La foglia di coca resta tra i “nemici pubblici” del sistema ONU sulle droghe. A dirlo è la raccomandazione del Comitato di esperti dell’OMS sulle dipendenze (ECDD), che dopo la revisione critica chiesta dalla Bolivia ha deciso di mantenere la coca nella Tabella I della Convenzione unica del 1961, quella riservata alle sostanze più pericolose.
A Vienna, alla sessione riconvocata della Commissione ONU sugli stupefacenti (CND), l’International Drug Policy Consortium (IDPC) ha preso la parola a nome di 57 organizzazioni della società civile, delle comunità e dei popoli indigeni per denunciare questa scelta come «un fallimento critico di un sistema bloccato nel passato». Fra i firmatari ci sono anche Forum Droghe e La Società della Ragione, insieme a reti di persone che usano droghe, associazioni indigene e organizzazioni per i diritti umani da tutto il mondo.
La foglia di coca è una pianta coltivata e utilizzata da millenni nei territori andino-amazzonici per scopi religiosi, culturali, nutrizionali e medicinali. La sua proibizione internazionale è figlia di studi pseudo-scientifici, intrisi di razzismo e colonialismo, che negli anni Cinquanta e Sessanta hanno cancellato le conoscenze indigene e trasformato un uso tradizionale in “problema di droga”. La revisione chiesta dalla Bolivia avrebbe potuto finalmente fare i conti con questo errore storico.
Secondo lo stesso ECDD, non emergono prove di danni rilevanti per la salute pubblica legati al consumo tradizionale di coca, né elementi di significativa capacità di indurre dipendenza. Il comitato riconosce inoltre l’esistenza di potenziali usi terapeutici, nutrizionali e industriali della foglia, sempre più diffusi nelle Americhe e in altre regioni. Eppure la conclusione è stata quella di non cambiare nulla: la coca resta accanto a eroina e cocaina nella tabella più restrittiva del sistema.
Per IDPC e le organizzazioni firmatarie questo significa ignorare non solo la storia e le evidenze scientifiche, ma anche l’impatto concreto che il mantenimento del divieto ha sulle comunità che vivono di coltivazione di coca. In vaste aree della regione andino-amazzonica migliaia di famiglie dipendono da questa pianta per sopravvivere. Le politiche di militarizzazione e di eradicazione forzata, spesso dentro ecosistemi fragili e territori indigeni, hanno prodotto violenze, sfollamenti, inquinamento di acqua e suolo, insicurezza alimentare, violazioni del diritto alla salute e, in troppi casi, morti fra contadini e difensori dei diritti umani.
La scelta dell’OMS e, di riflesso, della CND conferma un impianto che rifiuta di mettere in discussione il paradigma punitivo e di assumere seriamente il linguaggio dei diritti umani, dei diritti dei popoli indigeni, dell’ambiente. In un momento in cui il sistema ONU è attraversato da crisi di legittimità e promesse di riforma, la revisione della coca poteva diventare un segnale di cambiamento: riconoscere un torto storico, correggere una classificazione priva di basi scientifiche, aprire la strada a politiche di regolazione rispettose delle comunità.
Nulla di tutto questo è accaduto. L’ECDD ha scelto di proteggere l’architettura di controllo delle droghe così com’è, invece di riconoscere che è proprio quella struttura – costruita su gerarchie coloniali, paura e repressione – ad avere fallito i suoi stessi obiettivi dichiarati. Intanto, mentre a Vienna si ripetono le vecchie ricette, nei paesi produttori e nei mercati globali continuano le violenze della guerra alla droga, l’espansione del narcotraffico, la devastazione dei territori.
La vicenda della coca parla anche a noi, in Europa e in Italia. Ricorda che la “scienza” usata per giustificare la proibizione spesso è selettiva, che i trattati internazionali non sono intoccabili e che la riforma delle politiche sulle droghe passa anche dalla capacità di rimettere al centro le persone, le comunità e i loro diritti, non i dogmi ideologici. Per questo l’appello lanciato all’ONU da IDPC e dalle organizzazioni firmatarie non riguarda solo la foglia di coca: è un invito a liberare l’intero sistema di controllo delle droghe dall’eredità coloniale che ancora lo imprigiona.
