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L’ossessione securitaria e il manganello penale che distinguono la destra circa il governo della società non risparmiano la salute, quella dei singoli e quella della collettività. La salute è un diritto, che si declina tra sfera delle libertà e dei diritti individuali e dovere costituzionale di tutelare la collettività, e a volte la collettività per essere tutelata ha bisogno della partecipazione dei singoli per essere efficace e garantire tutt3. Il dibattito sulla gestione della pandemia da covid ha ben messo in evidenza questa complessità. Se su questo delicato equilibrio tra diritti da armonizzare si abbatte la clava di un securitarismo aggressivo, la sfera individuale e quella collettiva ne escono entrambe umiliate, in una dinamica in cui tutti perdono.

Due diversi accadimenti recenti rilanciano l’allarme sull’uso politico del tema ‘salute’.

A Torino, alcuni casi di Tbc all’interno dello Spazio Neruda – spazio occupato che dà casa, accoglienza e sostegno a molte famiglie di migranti – sono oggi usati dalla destra al governo regionale per ordinarne lo sgombero. L’editto arriva dai vertici Asl, che dalla regione dipendono, aggiungendo così una nuova clava a quelle che già si stanno abbattendo sugli spazi autogestiti torinesi. Il paradosso è che quella emergenza è stata in realtà gestita, e bene: sia i medici delle associazioni che intervengono al Neruda, sia quelli delle malattie infettive del servizio pubblico hanno trovato una collaborazione piena ai controlli sanitari, alle misure di profilassi, al monitoraggio, al trattamento delle persone malate. Una collaborazione che non era scontata, per la diffidenza e la paura che i controlli avrebbero potuto creare tra i e le migranti. Ma chi gestisce lo spazio è stato capace, insieme ai medici, di creare fiducia, e far sì che le possibili (e fondate) paure dei singoli non creassero ostilità e diffidenza. Insomma: se il contagio non fosse avvenuto al Neruda, la diffusione dell’epidemia sarebbe stata più estesa e senza controllo. Questa fiducia è quella su cui dovrebbe basarsi ogni azione sanitaria, come sanno tutti i medici e come sembrano ignorare i vertici della Asl torinese, che pensano evidentemente che sia meglio mettere queste famiglie sulla strada.

A Ravenna, è partita un’azione in grande stile, con tanto di irruzione in ospedale all’alba, contro sei medici che hanno la colpa di aver stilato certificati secondo cui le condizioni di salute, fisica e/o psichica, non consentivano il trasferimento in Cpr e poi il volo di rimpatrio di alcuni migranti. Troppi, hanno pensato in procura, non si sa rispetto a quale standard. Come si dice, aspettiamo che la giustizia faccia il suo corso, ma non può che venire in mente che tutto questo attiene alla progressiva e aggressiva limitazione dei diritti, qui sì diritti individuali, dei migranti, con violazioni che sacrificano le persone agli imperativi politici di una remigrazione (non tanto) nascosta. Non è una novità, per altro: nel 2009, in tempi di ‘pacchetti sicurezza’, una norma prevedeva che se un medico incontrava e visitava un migrante senza permesso, avrebbe dovuto denunciarlo. Allora, i medici si ribellarono, con la campagna ‘Io curo, non denuncio’, che servì a bloccare la norma.
Ancor più oggi è necessario che gli operatori e le operatrici della salute vedano la pesante ipoteca che queste mosse politiche mettono sulle loro professioni e deontologie, e sulla loro dignità, e che trovino in noi tutt3 una forte sponda alla loro resistenza. Un movimento, questo, che è davvero urgente: come ci hanno dimostrato troppe storie di tortura e morte all’interno delle carceri, in cui ricorrono cecità e connivenza da parte dei medici, se non si riafferma il giuramento che ha al centro il bene delle persone di cui ci si pende cura, e lo si pone sopra ogni ragion di stato, la deriva si profila drammatica.