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L’omicidio di un paziente di 72 anni da parte di un ventunenne anch’egli ricoverato, avvenuto mercoledi 21 gennaio 2026 nel Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura (SPDC) di Rieti ha colpito tutti, suscitato dolore e interrogativi. Le indagini della magistratura e le analisi delle direzioni aziendali e regionali potranno chiarire i diversi aspetti della vicenda e credo che al contempo meriti attenzione anche la situazione dell’autore e dei suoi congiunti.

E’ una situazione complessa che non può essere affrontata in modo riduzionistico, ponendo l’attenzione quasi esclusivamente sulla legge 81/2014 sulla base del fatto che il giovane, a quanto pare autore di precedenti reati contro la persona non avrebbe dovuto restare in SPDC ma essere trasferito altrove, in una REMS. Secondo una logica lineare applicata ex post, se ciò fosse avvenuto, l’omicidio non ci sarebbe stato. In realtà la situazione va vista ex ante per capire condizioni cliniche e giuridiche.

Sul piano legislativo da tempo viene auspicato il completamento della legge 81/2014 con una riforma dell’imputabilità, il superamento del doppio binario ed una revisione dei servizi e dei percorsi come da progetto di legge n.1119 a prima firma Magi. Una linea che può dare coerenza al sistema specie se associato ad un deciso miglioramento delle condizioni degli Istituti di Pena, introducendo il numero chiuso e favorendo le misure alternative. E’ necessario un potenziamento della sanità negli Istituti di Pena, riformando l’assistenza psichiatrica e le Articolazioni Tutela Salute ma anche riducendo la  detenzione sociale con adeguati interventi che riconoscano i diritti e il reinserimento.

Tra l’altro, il fatto è accaduto nella Regione Lazio tra le più dotate di posti REMS. Se tutta l’Italia avesse i posti REMS del Lazio anziché 700 ne avremmo circa 1.150.  Ma la soluzione non è l’aumento indiscriminato e generalizzato dei posti REMS, quanto invece di sostenere con adeguate risorse, in primis personale, i Dipartimenti di Salute Mentale che sono il vero motore della riforma.

Appare evidente come nei servizi di salute mentale, in primis negli SPDC ricadano le contraddizioni, gli esiti di politiche abbandoniche e discriminatorie, diventando così il terminale di tante situazioni critiche di migranti, senza tetto, utilizzatori di sostanze, famiglie disperate che non ce la fanno più a seguire anziani, disabili, adolescenti, persone che usano sostanze, malati mentali. Una comunità che non ce la fa più a comporre i conflitti e a creare convivenze positive e benessere, a partire dalle famiglie, dalle relazioni di genere che sfociano in maltrattamenti e aggressioni, violenze e femminicidi. Pur in presenza di segnali positivi, infatti sono in diminuzione omicidi e i femminicidi, la preoccupazione deriva dal clima, dall’essere sotto pressione, dal non vedere prospettive, dal senso di impotenza. C’è bisogno di diritti, risorse e strumenti. E’ nella comunità e con le famiglie che occorre operare perché molti reati gravi avvengono in casa. In altre parole viene da chiedersi se non sia venuto il momento di una loro riforma, preservando in modo assoluto il mandato di cura dei servizi di salute mentale da realizzare nel consenso, responsabilità e libertà.

Vanno evitate pericolose regressioni a sistemi custodiali, a moderni manicomi, centri per migranti, modelli correzionali. Portare l’attenzione solo sulla legge 81, ovviamente sempre perfettibile e come detto riformabile, non deve dare false certezze, come ad esempio quella che ciò possa bastare, con più posti REMS, a prevenire reati e gravissimi incidenti. Non vi sono contesti indenni.

Vi sono poi gli incidenti e i decessi delle persone contenute. Sarebbe importante costruire sicurezza mediante misure strutturali, di organizzazione, personale, formazione.