Tempo di lettura: 3 minutiSusanna Ronconi

Qualche mese fa, il direttore del Dipartimento politiche antidroga Giovanni Serpelloni invitava i genitori a effettuare sui figli  il test del capello, per verificare se assumono sostanze, proprio come si fa  dal dentista per il controllo delle carie (sic!). Invito ribadito il 1 aprile, nel corso della trasmissione di radiodue “28 minuti”, accompagnato dalla raccomandazione di evitare il “fai da te” casalingo per rivolgersi ai professionisti.

L’allarme crescente attorno a incidenti stradali causati sempre più  – si dice – dall’uso di sostanze  ha prodotto innovazioni normative che portano fino al carcere (e all’imputazione di omicidio colposo in caso di vittime) per chi è trovato positivo ai test, o che meno drammaticamente revocano la patente di guida: cosa che può avere effetti comunque importanti sulla vita delle persone, a cominciare da quella lavorativa. Un ragazzino che voglia guidare il motorino deve passare attraverso l’analisi del capello, e una qualsiasi traccia positiva – non importa quando e quanto – glielo nega. In tema di lavoro, poi, le norme che autorizzano il test  su alcune categorie che ricoprono mansioni delicate, da ovvia  e dovuta prevenzione,  si sono fatte larghe e indefinite, fino a consentire ai  datori di lavoro di predisporre controlli indiscriminati e  senza dover fornire troppe ragioni. Tanto che i sindacati – che pure vedono in certi controlli una tutela anche per il lavoratore stesso – chiedono al governo la riapertura di un tavolo ad hoc per ridiscutere criteri e tutele. ll delicato bilanciamento tra prevenzione (anche per la incolumità di terzi) e garanzia della libertà e della privacy  di ognuno è tema frettolosamente messo da parte,  sull’assunto che il controllo è più efficace dell’azione basata sull’educazione. Anche qui, come in tutte le politiche sulla cosiddetta “sicurezza”, si predilige la rassicurazione alla sicurezza effettiva.

C’è poi un problema assai concreto: tutto passa attraverso la misurazione “scientifica” dell’avvenuta assunzione  di sostanze e – si deve o dovrebbe intendere – della conseguente alterazione che mette se stessi e gli altri “a rischio”. Sull’ipotetico accertamento dello stato di alterazione ha già scritto in questa rubrica Pier Paolo Pani (28/1), spiegando con chiarezza che rilevare la presenza di metaboliti nelle urine o attraverso l’analisi del capello non significa avere l’evidenza del nesso assunzione-alterazione. Tradotto rispetto all’alcool sarebbe come dire: possono guidare (o lavorare) solo gli astemi, invece che chi è sobrio al momento. Per di più, si scopre che perfino nella rilevazione dell’assunzione c’è poco di scientifico. E’ grazie a uno studio condotto dall’Istituto Superiore di Sanità italiano (ISS), insieme a ricercatori spagnoli, che oggi sappiamo della inattendibilità dei test, della fragilità di quell’assunto “scientifico” che dovrebbe essere la base della certezza del controllo e della sanzione. E’ dal 2002 che l’ISS si dedica a migliorare la performance dei laboratori di analisi, quelli del Servizio sanitario nazionale e quelli di Medicina forense, con l’obiettivo di migliorare le tecniche e dunque l’attendibilità dei risultati a fronte di troppo ampi margini di errore.

Nel 2006 è stata condotta una nuova fase della ricerca, per verificare se gli interventi degli anni precedenti avessero dato buoni risultati. Tra i 32 laboratori inclusi, ben 14 hanno fornito esiti errati, sia falsi positivi che falsi negativi, e le conseguenze possono essere pesanti in entrambi i casi. Dunque il 40% dei centri pubblici sbaglia. Non sappiamo cosa accade in quelli privati, la ricerca non li ha analizzati perché si sono rifiutati. E si può capire, con un guadagno fino a 200 euro per capello… La lettura della fonti possibili dell’errore non è a sua volta tranquillizzante:   sbagliata  preparazione del campione, uso di metodologie di analisi non validate scientificamente, errata valutazione dei dati quantitativi e qualitativi. Un’indeterminatezza davvero inquietante cui sono legate le sorti di milioni di persone, che nulla ne sanno, perché  “test” e “scienza” continuano ad essere per i più parole che non si discutono. Le parole del potere.

(La ricerca dell’Istituto Superiore di Sanità su www.fuoriluogo.it)