: se è importante sapere per esempio che esiste un comportamento aggressivo, se è anche interessante conoscere quali aree cerebrali ne sono interessate e/o con quali interventi chimici esterni (farmaci) si possono modificare, questo tuttavia non dice molto su quali siano gli antecedenti dell’aggressività, rintracciabili piuttosto nel percorso individuale e sociale della persona, e soprattutto non dice se l’esito sarà un agito distruttivo oppure un confronto più o meno “civile” con l’altro. Tuttavia, siccome tutto ciò che è scienza esatta e che viene testato in laboratorio possiede il fascino e la credibilità derivanti da una posizione di potere più alta delle altre (quella medica), la ricerca farmacocentrica è diventata il valore fondante e assoluto degli interventi sulle droghe, è stata iperfinanziata e si è posta come punto di riferimento per molti operatori dei servizi, anche per coloro che svolgono un lavoro diverso e utilizzano competenze diverse. Di conseguenza gli altri tipi di ricerca, quali quelli psicosociali e ancora di più quelli con un approccio partecipativo, sono stati misconosciuti, quasi sempre sottofinanziati e di scarso impatto sulle politiche sociali.
Sappiamo dunque poco dei consumatori, “restii a farsi conoscere” Nono Libro Bianco, 2018) e lontani dai ricercatori, dai quali sono separati da un lato per la loro diffidenza verso una ricerca spersonalizzante, dall’altro per la stereotipia che li vuole incapaci di riconoscere e svelare la loro verità.
Già Zinberg (1984, p. 199 e sgg.) aveva messo in luce come la ricerca sull’uso di sostanze lavora prevalentemente in senso deduttivo e non induttivo, e questo la porta ad essere confermativa di ipotesi già esistenti senza nessuna nuova esplorazione in un mondo che si modifica continuamente. Aggiungendo un’altra considerazione, che cioè i soli consumatori conosciuti siano “campioni in cattività… e spesso nel peggior scenario dei consumi” (Grund, Ronconi, Zuffa, 2014, in Libro Bianco, 2018, p. 11), e questo, da un punto di vista strettamente etologico, preclude ogni possibile acquisizione di nuovi dati in qualsiasi ricerca empirica.
Recentemente Heather (2018) ha messo in discussione il centrismo della brain research sostenendo che ai limiti teorici di tale impostazione si somma il linguaggio che viene usato, poiché il parlare di danni cerebrali irreversibili e di compulsione disincentiva i consumatori al cambiamento e limita il successo dei trattamenti di supporto (ibidem, p. 28).
Gli approcci di ricerca divergenti, tuttavia, non si sono fermati: dagli studi di Prochanska e DiClemente (1983), sul cambiamento del comportamento per stadi successivi, con un’enfasi sul processo e la decisione, piuttosto che sulla “salvezza” e i fallimenti, fino al self-management e all’expertise riconosciuta ai consumatori, il percorso da disease centered a people centered è costante (Meringolo, 2017, in Zuffa, Ronconi, 2017).

Una ricerca “situata” nel quotidiano

Bateson (1979, trad. it. p. 47 e sgg.) parla della mappa e del territorio per sottolineare che la realtà è diversa dalle sue rappresentazioni nominali o iconiche, da cui ne consegue il riconoscimento del limite della presunta oggettività, sia che si tratti delle esperienze percettive che delle loro rappresentazioni.
La mappa – di per sé – non può dire come si comporta il meccanismo raffigurato; non dice i cambiamenti nel tempo, perché è una foto, statica, e non un film; e infine rappresenta un tempo specifico, non ha la possibilità di narrare gli eventi. Ma, soprattutto, da chi è disegnata? coloro che sono in grado di tracciarla e, ancora di più, di presentarla come l’unica vera acquistano il potere di attribuire un significato al fenomeno. Che, in un campo come quello delle dipendenze, sempre in bilico tra aspetti sanitari e aspetti morali, diventa una questione centrale per qualsiasi ricerca.
Mappe di altro genere si trovano in psicologia di comunità, che ha tra i suoi presupposti disciplinari lo studio della “persona nel contesto”, per cui l’individuo (e i suoi disagi) non è separabile dall’intreccio delle reti in cui è immerso, dai micro- ai macrosistemi, dalle relazioni di prossimità alle norme e alle politiche che governano i fenomeni. Il concetto ha molte attinenze con sostanze-set e setting di Zinberg.
Per indagare la complessità del contesto l’unica ricerca possibile è una ricerca “situata”, che consideri i luoghi e le attività quotidiane come l’oggetto di indagine privilegiato. Teoricamente qualsiasi ricerca, anche quella quantitativa, può essere situata, posto che si scelgano variabili sufficientemente esplorative, o si individuino meccanismi metodologici che consentano di passare dalla variabile all’individuo. Ma questo non sempre succede, per cui molta ricerca sperimentale, soprattutto nell’ambito delle droghe, si basa su casi in trattamento (“in cattività”) e di controllo, in cui le variabili osservate sono collocate in un vuoto sociale, come frammenti di realtà che andranno a comporre una mappa, non scritta dai partecipanti e non denotata da un ambiente.
L’opzione possibile (e, spesso, di elezione) per fare indagini situate diventa quindi la ricerca qualitativa.

Le capacità euristiche della ricerca qualitativa

Parlando di euristiche, percorsi per spiegare la realtà e favorire nuovi sviluppi teorici, rimanda solitamente alle diverse euristiche studiate dalla psicologia cognitiva, tra cui quella della rappresentatività (che attribuisce caratteristiche simili a oggetti simili), quella della disponibilità (influenzata dall’impatto emotivo di un ricordo messo in memoria), quella affettiva (in cui le decisioni sono prese a partire dalle emozioni, con un percorso attualmente usato anche nelle scienze economiche, per spiegare scelte prive di una valutazione razionale) e quella dell’ancoraggio, in cui il percorso fa affidamento sulle prime informazioni reperite e reperibili.
Tali percorsi, però, non si rintracciano solo nell’individuo che le utilizza come “scorciatoie di pensiero” per spiegare i fenomeni, ma sono presenti anche negli algoritmi di ricerca, che, se dimostrati, si “inverano” e quindi si avverano, riducendo la complessità delle esperienze e delle situazioni. E la riduzione della complessità, per inciso, è una delle principali caratteristiche di qualsiasi proibizione, prima tra tutte la war on drugs.
La ricerca qualitativa pone dei correttivi a tutto ciò, in primo luogo per il suo essere esplorativa e induttiva, laddove l’esplorazione non è assolutamente un termine riduttivo, ma il modo per favorire l’accesso a nuove spiegazioni e a nuove soluzioni, anche con forme di pensiero laterale e divergente.
La ricerca qualitativa non è a-scientifica: Daly e colleghi (2007) hanno delineato una “gerarchia di evidenze” per questo approccio, che va dagli studi di caso, a quelli descrittivi, concettuali fino agli studi generalizzabili (per quanto questo termine possa adattarsi a quantità non numeriche) e confrontabili.
Permette inoltre di esplorare le intersezionalità (Harris, 2016), e cioè quali interazioni possano esistere, ad esempio, tra genere, etnia e altre categorie che individuano le differenze, analizzandone gli esiti in termini di potere.
Permette anche la ri-costruzione e la co-costruzione dei significati, nel lavoro tra ricercatore e persone e gruppi intervistati, cogliendone anche le ritualità, che possono essere messe in luce solo con un approccio dinamico: una narrazione, appunto, e non semplicemente una mappa.

La ricerca qualitativa sulle droghe: questioni di metodo

1. Il rigore scientifico. Si è già detto a proposito dell’importanza di una ricerca esplorativa, nel senso più esteso del termine. Vale la pena ricordare che il rigore scientifico in questo caso non attiene alla rappresentatività, condizione non richiesta ai metodi qualitativi, o alla randomizzazione, perché gli intervistati/partecipanti sono tali per il loro possedere un punto di vista specifico ed essenziale rispetto alla domanda di ricerca. Attiene piuttosto, per dirla con termine antropologico, al suo approccio emico, che si pone nella prospettiva degli intervistati per comprendere in che modo essi diano senso alla realtà. E attiene infine al suo essere comunicabile, confrontabile e pertanto anche confutabile.
2. Vedere come, e non cosa e neanche perché. Questo significa, in particolare sulle droghe, mantenere l’attenzione al fenomeno, che si colloca – come insegna ancora Zinberg – in un sistema complesso, che risponde non a una logica lineare di causa-effetto (il comportamento del consumatore letto attraverso i traumi o le deprivazioni del passato) ma a una logica circolare in cui molteplici sono gli antecedenti e altrettanto diversificati possono essere i conseguenti.
3. Attenzione alle risorse e non ai deficit. Solo con un capovolgimento prospettico di questo tipo, peraltro centrale in psicologia di comunità, si riesce a leggere il senso dei comportamenti del consumatore (anche quando appaia come un non-senso), a valorizzarne le competenze e le capacità, possibili e/o attivabili, di autoregolazione, con un atteggiamento rispettoso dei diritti umani, che sono qualcosa di più e di diverso di un diritto alla salute generico, stabilito a priori ed eterodiretto.

Riferimenti bibliografici

Bateson, G. (1979). Mind and nature: A necessary unity. New York: Bantam Books. Trad. it Mente e natura: un’unità necessaria. Milano: Adelphi, 1984.
Daly, J., Willis, K., Small, R., Green, J., Welch, N., Kealy, M., & Hughes, E. (2007). A hierarchy of evidence for assessing qualitative health research. Journal of clinical epidemiology, 60(1), 43-49.
Grund, J.P., Ronconi, S., Zuffa, G. (2014) Oltre il modello “malattia”, nuove prospettive nella riduzione del danno: verso un modello di autoregolazione e autocontrollo, Progetto NADPI, col supporto del Drug Prevention and Information Programme EU e de La Società della Ragione, visto in Nono Libro Bianco sulle Droghe (2018).
Harris, K. L. (2016). Reflexive voicing: a communicative approach to intersectional writing. Qualitative Research, 16(1), 111-127.
Heather, N. (2018). Rethinking addiction. PSYCHOLOGIST, 31, 24-28.
Meringolo, P. (2017). Il “paziente esperto”. Appunti sul self-management e sulla modalità proattiva di intervento. In: G. Zuffa, S. Ronconi. Droghe e autoregolazione. Note per consumatori e operatori, pp. 135-150, Roma: EDIESSE.
Nono Libro Bianco sulle Droghe (2018), www.fuoriluogo.it/pubblicazioni/libro-bianco-droghe/2018-lb
Prochaska, J. O., Di Clemente, C. C. (1983). Stages and processes of self-change of smoking: toward an integrative model of change. Journal of consulting and clinical psychology, 51(3), 390.
Zinberg N (1984). Drug, Set, Setting, New Haven and London: Yale University Press.