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drugtest.jpg«Ritengo che l’adozione di attività di diagnosi precoce e, nello specifico, la definizione e l’attuazione di un modello organizzativo per l’esecuzione di drug test precoce sui minori, sia di importanza cruciale per un’adeguata strategia di prevenzione», così Giovanni Serpelloni, dal  sito del Dipartimento politiche  Antidroga (DPA). Detto fatto.  Non è difficile vedere in giro per ambulatori e uffici ASL depliant  con lo slogan “Meglio vederci  chiaro subito” e l’invito ai genitori “Hai il dubbio che tuo figlio usi droghe? Consulta sanitari esperti”.  La comunicazione gioca su professionalità e counselling ma il cuore della questione è il test sui minorenni, in alleanza con i genitori, da promuovere a largo raggio come  approccio al consumo dei più giovani.

Il progetto del DPA si chiama “Early detection of drug use and early intervention in children”  (in inglese, perché siamo una colonia dell’americano National Institute on Drug Abuse, Nida): che vuol dire individuare precocemente, per avviare a un  trattamento  sanitario con fine l’astinenza,  i children, cioè i ragazzini.  Sui depliant compaiono i loghi di molte Asl, dunque dei Sert, e viene da chiedersi dove mai gli operatori pubblici abbiano messo la loro lunga esperienza in materia di prevenzione e di limitazione dei rischi. Perché testare e trattare i ragazzini che sperimentano una qualche sostanza è un approccio che scienza, coscienza ed esperienza hanno bocciato, e da tempo. Tre almeno gli imperdonabili vizi di questo approccio.

Primo, l’inefficacia: proprio dagli USA, dove l’uso del test è per primo entrato in vigore nelle scuole, sono venuti i primi studi indipendenti che denunciavano, oltre dieci anni fa, il fallimento e le perversioni di questo approccio (tra tutti, vedi lo studio di valutazione condotto in America dall’Università del Michigan in quaderni di Fuoriluogo, 3, 2007).

Secondo, la patologizzazione inutile (e la stigmatizzazione) dei giovani consumatori  sperimentali o sporadici: il neo-biodeterminismo del DPA, che vede l’uso come (sempre) incontrollabile e come (sempre) destinato alla dipendenza  patologica, non è che una profezia che crea il suo avverarsi. Avviare precocemente a una carriera di “malato” e “istituzionalizzato” un giovane consumatore serve solo a depotenziare tutti quei dispositivi (sociali, culturali, soggettivi e anche, sì, famigliari,  come possibilità di dialogo “quotidiano” e “ordinario”) che possono  aiutarlo a fare della sperimentazione di una droga un momento non problematico, consapevole e transitorio.  

Terzo, la torsione del rapporto genitori – figli: controllo versus educazione, ma anche rinuncia al ruolo genitoriale a favore dei “professionisti”. Certo che se un genitore pensa che una canna destini suo figlio/a ad avere “buchi nel cervello”,  si  terrorizza e si sente inadeguato. Ma se sapesse che si tratta di una esperienza  gestibile con le  armi innocue dell’ascolto e del sostegno adulto, forse ci penserebbe da sé,  senza ricorrere alla chimica del drug test.

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