Hassan Bassi

In due giorni (14-16 febbraio) Antonio Polito ed il Ministro Lorenzo Fontana sono intervenuti sul Corriere della Sera sulla questione “droga”.

Il tema della “droga” è tema complesso e dalle innumerevoli sfaccettature. Ha risvolti sociali, politici, di sicurezza e sanitari, tanto che la legge vigente ha visto la collaborazione di ben 9 ministeri in sede di stesura, per un risultato che già al tempo per molti è stato deludente. Il tentativo della legge originaria di punire non solo lo spaccio, ma anche il consumo, in maniera automatica e in relazione ai quantitativi di sostanza posseduti, sono stati per fortuna pesantemente limitati dall’intervento della Corte Costituzionale e dalla volontà dei cittadini con il referendum del 1993.

Affrontare un tema così complesso è difficile, e richiede di essere aggiornati sul dibattito internazionale e conoscere la storia recente del paese. Parole come “salvezza”, “malattia”, “bonifica”, “contenzione” sono da tempo state espulse dal dibattito sul tema droghe e richiamano alla memoria una cultura che sulle difficoltà delle persone ha costruito imperi economici e ideologici, senza portare alcun miglioramento sociale se non enormi sofferenze e drammi individuali. Antonio Polito nel suo editoriale ne fa ampio uso, ed elenca una serie di punti, ognuno dei quali sembra interpretare il fenomeno da un punto di vista diverso, mescolando problemi veri ad affermazioni di tipo ideologico, tanto da essere costretto a chiudere l’articolo con numerosi interrogativi, a cui speriamo sappia rispondere qualcuno di più preparato. La superficialità con cui si affiancano consumi di sostanze in età adolescenziale, marijuana e dipendenze patologiche da sostante ben più forti, è disarmante e raggiunge il culmine nell’equazione: uso di sostanze uguale disagio psichico. Affermazione che in una sentenza taccia come “pazzi” milioni di persone, fra cui illustri letterati, politici e molti colleghi giornalisti. Il fenomeno del consumo giovanile di sostanze è sicuramente un tema delicato e importante, e la salvaguardia dai rischi e dai danni di un consumo precoce e costante di sostanze stupefacenti è un obiettivo che sta a cuore a tutti.

Limitarsi a indicare nell’isolamento in comunità la strada per migliorare la situazione, è semplicemente antistorico. Le comunità svolgono un ruolo importante nel campo delle dipendenze patologiche, anche per gli adolescenti per i quali non esistono soluzioni affettive nell’ambienti di provenienza, ma senza interventi territoriali, azioni di informazione e prevenzione, e senza la legalizzazione delle sostanze, sono soluzioni monche. È in primis la condizione di illegalità che impedisce un intervento a tutto campo, che costruisce muri di sospetto e incomunicabilità fra le istituzioni e “consumatori”; ed è lapalissiano proprio nelle tragiche situazioni in cui un genitore denuncia un figlio, identificando nelle forze dell’ordine l’unico interlocutore sul tema. Viviamo da decenni in una condizione di ipocrisia collettiva, trovare sostanze stupefacenti è per chiunque facilissimo malgrado i miliardi spesi nella repressione e inutili campagne di prevenzione affidate ai cani nelle scuole, ma i nostri ministri e qualche giornalista continuano ad appellarsi alla proibizione come unica panacea per difendersi dal male “droga”. Non fa eccezione l’attuale ministro delegato che declina l’“approccio integrato” al tema droghe come “bonifiche ambientali” coordinate con azioni di controllo nelle scuole (chiamando prevenzione ciò che è evidentemente repressione!), fino ad ipotizzare azioni di “contenzione” ai danni degli adolescenti. Della sua intervista colpisce la volontà di modificare la “modica quantità”, confondendosi probabilmente con la lieve entità (art. 73 c.5 della legge), oppure con la volontà di riesumare approcci dichiaratamente incostituzionali (come la quantità minima fissata per legge per essere considerati spacciatori), che esacerberebbero fra l’altro la già drammatica condizione di sovraffollamento carcerario.

Dulcis in fundo, dopo aver fatto intendere, solo poco tempo fa, che finalmente sarebbe stata convocata la Conferenza Nazionale sulle Droghe, il Ministro delude anche questa legittima aspettativa, ipotizzando metodi avanzati e meno costosi di concertazione, dimenticando che è proprio la Legge (art 1 c 15) ad imporne la convocazione ogni 3 anni. Si compone così un duetto stonatissimo, mentre si avvicina l’importante appuntamento della Commissione sulle droghe dell’ONU di Vienna, durante il quale, in linea con le sollecitazioni espresse durante Ungass2016 a New York, l’accento per le politiche antidroga sarà sul rispetto dei diritti umani (di cui contenzione e incarceramento non rappresentano certo declinazioni coerenti), sulla garanzia dell’accesso ai farmaci, su di un approccio delle politiche sulla droga coerente con gli obiettivi internazionali di sviluppo sostenibile 2030.