La rivoluzione femminile è avvenuta e le donne ormai sono ovunque. La consapevolezza del cambiamento porta a indagare la presenza femminile anche in quei luoghi che, purtroppo, non sono nuovi a essa. Questo desiderio muove il viaggio attraverso il carcere di Monica Lanfranco (Donne dentro. Detenute e agenti di polizia penitenziaria raccontano, Genova, La Clessidra editrice, 1998, pp. 123, L. 15.000), avvicinatasi all’istituzione penitenziaria non sulla spinta del dibattito politico sull’uso della carcerazione, ma domandandosi “se qualcosa del lavoro di scavo e di semina fatto in questi anni dal movimento delle donne fosse trapelato dietro quei muri così spessi, impenetrabili non solo materialmente”.

Attraverso i racconti delle detenute e delle agenti di Pozzuoli, Milano, Verona, Genova, Roma, Sollicciano e Venezia, ma anche attraverso le osservazioni e i ricordi di Lidia Menapace, che scrive la postfazione del volume, prende corpo una realtà variegata e fortemente differenziata, a cominciare dalla collocazione urbanistica e dalla struttura dell’edificio carcerario. L’intento dichiarato è anche quello di “verificare se e come esistano dei margini per lo svilupparsi di relazioni significative tra donne in luoghi così angusti e problematici nei quali l’identità è stretta nelle maglie del dovere e dei ruoli”.

Alla fine del viaggio possiamo dire di aver conosciuto donne che hanno intessuto relazioni significative tra loro, ma forse non è un caso che solo in un carcere, quello di Sollicciano, le voci delle detenute e delle agenti si siano mescolate. In tutte le altre interviste sono invece rimaste separate, così come separati, e anche gerarchicamente ordinati, sono i mondi di chi entra in carcere per lavorare e di chi lo fa chi per scontare una pena. Racconta un’agente di San Vittore, a Milano: “All’inizio, anche dentro di me c’è stato un conflitto, perché io appartengo al sociale, anche se lavoro in una struttura che toglie alla socialità le persone che hanno compiuto reati. Lavoro qui, ma appartengo anche al mondo della signora che sta fuori e sente che sono stati compiuti i reati dalle persone che poi io devo gestire. Sono, come tutti, spettatrice, ma anche l’attrice del dramma del carcere. Questa contraddizione pesa meno, con il passare del tempo diventa una cosa normale, subentra la professionalità”.

Le agenti di polizia penitenziaria solo da otto anni hanno ottenuto tale nomina, venendo così equiparate ai loro colleghi uomini. Molte di loro sono diventate “secondine” per necessità, prima della riforma, con contratti trimestrali, senza nessuna preparazione e con molta paura per quel mondo sconosciuto. Oggi puntano molto sulla qualificazione del loro lavoro, spesso contrapponendola ad un’idea “materna” del loro ruolo, ma anche rifiutando decisamente la riduzione del loro compito a quello di “guardiane”. Anche per questo ci tengono ad essere definite agenti. Come al solito, quando il proprio lavoro è fortemente segnato dalle relazioni e dalla necessità di ascolto, ci si destreggia tra il desiderio di professionalità e le possibili derive “missionarie” del proprio operare.

Il libro racconta il mondo poco noto delle detenute comuni, meno capaci di dare parola alla propria dimensione rispetto a donne che hanno affrontato il percorso carcerario forti di un’esperienza politica e culturale. Grandissima è tra loro la condivisione della vita in carcere. Spiega Emanuela, nel carcere romano di Rebibbia “… mi sono detta, bisogna fare come quando eri fuori, cioè scegliere. E allora ho scelto le donne alle quali riferirmi, con le quali passo la maggior parte del tempo. Qui dentro ha senso parlare dell’amica del cuore, esiste, certamente”. Molte sono madri e grande è la mancanza dei figli. “Loro, spesso lasciati fuori piccolissimi … sono la testimonianza dell’orologio che procede nell’assenza”. Dice Mirella, detenuta di Rebibbia: “… a me mancano più i figli della libertà. Mi è stata negata la possibilità di portare mio figlio piccolo al parco, come le altre madri con il carrozzino; è una cosa che non tornerà più indietro e che non riavrò più”.

Secondo Monica Lanfranco, questa cesura dei rapporti affettivi è esperienza più drammatica per le donne che per gli uomini, ma proprio l’attenzione per la vita quotidiana appare una possibilità di comunicazione e relazione con le altre. E diventa anche forza per “fare”. Il libro si chiude con la visita al carcere di Venezia, la Giudecca, e con la descrizione dei quattromila metri di orto, gestiti da una cooperativa di detenute. Sara racconta: “Questo dell’ortaglia è un lavoro: si fa anche per soldi, ma soprattutto dà il senso di fare qualcosa che ha il sapore della vita dell’esterno”. E forse non è un caso che anche a Rebibbia, nella cura del giardino, Monica Lanfranco aveva trovato altrettanta passione per la vita, e per la terra.

Donne dentro non ambisce a essere altro che un viaggio, raccontato anche attraverso le fotografie di Anna Maria Guglielmino. Una piccola escursione per la quale valgono le parole che l’autrice adopera per incoraggiare le visite delle scolaresche: “A volte le immagini, i volti, i suoni arrivano al cuore e al cervello molto più che mille discorsi teorici, e creano crepe e dubbi laddove c’è una sola visione creduta giusta in assoluto”.