I promotori della campagna ...E tu slegalo subito hanno inviato una lettera aperta all’Assessore alla Salute della Regione Sardegna, dopo un altro caso di morte in stato di contenzione, nel settembre scorso: un uomo di trenta anni, legato mani e piedi da più giorni nel Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura-SPDC di un ospedale di Sassari.

Nel 2015, il Comitato Nazionale di Bioetica pubblicò un parere in cui si denunciava l’uso della contenzione come pratica routinaria (invece che assolutamente straordinaria) e invitava tutte le istituzioni competenti “ad adottare tutte le misure possibili per raggiungere l’obiettivo del superamento della contenzione”. A distanza di quattro anni, questo è purtroppo un obiettivo ancora lontano, dunque la battaglia per una nuova cultura della salute mentale, rispettosa dei diritti delle persone, deve andare avanti.

In tale ambito, merita un occhio di riguardo il libro di Giovanni Rossi “Due o tre cose che so di lei. Ricettario della salute mentale” (Editoriale Sometti, Mantova, pp.253). Giovanni Rossi, oltre a essere un attivista (ha fondato il club degli SPDC no restraint), è uno psichiatra, che ha diretto il Dipartimento di Salute Mentale di Mantova. E’ dunque un esperto, che tuttavia scrive un libro in un linguaggio non tecnicistico (pur maneggiando con estrema precisione concetti e paradigmi scientifici e culturali). Il suo scritto permette di aggirarsi con agio nel vasto e controverso terreno della salute mentale scattando “istantanee” varie (le “ricette”): da casi emblematici e dalle storie di vita, alla rivisitazione di eventi storici e di “persone importanti”, fino all’approfondimento di concetti chiave. Tante “ricette” (da cuoco, non da medico), che niente hanno a che fare con lo sguardo “oggettivante” della diagnosi clinica. Il lettore può trovare un filo unificante in una nuova idea di salute mentale “non più coincidente con l’assenza di diagnosi di malattia”. La salute mentale “non dipende più dal giudizio psichiatrico”, è un work in progress – che vede l’individuo protagonista nel perseguire il pieno sviluppo personale, relazionale e sociale. In questa luce, i diritti sono un volano fondamentale di salute mentale. Di converso, un approccio trattamentale che ignori la soggettività del paziente – fino all’estremo del ricorso alla contenzione– rientra nella vecchia logica manicomiale di controllo, e non di cura della persona. A questo orizzonte culturale si è ispirata di recente la Corte di Cassazione, quando ha stabilito che la contenzione non è mai un atto terapeutico.

Sul tema specifico della contenzione, hanno scritto Maria Luisa Menegatto e Adriano Zamperini, “Coercizione e disagio psichico. La contenzione fra dignità e sicurezza” (Il Pensiero Scientifico Editore, Roma, pp.152). Oltre a inquadrare la questione nella prospettiva storica e giuridica, il lavoro di Menegatto e Zamperini si addentra nella pratica dal punto di vista di chi la mette in atto, attraverso interviste a operatori vari. Gli autori si rifanno, criticandolo, al “paternalismo medico”, da ricondurre al conflitto fra principio di beneficienza e principio di autonomia (del paziente), e dal sopravvento del primo sull’altro. Beneficienza e autonomia sono due dei principi fondanti dell’etica medica, ma c’è da chiedersi se su questi sia opportuno ragionare per un atto che non ha niente di terapeutico come la contenzione. Inoltre, il nuovo apprezzamento della soggettività del paziente nella relazione di cura induce a declinare diversamente il rapporto fra i due principi. Non più beneficienza versus autonomia, alla ricerca di un “bilanciamento”. L’autonomia è l’unico canale attraverso cui il medico può operare per il bene del paziente. E’ il principio del consenso informato. Che deve valere anche per le persone con disturbo mentale.