«Il linguaggio della guerra sostituisce la deliberazione democratica con una logica di eccezione e normalizza pratiche incompatibili con gli standard internazionali sui diritti umani. Quando la guerra diventa normalizzata, le violazioni dei diritti diventano invisibili». La società civile, latinoamericana e mondiale, con una dichiarazione sottoscritta da decine di reti e associazioni, si oppone alla politica neocoloniale di Trump condotta in nome della war on drugs. Lo fa portando diverse ragioni, tra cui la violazione dei diritti umani che, già storicamente minati dalla guerra alla droga, trova nella guerra di aggressione agli stati la sua aggravante.
Più in generale, l’attacco armato degli Stati uniti contro il Venezuela non fa che enfatizzare i processi della war on drugs, destinando il paese a una escalation in termini di «militarizzazione, violenza, criminalizzazione delle popolazioni emarginate (…) L’America latina è ben consapevole di queste conseguenze e rifiuta il rilancio di questo paradigma per legittimare nuove forme di intervento».
Inoltre, si osserva come Il «narcoterrorismo» in nome del quale è stata scatenata l’offensiva Usa sia una nozione giuridica che non esiste nel diritto internazionale, un concetto indefinito, buono per ogni stagione, «utilizzato storicamente per giustificare esecuzioni extragiudiziali, operazioni militari segrete e l’espansione della giurisdizione penale statunitense oltre i suoi confini».
E in effetti, pur se l’aggressione al Venezuela avviene oggi con la massima arroganza e violenza e il disprezzo di ogni norma internazionale, non è certo un inedito: da decenni la war on drugs è servita, soprattutto agli Usa, per violare confini, appropriarsi di risorse, attuare o favorire golpe e rovesciare governi, inserirsi negli apparati militari e di sicurezza degli stati. E Maduro è solo uno dei tanti leader latinoamericani ad essere stati accusati di essere leader del narcotraffico.
Nel 1990 è accaduto a Manuel Noriega, Panama, e nel 2022 al presidente honduregno Juan Orlando Hernández, estradato negli Usa, condannato per traffico di droga, e poi graziato, dopo aver concesso ciò che si voleva da lui in termini di obiettivi geopolitici.
Nel 1996 e 1997 e poi nel 1999 con il Plan Colombia, gli Usa ampliano la loro influenza politico militare e economica sulla Colombia, proprio in nome della lotta al narcotraffico, nel 2007 è la volta del Messico con il piano Merida, con ingenti investimenti militari americani, nel 2015 gli Usa lanciano una serie di operazioni mirate a detronizzare il presidente boliviano Evo Morales, che nel frattempo conduceva una politica di legalizzazione della foglia di coca.
Una lunga storia destinata a continuare, a sentire le dichiarazioni di Trump su Colombia e Messico come prossimi target. Il conflitto con il Messico è noto, a partire dal ruolo che la lotta all’immigrazione svolge nella politica trumpiana, e disegnare il Messico come narco-stato da porre sotto controllo militare è quanto mai funzionale.
Quanto alla Colombia, la strada intrapresa dal presidente Petro, di sperimentare – dopo i danni immensi provocati da decenni di guerra alla droga – l’alternativa di un sistema di gestione legale dei mercati, è una sfida anche maggiore, perché l’abbandono del paradigma proibizionista toglie terra da sotto i piedi alla guerra alla droga e, dunque, anche alla guerra di aggressione tout court.
E qui sta anche un punto enfatizzato dal movimento mondiale antiproibizionista: nell’opporsi all’aggressione al Venezuela e, in prospettiva, al continente latinoamericano, non è sufficiente appellarsi a un ritorno alla legalità internazionale, è necessario andare alle radici, lavorare per porre fine alla war on drugs per togliere l’acqua al mulino della guerra neocoloniale.
