Peter Cohen

Si è tenuta ad Albuquerque (New Mexico) la prima conferenza (della durata di tre giorni) del Lindesmith Centre/Drug Policy Foundation, nato dalla recente fusione delle due organizzazioni. I lavori sono cominciati il 31 maggio con una intensa sessione d’apertura, alla quale hanno partecipato 700 persone, che ha deciso il tono dell’intera conferenza, a tratti profondamente commovente.
I tre discorsi d’apertura, pronunciati da Ira Glasser (Aclu), Ethan Nadelmann e il Reverendo Edwin Sanders hanno affrontato le principali questioni in gioco nella politica sulle droghe americana: gli aspetti razziali (i detenuti per reati connessi alla droga sono principalmente neri e ispanici), la marijuana medica e il trattamento in alternativa al carcere.
Secondo la mia opinione, essendo stato presente alle conferenze della Drug Policy Foundation sin da quando sono iniziate, nel 1987, per la prima volta c’è stato sentore di una svolta.
Politici importanti e conosciuti come Gary Johnson, governatore del New Mexico, Rocky Anderson, sindaco di Salt Lake City e Maxine Waters, congresswoman nera di Los Angeles, hanno chiesto un cambiamento radicale della politica sulle droghe, condannando l’attuale politica punitiva di ampio ricorso alla carcerazione in quanto distruttiva e moralmente sbagliata.
Inoltre, per la prima volta, è stata affrontata esplicitamente la questione molto spinosa della partecipazione dei neri al movimento di riforma della politica sulle droghe, in modo particolare dal Reverendo Sanders di Nashville.
Sanders ha pronunciato un discorso veramente evangelico, definendo oltraggiosi gli aspetti razziali della guerra alla droga e affermando che l’anno prossimo la metà dei partecipanti alla conferenza dovranno essere African American.
Il suo tema è stato “Svegliatevi”, urlato di tanto in tanto con tutto il fiato che aveva in gola, in un modo che noi europei non sappiamo eguagliare, nemmeno in Italia. I secondi di silenzio, prima che scoppiasse l’ovazione, costituiscono uno dei momenti più toccanti a cui mi sia mai capitato di assistere ad un’iniziativa della Drug Policy Foundation.
Due sessioni plenarie meritano qui di essere menzionate: la sessione sull’Mdma (ossia l’ecstasy) con una consumatrice a cui era stato somministrato Mdma per aiutarla ad affrontare la sofferenza per il marito che stava morendo; Charles Grob, un ricercatore che ha illustrato l’enorme componente di affarismo politico nel finanziamento della ricerca sulla cosiddetta Mdma negli Usa, e le lunghe ma costanti sperimentazioni per ottenere dal governo centrale finanziamenti per gli studi “dalla nostra parte” sull’Mdma medica. Se qualcuno non lo sapeva già, dopo questa sessione si è convinto ancora una volta di come l’informazione ufficiale sull’ecstasy assomigli più alla propaganda politica che a opinioni scientificamente fondate. Molto resta ancora da scoprire sull’ecstasy, ma l’allarme sulla grave neurotossicità di questa sostanza è semplicemente infondato e non plausibile.
Un’altra sessione plenaria ha trattato la difficile questione di quanto il movimento di riforma della politica sulle droghe debba sostenere il trattamento coatto come alternativa al carcere. Ira Glasser ha sostenuto l’idea che il trattamento coatto è una situazione terribile per chi vi è sottoposto, e certamente lo è se applicato “all’americana”. Le persone resterebbero a lungo in trattamento a causa della durata delle pene, con ripetuti test delle urine e altre forme di controllo sugli stili di vita. Egli ha affermato che optare per il trattamento non è una soluzione, e che preferirebbe fare a meno sia del carcere sia del trattamento, prevedendo quest’ultimo solo per coloro che ne facciano spontaneamente richiesta.
Deborah Small, del Lindesmith Centre, ha cercato di convincere il pubblico, numeroso e interessato, di quanto sia importante mettere immediatamente fine alle pene detentive inflitte in grande quantità, che stanno distruggendo le comunità nere. «Se è necessario, il trattamento forzato è sempre meglio delle carceri disumane e sovraffollate». Small ha confessato di essere stata profondamente coinvolta dalla violenza della guerra alla droga, in seguito alla quale sono stati uccisi suo padre e un suo vecchio boyfriend. Essa ha sostenuto l’opportunità di ottenere subito dei miglioramenti piuttosto che impegnarsi in una battaglia di riforma di più lunga durata, e il suo punto di vista ha trovato un vasto consenso.
Molte sessioni hanno avuto luogo al di fuori delle plenarie, e tutte erano strapiene. Una di esse è stata dedicata completamente all’America Latina, un’altra ha affrontato le novità europee (in particolar modo della Svizzera e dell’Olanda).
Alcune sessioni sono state dedicate ai vincitori di premi. Il premio più importante è andato al governatore del New Mexico Gary Johnson. Johnson ha tenuto un discorso lungo e molto vivace, in cui ha fornito fatti e cifre, e ha messo in ridicolo i guerrieri alla droga. Tutti si sono alzati e hanno applaudito per parecchi minuti! Le premiazioni offrono ricchi spunti sulle vicissitudini e gli effetti distruttivi della guerra della droga. Chi riceve il premio ha combattuto questa guerra per lungo tempo, opponendosi alla sua violenza con energia e intelligenza a volte incredibili. Ricordo quella donna fragile, l’avvocata Lynn Paltrow, che conduce una battaglia solitaria a favore delle donne nere cui vengono tolti i figli, perché accusate di averli “drogati” attraverso il cordone ombelicale. È incredibile a quanti tribunali si è rivolta, incredibili sono le motivazioni che le sono state opposte, incredibile il comportamento poliziesco del personale sanitario: a tutto ciò Fuoriluogo dovrebbe dedicare uno spazio di attenzione. Non dobbiamo pensare che queste cose non possano accadere qui!
Ricordo anche Chris Conrad, che con sua moglie Mikki ha attraversato gli Usa per dimostrare che i cosiddetti criminali della droga sono nella maggior parte dei casi non violenti, semplici persone “normali” che non fanno altro che fumare un po’ d’erba, coltivare qualche pianta o guidare una macchina che è stata usata per trasportare droga. Le lunghe pene che vengono inflitte a queste persone, spesso perché rifiutano di fornire informazioni alla polizia, sono sbalorditive.
I premi sono per la maggior parte assegnati a persone che combattono una battaglia quotidiana contro la repressione in modo da fare notizia o produrre qualche significativo risultato a livello locale.
Per finire, voglio ricordare la proiezione di un recente documentario su quarantasette cosiddetti “spacciatori di cocaina” arrestati l’anno scorso a Tulia, un piccolo villaggio di coltivatori di trecento anime in Texas. La gran parte degli abitanti neri furono accusati di spacciare cocaina e condannati a lunghissime pene carcerarie sulla base della sola testimonianza di un poliziotto. Li abbiamo visti mentre lavoravano in prigione, incatenati gli uni agli altri come ai tempi della schiavitù. Abbiamo sentito parlare del cosiddetto “processo” e per un momento abbiamo guardato attraverso il telescopio del tempo: così, nella Silicon valley, abbiamo visto le streghe sui pali.
Ho guidato per un giorno attraverso il magnifico paesaggio del Nuovo Messico e i pueblos indiani. A Giancarlo Arnao sarebbe certo piaciuto. Appuntamento al prossimo anno, speriamo nello stesso posto.