Tempo di lettura: 3 minuti

Faccio l’operatore della riduzione del danno da tanto tempo, e storie in cui ho sofferto l’oppressione, mia o di un’altra persona, sono davvero tante. E’ difficile sceglierne una.
Annibale (un nome di fantasia, ovviamente) ha quasi trent’anni. È cresciuto sui monti del bellunese con un padre rude che beveva forse troppo e una madre che combatteva chissà quale demone. La sua biografia meriterebbe un libro, ma salto direttamente a quando finisce in strada, cacciato di casa perché nella sua vita è entrata la droga. Dopo due anni di comunità, stanco di regole che sente assurde e sigarette contate, abbandona: spera nel compagno, che invece lo rifiuta. Così si ritrova di nuovo in strada, senza residenza in una città che non è la sua. Non vuole tornare sui monti: quel paesaggio lo angoscia.
È in strada, è tornato a usare e si sente di aver fallito ancora una volta, perché è questo che il compagno e i suoi gli dicono. Annibale sente che è questo che gli dice anche l’assistente sociale del SerD che gli propone di tornare in comunità. Ma lui non vuole, piuttosto resta in strada e dorme in una casa abbandonata. Si fa la doccia al drop in, e là trova qualcuno che lo ascolta e non lo giudica. Prima o poi deve fare qualcosa per migliorare la sua condizione. Vorrebbe cose “normali”: un lavoro, un affitto, una stanza. La vita in strada è troppa fatica. Dopo mesi di colloqui a distanza e viaggi andata e ritorno a Belluno, accetta l’unica offerta del sistema: tornare in una Comunità terapeutica, proprio sui monti perché stanco di provarci senza successo. Ho cercato in tutti i modi di portare il suo punto di vista a chi decide cosa si può fare, ma alla fine prendiamo una macchina e saliamo in montagna per andare in comunità. Lungo la strada vedo il Cadore e lo ammiro, ma Annibale rompe il suo silenzio: “No ghe la faccio! Che posto de merda!”. Ormai è tardi per tornare indietro. Se, arrivato fin qui Annibale dovesse tornare indietro, sarebbe l’ennesimo paziente che non aderisce al programma terapeutico e potrebbe infastidire il sistema che misura il proprio investimento anche sulla probabilità di successo (si dice compliance). Nei suoi occhi vedo rassegnazione. Arriviamo e Annibale sta male. Lì lo accolgono male: ha perso il metadone, l’operatore lo tratta come un colpevole. Cerco di difenderlo, ma devo lasciarlo lì. “Tieni botta”, gli dico senza crederci. Tornando a casa penso: “Cosa cazzo abbiamo fatto?”.
La mattina dopo Annibale scappa dalla comunità. Torna al Drop In.
Ho scelto di raccontare questa storia per introdurre la Summer School di Forum Droghe e CNCA, perché mostra bene la violenza che attraversa Annibale, me e persino l’operatore della comunità. Il tema è la lotta tra liberazione e oppressione, la stessa di Franco Basaglia che ispira il titolo “E mi no firmo”: assumersi fino in fondo il proprio ruolo professionale e scegliere da che parte stare. Chi usa droghe, come il “matto”, la prostituta, il minore straniero o il raver, vive immerso nelle aspettative sociali: da sempre il sistema di cura classifica e pretende che guariscano o smettano. C’è una morale che stabilisce cosa è giusto e normale, e vuole riportare dentro un recinto. La loro vita diventa una lotta per esistere come possono, pagando ogni deviazione con privazioni o punizioni.
Chi lavora nel sociale si trova davanti a un bivio: riconoscere e sostenere queste forme di vita con empatia, o adeguarsi e spingerle nel recinto. La lotta interiore è costante, oggi più che mai: la politica si fa impresa morale, e comunità o carcere diventano le risposte a chi rompe lo schema.
Per questo la Summer School di quest’anno è cruciale: di fronte al conflitto tra liberare e opprimere, e a un potere che costringe, etichetta e punisce, c’è bisogno di organizzare resistenza.