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ROMA – Quando ti pestano e poi muori c’è un assassino? Oppure le botte sono solo botte e il resto lo fa l’incuria? Le due verità sul caso Cucchi vanno alla prova. Dopo l’esame di 29 consulenti di parte, praticamente il gotha della medicina legale in Italia, il 9 maggio la seconda Corte d’assise di Roma affiderà una maxiperizia per stabilire se al centro della scena c’è un omicidio. Quali sono i dubbi di questo processo, i nodi da sciogliere? “Lo Stato se l’è preso vivo e ce lo ha ridato morto”, sostiene la famiglia di Stefano. La procura racconta invece la storia di un giovane arrivato in tribunale per la convalida di un fermo per droga, che viene picchiato nei sotterranei e poi abbandonato all’ospedale Pertini di Roma. Una verità terribile, ma “insufficiente”, “monca” per chi ha perso un figlio con due fratture alla spina dorsale. La dialettica nel bunker di Rebibbia non si gioca tra Accusa e Difesa, come sempre in un processo. “Ma tra i pm e noi parte civile”, dice Ilaria Cucchi. “C’è omertà”.

LA MAXIPERIZIA
Dovrà rispondere a una serie di interrogativi che attraversano il dibattimento, per esempio se le lesioni alla schiena siano dovute a un pestaggio, sempre che ci sia stato. “Sono indubbia conseguenza” per il professor Vittorio Fineschi dell’università di Foggia, consulente della famiglia. Non è così per Paolo Arbarello, di medicina legale a La Sapienza, perito della procura:
la frattura lombare sarebbe “vecchia”, quella sacrale più recente ma “compatibile con una caduta sul sedere”. Dunque, niente “calci assassini”. Per questo rispondono “solo” di lesioni tre agenti della polizia penitenziaria (Nicola Minichini, Corrado Santantonio, Antonio Domenici), a giudizio con sei medici (Aldo Fierro, Silvia Di Carlo, Stefania Corbi, Luigi De Marchi Preite, Rosita Caponetti, Flaminia Bruno) e tre infermieri (Giuseppe Flauto, Elvira Martelli, Domenico Pepe) del Pertini, accusati di aver abbandonato e “nascosto” il paziente. I pm Francesca Loy e Vincenzo Barba non si tacciono che l’interrogativo principe sarà sulle cause della morte. Due verità opposte, dicotomiche si sono affrontate in aula per mesi. Persino sulla dinamica dei fatti.

I DUBBI
Stefano Cucchi viene arrestato dai carabinieri nel parco degli Acquedotti la sera del 15 ottobre 2009 per droga. Passa la notte nella caserma di Tor Sapienza, ed è qui che comincia a star male. Tanto che alle 5.30 del mattino i militari chiamano il 118. “Se stava bene all’1.30 perché l’ambulanza all’alba?”, osserva l’avvocato Diego Perugini, difensore dell’agente Minichini. Non solo, il carabiniere Stefano Mollica, che dalla caserma lo porta in tribunale, racconta alla Corte: “Notai subito il viso gonfio e arrossamenti intorno agli occhi. Gli chiesi se aveva bisogno di un medico, rifiutò”. Cucchi ha mai parlato di carabinieri? “A due detenuti arrestati la stessa notte. Dicono la verità? Mentono? Il verbale è agli atti”, osserva l’avvocato Perugini. C’è pure la testimonianza dell’agente dell’ufficio casellario di Regina Coeli, Bruno Mastrogiacomo, che al processo afferma: “Cucchi mi disse che era stato menato all’atto dell’arresto”. Nessun carabiniere è finito sotto inchiesta, cosa ha fatto la procura di queste dichiarazioni? “Non ci sono stati riscontri”, rispondono i pm. Allora che cosa è successo? “Che lo hanno pestato due volte – sostiene Fabio Anselmo, legale della famiglia – una in caserma e l’altra nei sotterranei del tribunale”. Lì c’è un giovane africano, Samura Yaya, anche lui in attesa di giudizio, sente dei “calci”, vede “l’uniforme blu”. Il colore dei penitenziari. La sua voce è il perno dell’accusa.

LA CAUSA MORTIS
Cucchi è davvero malconcio, tanto che l’agente Minichini, che giura di non averlo mai toccato, chiama il medico del tribunale. A sera al Fatebenefratelli il riscontro delle fratture. A questo punto soltanto la superperizia potrà stabilire se si annida lì la causa mortis, oppure “se il fisico provato di un ex tossicodipendente non ha retto all’abbandono”. In cinque giorni di ricovero al Pertini, la sua tomba, Stefano accumula quasi un litro e mezzo di urina nella vescica. E’ una mummia di dolore. I consulenti della famiglia affermano che è stata la miccia della reazione mortale. I medici e gli infermieri si difendono dicendo che il paziente non collaborava, rifiutava il cibo. “Mio fratello chiedeva un avvocato, non mangiava per protesta. Finalmente solo ora i giudici ci credono”, dice Ilaria. “Cucchi respingeva le terapie – replica l’avvocato Gaetano Scalise, per il professor Fierro – Abbiamo esibito alla Corte 14 verbali di rifiuto. La sua è stata una morte improvvisa”. Il cuore si è fermato alle 5.30 del 22 ottobre 2009. Senza la presenza di un solo rianimatore. Eppure in Corte d’assise l’assoluzione degli imputati non appare affatto da escludere. La maxiperizia potrebbe scongiurare il rischio.