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A Vienna, per decenni, il momento del voto semplicemente non arrivava mai. Chi segue i lavori della Commission on Narcotic Drugs (CND), il principale organismo delle Nazioni Unite sulle politiche delle droghe, conosce bene quel rito liturgico di quella che Peter Cohen chiamava la Chiesa della Proibizione. Dopo giorni di negoziati estenuanti, il presidente chiedeva se vi fossero obiezioni. Seguiva qualche secondo di silenzio. Il martelletto batteva sul tavolo. «Adottato per consenso». Era il cosiddetto Vienna Spirit. Un’espressione che evocava cooperazione multilaterale ma che, col tempo, aveva assunto un significato molto diverso: evitare il voto a qualsiasi costo.

Dietro quell’apparente unanimità, infatti, si consumava un meccanismo ben noto ai diplomatici. Bastava che un piccolo gruppo di Paesi minacciasse di rompere il consenso perché i riferimenti più innovativi venissero cancellati. Diritti umani, riduzione del danno, pena di morte, proporzionalità delle sanzioni, salute pubblica: ogni parola controversa finiva sul tavolo delle trattative fino a scomparire, sacrificata in nome dell’unità. Il consenso, insomma, era diventato il più efficace alleato dell’immobilismo.

Oggi quel sistema non c’è più. È questa la conclusione più importante del nuovo rapporto dell’International Drug Policy Consortium (Progress amidst uncertainty: Report of the 69th session of the UN Commission on Narcotic Drugs) dedicato ai cambiamenti della Commissione ONU sulle droghe: il cosiddetto “consenso di Vienna” non è soltanto entrato in crisi, ma sta rapidamente lasciando il posto a un nuovo modo di fare politica internazionale. Curato da Adrià Cots Fernández, Se-
nior Associate for Research and Advocacy at IDPC, il report è scaricabile da qui, mentre qui trovate la traduzione in italiano del sommario esecutivo.

Il giorno in cui Vienna ha iniziato a cambiare

Il punto di svolta arriva nel marzo 2024. Per la prima volta nella storia recente della Commissione, una risoluzione che contiene esplicitamente l’espressione harm reduction non viene ritirata né svuotata durante i negoziati. La Russia decide di chiedere il voto. Accade qualcosa che fino a pochi mesi prima sembrava impensabile. La risoluzione viene approvata con una larga maggioranza. Russia e Cina votano contro. Trentasette altri Paesi scelgono invece di sostenere il testo. Per la prima volta il mondo vede nero su bianco ciò che il consenso aveva nascosto per anni: la maggioranza degli Stati non condivide più la linea del blocco proibizionista.

L’anno successivo il cambiamento diventa strutturale. Nel 2025 nessuna delle sei risoluzioni della Commissione viene adottata per consenso. Tutte finiscono ai voti. È un terremoto diplomatico. Ma soprattutto è la dimostrazione che il vecchio equilibrio è definitivamente saltato. Nel 2026 il fenomeno si consolida ulteriormente. Non è più soltanto l’amministrazione statunitense a rompere il consenso: anche Cina e India ricorrono al voto quando ritengono che i testi siano incompatibili con le proprie posizioni. Il voto non rappresenta più un incidente, ma una nuova normalità.

Dal compromesso permanente alla politica

Per molti la parola “consenso” ha un valore certamente positivo. Evoca dialogo, mediazione, diplomazia. Alla CND, però, aveva finito per produrre l’effetto opposto. Poiché ogni Stato poteva bloccare un testo, una piccola minoranza riusciva di fatto a esercitare un potere di veto sull’intera comunità internazionale. Non era necessario convincere la maggioranza. Bastava, dopo lunghissime trattative e mediazioni sempre più al ribasso, negare il consenso per impedire così che il documento arrivasse in plenaria.

È per questo che per anni Vienna ha continuato a parlare un linguaggio sulle droghe sempre uguale a sé stesso, mentre nel resto del mondo le politiche sulle droghe cambiavano profondamente. Nel frattempo decine di Paesi introducevano programmi di riduzione del danno, regolamentavano la cannabis, sperimentavano approcci alternativi al carcere, riconoscevano l’importanza dei diritti umani nelle politiche sulle droghe. Ma tutto questo faticava a trovare spazio nei documenti ufficiali delle Nazioni Unite. Il consenso non fotografava il mondo nella sua varietà. Lo congelava più o meno al 1961.

Il cambiamento descritto dal rapporto IDPC è quindi molto più profondo di una questione procedurale. Quando un testo viene votato, le posizioni degli Stati diventano pubbliche. Le alleanze emergono con chiarezza. Le maggioranze possono formarsi anche senza l’assenso di tutti. Soprattutto, i Paesi promotori di una riforma non sono più costretti a svuotare preventivamente le proprie proposte nel tentativo di convincere chi non ha alcuna intenzione di essere convinto.

La diplomazia perde qualcosa in uniformità, ma guadagna in trasparenza. E anche la società civile acquisisce uno strumento fondamentale: può finalmente chiedere conto ai governi di come votano, invece di limitarsi a osservare documenti finali il cui linguaggio è stato negoziato dietro porte chiuse.

Rotto il “fronte proibizionista”, la riforma non è più un’utopia

Il rapporto racconta anche un’altra trasformazione meno evidente ma altrettanto significativa. Le vecchie geografie politiche stanno saltando. Non esiste più un Occidente compatto contrapposto a un Sud globale proibizionista. Paesi latinoamericani, africani, europei e asiatici costruiscono alleanze variabili a seconda dei temi. Alcuni sostengono la riduzione del danno ma sono più prudenti sui diritti umani; altri rivendicano maggiore flessibilità nell’applicazione delle Convenzioni ma mantengono posizioni tradizionali su altri aspetti. È il segno che la politica internazionale sulle droghe sta finalmente assomigliando alla politica reale: meno blocchi ideologici, più coalizioni costruite attorno ai singoli dossier.

Naturalmente il proibizionismo non è finito. Russia, Cina e altri governi continuano a esercitare un’influenza significativa. Le tensioni geopolitiche rendono i negoziati più difficili e il rischio di polarizzazione è concreto. Lo stesso titolo del rapporto parla di «progressi nell’incertezza». Eppure qualcosa di irreversibile sembra essere accaduto. Per la prima volta da decenni, il sistema internazionale non è più prigioniero dell’illusione dell’unanimità.

Può sembrare un paradosso, ma proprio la fine del consenso rende oggi più democratico il confronto globale sulle droghe. Non perché tutti la pensino allo stesso modo, bensì perché finalmente le differenze possono emergere, essere misurate e, quando esiste una maggioranza, trasformarsi in decisioni. Forse è questa la lezione più importante che arriva da Vienna. Le riforme non avanzano quando tutti sono d’accordo. Avanzano quando il dissenso smette di essere nascosto sotto il tappeto e diventa politica. Ed è proprio in quello spazio, aperto dal voto, che oggi può iniziare la lunga trasformazione del sistema internazionale di controllo delle droghe.

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  • pdf CND69 PROCEEDINGS_report_FINAL
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    Aggiunto in data: 31 Luglio 2026 9:35 Dimensione del file: 3 MB Download: 39