Non è passato nemmeno un anno dalla innovativa Risoluzione approvata dall’ONU nel marzo 2025, che prevede la valutazione delle Convenzioni internazionali, nella prospettiva di un cambiamento dell’approccio globale proibizionista. Un inedito e cruciale passo avanti che tuttavia oggi appare minacciato da una inversione reazionaria all’insegna di una resuscitata centralità della ‘lotta all’offerta’ manu militari. A dire il vero non è solo la reiterazione della tradizionale war on drugs: piuttosto, i venti di guerra che spirano a tutte le latitudini rilanciano e intercettano anche la guerra alla droga.
L’esempio più lampante è quello degli attacchi USA alle imbarcazioni venezuelane accusate di narcotraffico: decine di morti in violazione palese dei diritti umani e del diritto internazionale, morti che sono esecuzioni extragiudiziali, proprio come quelle dei battaglioni della morte filippini o brasiliani. Solo che qui si tratta degli USA e dell’attacco golpista di Trump (checché se ne pensi di Maduro) sferrato al Venezuela, a cui la war on drugs diventa funzionale. A fare ulteriore chiarezza, l’ordine esecutivo emesso da Trump il 15 dicembre, dal titolo inequivocabile “Definire il fentanyl arma di distruzione di massa”, dove il linguaggio bellico disegna la strategia. Si legge in premessa che “Il fentanyl illegale è più simile a un’arma chimica che a un narcotico. La produzione e la distribuzione di fentanyl, gestite da reti criminali organizzate, minacciano la nostra sicurezza nazionale e alimentano l’illegalità nel nostro emisfero e ai nostri confini. (…) Organizzazioni terroristiche straniere e cartelli (…) consentono di erodere la nostra sicurezza interna e il benessere della nostra nazione”. Non fosse abbastanza chiaro, si legge che “La possibilità che il fentanyl venga utilizzato come arma per attacchi terroristici concentrati e su larga scala da parte di avversari organizzati rappresenta una seria minaccia per gli Stati Uniti”. Se è questione di sicurezza nazionale e difesa dei confini, allora ci si arma: come per l’immigrazione e la riconversione industriale, anche le droghe stanno dentro la grande nuova narrazione bellica. L’ordine serve a includere il Ministero della Guerra e i servizi segreti nella lotta al narcotraffico, aumentare le pene, modificare o innovare i reati.
Con toni meno eclatanti, anche la Commissione europea (CE) sta imboccando la strada della lotta all’offerta come prospettiva strategica, invertendo la rotta dell’ultimo decennio, in cui i piani d’azione EU hanno mirato a ‘politiche bilanciate’ tra riduzione di domanda e offerta, rilevanza della Riduzione del danno e dei diritti umani. La nuova strategia proposta dalla CE è fortemente sbilanciata sulla riduzione dell’offerta, nonostante le evidenze dei suoi limitatissimi risultati, e – come denunciano le associazioni della società civile – nel nuovo Piano d’azione questo è di fatto l’unico asse strategico. E anche in Europa cambia il linguaggio: nel Piano il termine ‘minaccia’ ricorre 35 volte e altrettanto ‘combattere’, cosa impensabile fino a ieri. Così come appare cancellata l’ipotesi che al narcotraffico si possa rispondere con una regolazione legale e non con una guerra ridicola nelle sue misere ‘vittorie’ rispetto al volume dei mercati illegali. Non manca in questo scenario bellico l’Italia: non solo per i noti provvedimenti repressivi di ogni sorta, ma anche per nuove iniziative nella lotta all’offerta, come l’accordo con la Francia dell’ottobre 2025 per portare l’Europa a una accelerazione all’insegna di “Serve una risposta unitaria e concreta per fermare un flagello che mina la sicurezza del continente”. Minaccia, sicurezza dei confini, ‘preparedness’ (attrezzarsi…): siamo in guerra.
