Come ItaNPUD APS, associazione italiana di persone che usano droghe (associazione di promozione sociale), vogliamo chiarire un punto fondamentale: la distribuzione delle “crack pipe” da parte del Comune di Bologna non è un’istigazione al consumo di sostanze.
È invece una misura di riduzione del danno, cioè un modo concreto per proteggere la salute di chi già consuma sostanze, ridurre rischi, prevenire malattie e salvare vite.
Chiedere strumenti puliti e sicuri non significa promuovere l’uso, significa affermare un principio semplice ma troppo spesso dimenticato: lo Stato deve tutelare la salute di tutte le persone, indipendentemente dai loro comportamenti.
La salute non può essere un privilegio riservato a chi vive secondo regole “accettabili”. È un diritto universale, sancito dalla Costituzione e ribadito dalle politiche europee e internazionali.
Per questo respingiamo con forza la strumentalizzazione politica che vuole far passare la riduzione del danno come un favore ai “drogati”. La riduzione del danno è parte integrante delle politiche sanitarie moderne, è un obbligo di giustizia sociale e di responsabilità collettiva.
Non chiediamo approvazione per le nostre scelte di vita. Chiediamo rispetto, dignità e la stessa attenzione alla salute che ogni cittadino e cittadina dovrebbe ricevere.
Quelle pipe non sono uno scandalo. Lo scandalo è che in Italia si continui a fingere che la riduzione del danno non esista. Sono strumenti riconosciuti dall’OMS, dall’ONU, dall’Unione Europea. Servono a prevenire lesioni, infezioni e morti. Non incentivano l’uso, ma riducono i rischi di pratiche che avvengono comunque. Chi dice il contrario mente consapevolmente, e lo fa per alimentare stigma e paura. Invece di raccontare menzogne i cittadini dovrebbero essere informati: la riduzione del danno è un LEA, un Livello Essenziale di Assistenza dal 13 Gennaio 2017, data in cui il Consiglio dei Ministri ha aggiornato le prestazioni e i servizi che il Sistema Sanitario Nazionale deve garantire. Mentre nel nostro Paese si fa fatica a veder riconosciuti i propri diritti, in Europa si sperimenta, si innova, si investe in politiche di salute pubblica dal Portogallo che depenalizza, alla Svizzera che offre stanze del consumo sicuro, alla Germania che apre al controllo statale delle sostanze.
In Italia siamo ancora prigionieri della legge 309/90: una legge che ha riempito le carceri, distrutto vite, e garantito profitti solo alle mafie.Il 7 e 8 novembre a Roma, alla Controconferenza nazionale sulle droghe, la società civile si riprenderà la parola. Non perché lo Stato ce la concede, ma perché ce la siamo presa: il governo ha escluso sistematicamente chi lavora nella riduzione del danno e le persone che usano droghe dai tavoli istituzionali.
Ci ignorano? Ci cancellano? Bene: noi alziamo la voce ancora più forte.
Noi non siamo “oggetti di cura”, non siamo “malati da compatire” né “criminali da punire”. Siamo persone. Siamo cittadini. Abbiamo corpi, vite, diritti. E abbiamo il dovere di denunciare l’ipocrisia di chi parla di “sicurezza” mentre alimenta solo carcere, stigma e repressione.
Il Comune di Bologna ha avuto il coraggio di fare un passo avanti. Tocca a noi fare in modo che non resti isolato. La Controconferenza sarà la nostra risposta: la prova che non siamo più disposti ad aspettare il permesso di esistere.
Riduzione del danno è resistenza.
