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Nella bozza del nuovo schema di decreto legislativo sul florovivaismo, in attuazione della delega prevista dalla legge 102/2024, la canapa industriale compare quasi di sfuggita. Ma non è un dettaglio neutro. Il provvedimento, ancora non emanato, nasce per disciplinare coltivazione, promozione, commercializzazione, valorizzazione e incremento della qualità dei prodotti florovivaistici. Definisce il settore, individua la filiera, introduce strumenti di programmazione, formazione, logistica, riconversione delle strutture produttive, vivaismo forestale, verde urbano e marchi di qualità. Un decreto, dunque, che avrebbe dovuto guardare alla modernizzazione di un comparto agricolo importante, intrecciato con la transizione ecologica, la cura del territorio e la qualità degli spazi urbani.

Eppure, dentro questa cornice, torna la canapa. L’articolo 1, comma 4, stabilisce infatti che restano ferme le disposizioni dell’articolo 1, comma 3-bis, e i divieti dell’articolo 2, comma 3-bis, della legge 242/2016. Il richiamo viene poi ripreso anche nell’articolo 12, relativo al Piano nazionale del settore florovivaistico, e nelle disposizioni finali, dove si ribadisce che il decreto si applica nel rispetto della legge 242.

Il punto è proprio questo: non si richiama semplicemente la legge sulla canapa industriale nel suo impianto originario, nato per promuovere una filiera agricola sostenibile, innovativa e multifunzionale. Si richiama la legge 242 come modificata dal Decreto sicurezza, cioè dopo l’introduzione di norme che hanno voluto colpire in particolare infiorescenze, resine e derivati della canapa industriale, ricondotti nella sfera della disciplina sugli stupefacenti anche quando provenienti da varietà certificate e con THC entro i limiti previsti.

Federcanapa ha denunciato con chiarezza il problema: inserire in un decreto sul florovivaismo una clausola che ribadisce quei divieti appare una scelta politicamente significativa e giuridicamente discutibile, tanto più mentre la questione è al centro di un contenzioso europeo. Per la federazione, il richiamo a una norma in attesa di giudizio davanti alla Corte di giustizia dell’Unione europea è “grottesco e giuridicamente inappropriato”.

La vicenda conferma quanto già emerso nel dibattito sulla legge 242/2016. Quella norma era nata per sottrarre la canapa industriale all’ambiguità repressiva, riconoscendola come coltura agricola, risorsa ambientale, materia prima per tessile, bioedilizia, alimentazione, cosmetica, ricerca e innovazione. Negli anni, però, invece di accompagnare la crescita della filiera con regole chiare, controlli proporzionati e politiche industriali, il legislatore ha scelto la strada opposta: produrre incertezza, criminalizzare interi segmenti produttivi, spaventare agricoltori, trasformatori, commercianti e investitori.

Il paradosso è evidente. In un decreto che parla di verde urbano, sostenibilità ambientale, ricerca varietale, formazione specialistica e valorizzazione delle produzioni vegetali, la canapa non viene trattata come opportunità agricola e ambientale, ma come eccezione da contenere. Invece di riconoscere pienamente una pianta che appartiene alla storia agricola italiana e che potrebbe contribuire alla riconversione ecologica di molte filiere, si sceglie ancora una volta di guardarla attraverso la lente del sospetto.

Non è solo una questione tecnica. È una precisa continuità politica: anche quando si parla di agricoltura, vivaismo e sostenibilità, la canapa viene riportata dentro l’immaginario della proibizione. Il risultato è una norma che rischia di consolidare l’incertezza e di rafforzare il messaggio più dannoso per il settore: investire nella canapa in Italia resta un azzardo, non per ragioni agronomiche o di mercato, ma per l’instabilità delle scelte legislative.

La filiera della canapa avrebbe bisogno dell’esatto contrario: certezza del diritto, armonizzazione con il quadro europeo, tutela degli operatori, distinzione netta tra colture industriali certificate e mercato illegale, riconoscimento del valore agricolo, ambientale e produttivo della pianta. E invece arriva l’ennesimo segnale preoccupante da un governo che continua a tagliare le radici di una delle filiere più promettenti dell’agricoltura sostenibile.