Con la decisione depositata il 24 marzo, la Corte di Cassazione rimette un punto fermo in una materia che negli ultimi mesi è stata troppo spesso attraversata da forzature, sequestri e scorciatoie punitive. Il ricorso del pubblico ministero contro l’ordinanza del Tribunale di Sassari è stato dichiarato inammissibile, e resta dunque confermata la valutazione del giudice di merito: la coltivazione oggetto del procedimento era pienamente lecita, perché conforme alla legge 242 del 2016.
Non è solo una buona notizia per le imprese coinvolte. È una pronuncia che viene utile a tutto il comparto della canapa industriale. Perché il punto decisivo della vicenda è semplice: la sola presenza di infiorescenze non può bastare, da sola, a trasformare una coltura lecita in un fatto penalmente rilevante. La Cassazione, richiamando il solco già tracciato dalle Sezioni Unite, lascia intatto il principio secondo cui ciò che conta è la verifica concreta dell’offensività del fatto, cioè dell’effettiva capacità drogante della sostanza e della sua reale destinazione.
È proprio qui che si incrina l’automatismo repressivo. L’idea che il fiore basti a fare il reato, che la fisiologia stessa della pianta possa diventare indizio sufficiente di colpevolezza, non regge davanti al vaglio della giurisdizione. La coltivazione industriale delle varietà ammesse, svolta per le finalità previste dalla legge, resta distinta dal circuito penale degli stupefacenti. E non può essere trascinata dentro quel perimetro per inerzia ideologica o per semplificazione investigativa.
Nel caso di Sassari c’è anche un dato materiale rilevante: nei locali aziendali erano stati rinvenuti residui di piante non ancora lavorati, con presenza di infiorescenze, ma non prodotti costituiti da infiorescenze nella forma già lavorata. Anche questo ha pesato nella decisione. Ma il significato della pronuncia va oltre il caso concreto, perché riafferma che non esiste una presunzione assoluta di illiceità fondata su un dato botanico.
Canapa Sativa Italia legge la sentenza come un’ulteriore battuta d’arresto contro gli automatismi repressivi. La posizione di CSI è netta: la coltivazione industriale lecita “può e deve proseguire”; non può essere trascinata automaticamente nel penale solo perché dalla pianta si ricavano infiorescenze; e “il diritto penale non può essere usato per colpire la normale fisiologia di una coltura agricola consentita, in assenza di una reale efficacia drogante e di un concreto profilo offensivo”.
È un passaggio politico, prima ancora che giuridico. Perché mentre una parte dell’apparato repressivo continua a cercare nella canapa industriale un bersaglio facile, la Cassazione ricorda che il diritto non può piegarsi alla paranoia proibizionista. La distinzione tra agricoltura lecita e sostanza stupefacente non può essere cancellata a colpi di sequestro. E il principio di offensività, spesso evocato e troppo poco rispettato, torna qui a fare il suo mestiere: impedire che la macchina penale venga usata contro attività consentite dall’ordinamento. Insomma fare il lavoro di equilibrio di poteri che qualcuno voleva incrinare, almeno sino a lunedì scorso.
