Pochi giorni fa è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il Regolamento recante le disposizioni in materia di strutture residenziali per l’accoglienza e il reinserimento sociale di detenuti (decreto 24 luglio 2025, n.128) che disciplina l’art. 8 del cosiddetto “decreto svuotacarceri” uscito a luglio 2024 e che già aveva destato forti preoccupazioni.
Premesso che qualunque misura di comunità alternativa al carcere è da sostenere con forza, questo regolamento porta con sé alcuni rischi e zone grigie: chi potrà accedere alle misure alternative, quali strutture potranno accogliere, per quanto tempo e con quali risorse? I detenuti che potranno beneficiare di queste misure sono persone senza domicilio, povere e con “problematiche derivanti da dipendenza e disagio psichico, che non richiedono il trattamento in apposite strutture riabilitative”. Quali persone hanno in mente gli estensori del regolamento, cioè chi sono le persone che pur avendo una dipendenza e problematiche di salute mentale, non hanno bisogno di cure? Quali strutture accoglieranno questo persone? Si parla di un nuovo elenco di strutture residenziali per l’accoglienza ed il reinserimento sociale dei detenuti, elenco parallelo a quello già esistente costituito da comunità residenziali accreditate e normate a livello regionale con standard di qualità e professionalità consolidati da tempo all’interno del sistema sanitario nazionale. Le comunità terapeutiche accolgono già persone dal carcere con dipendenza o con disagio psichico costruendo percorsi riabilitativi e di inserimento socio lavorativo assieme agli ospiti. L’iscrizione a questo nuovo elenco può essere richiesta da enti del terzo settore purché iscritti al registro unico nazionale del terzo settore (RUNTS). Il fatto che ci sia un’ampia gamma di organizzazioni che costruisca percorsi residenziali alternativi al carcere non è necessariamente un male, ovviamente evitando di costruire delle micro-carceri private, con sbarre alle finestre, cancelli chiusi e senza legami strutturati con il territorio.
Visti i requisiti generali richiesti probabilmente non accadrà, e questo è un bene; queste nuove strutture potranno accogliere le stesse persone destinatarie oggi di percorsi terapeutici ma senza quelle competenze e pratiche che ne tutelano la salute garantite da SSN, costruendo due “elenchi” paralleli? A detta dell’on. Mantovano no, ma se all’art. 9 del presente decreto, si dice che le comunità terapeutiche accreditate si considerano idonee ai fini dell’iscrizione al nuovo elenco, probabilmente sì. L’ultima considerazione riguarda i tempi ed i costi: gli oneri a carico dell’Amministrazione, saranno garantite alle strutture residenziali per un periodo massimo di 8 mesi. Il detenuto che probabilmente ha passato diversi anni in carcere, con fragilità e senza domicilio, si dovrà formare, ottenere un lavoro, trovare un alloggio in un tempo limitato. Se ciò non accadrà sarà rimandato in carcere? Si tratterebbe di una vera beffa. Conosciamo la situazione drammatica del diritto alla casa nelle nostre città, la presenza di lavoro povero, carenza di progetti di housing proposti dagli Enti locali, fondi per il sostegno agli affitti tagliati. A persone già provate si chiede di essere migliori di altri nel diventare autonomi. Ogni anno saranno stanziati 7 milioni di euro e prendendo come riferimento le rette per le comunità terapeutiche i destinatari saranno meno di 300. Una goccia nel mare. Non sarebbe meglio investire nel welfare prima che le persone commettano dei reati, depenalizzare i consumi, riutilizzare provvedimenti di clemenza per risolvere il sovraffollamento sempre piu drammatico? Quello a cui stiamo assistendo invece è un aumento della tipologia dei reati ed un aumento della lunghezza delle pene. Un penale che ha sconfinato nel sociale. Serve un cambio di passo.
