La rubrica sulla Cannabis Terapeutica di Fuoriluogo.it

Numero 14 – Aprile 2019
Supplemento mensile alla
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A cura di Francesco Crestani
Associazione Cannabis Terapeutica
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Schizofrenia. Pro e contro a livello psicologico

L’uso di cannabis nei pazienti schizofrenici è associato a variazione in vari disturbi psicologici. E’ stato dimostrato in questo studio un miglioramento della memoria di lavoro e nella velocità di processazione (velocità a eseguire un compito mentale), ma un peggioramento nella funzionalità sociale. Gli utilizzatori inoltre riportavano maggior numero di ospedalizzazioni a un’età più giovane.

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/30897572

Schizofrenia. A livello digestivo invece a quanto pare fa bene.

In questo studio, pazienti con schizofrenia e persone normali, utilizzatrici in entrambi i casi di cannabis, sono stati confrontati per quel che riguarda certi disturbi digestivi (difficoltà digestive, colon irritabile). Ne è risultato che nei malati di schizofrenia, ma non nei controlli, l’uso di cannabis era associato a minor disturbi.

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/?term=olesen+posselt

Crohn

Restiamo a livello digestivo con uno studio retrospettivo che ha indagato le complicanze del morbo di Crohn, una malattia infiammatoria cronica intestinale, in utilizzatori di cannabis in contrapposizione con non utilizzatori. Si è visto che chi usa cannabis ha statisticamente meno complicanze, del tipo fistole, ascessi intra-addominali, necessità di trasfusioni, necessità di essere operato di resezione del colon e di dover essere nutrito per via parenterale.

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/?term=mbachi+attar+wang

Ma fa ingrassare?

Continuiamo a parlare di “pancia”: La cannabis viene utilizzata anche per mettere appetito in caso di anoressia, dovuta ad esempio al cancro, ma anche nell’anoressia nervosa. Nonostante ciò, studi epidemiologici hanno dimostrato minor obesità negli utilizzatori di cannabis. In questo studio, fatto utilizzando un sondaggio epidemiologico americano, si è misurato il peso corporeo in due fasi distinte. Nella seconda fase, il 77% dei partecipanti non aveva mai usato cannabis, il 18% aveva smesso di usarla, 3% aveva iniziato e 2% continuava ad usarla. Tutti dimostravano un incremento dell’indice di massa corporea, ma rispetto ai non utilizzatori, nel sottogruppo cannabis l’incremento era statisticamente attenuato.

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/30879064

CBD ed esiti di arresto cardiaco, caso clinico

Un sessantenne aveva avuto all’età di 54 anni un arresto cardiaco dovuto a un infarto, e il suo cuore aveva ripreso a battere dopo 35 minuti di manovre rianimatorie. Ne erano residuati gravi esiti con crisi epilettiche e contratture muscolari. non responsive vari farmaci, compreso THC sintetico (dronabinolo). I medici allora hanno somministrato CBD, fino a 750 mg al giorno. Si è avuto un sostanziale miglioramento, senza effetti collaterali (che invece si erano presentati con altri farmaci provati in precedenza), e tale miglioramento persisteva dopo tre settimane, consentendo al paziente di fare fisioterapia.

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/30875667

Se l’X è fragile

Una nuova malattia si aggiunge a quelle potenzialmente trattabili con la cannabis. La sindrome dell’X fragile è una malattia ereditaria nella quale vi è un difetto del cromosoma X, che con il cromosoma Y determina il sesso. Per questo le femmine, che hanno due cromosomi X, uno in genere non “difettato”, hanno meno sintomi dei maschi, che invece hanno un X e un Y. Ansietà, tendenza all’isolamento, comportamenti stereotipati, deficit dell’attenzione, autismo e ritardo mentale sono tra i sintomi più comuni, insieme a un aspetto particolare. Vengono riportati tre casi clinici (un bambino e due adulti) nei quali la somministrazione di CBD (non puro, ma derivato dalla pianta) si è associato a miglioramento generale, sia dell’ansia, che del sonno, dell’alimentazione, del coordinamento motorio e delle capacità di linguaggio. In due casi l’interruzione della terapia ha fatto riemergere i sintomi, che sono nuovamente migliorati con ulteriore somministrazione del CBD:

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/?term=cannabidiol+fragile+x+%2C

Israele: cosa ne pensano gli oncologi

Articolo di “Lancet”. Secondo il Ministero della Salute israeliano più di 10.000 pazienti oncologici ricevono ogni anno una prescrizione di cannabis, il che ne fa il farmaco più prescritto dagli oncologi di quel paese. Per avere un’idea di quel che ne pensano, è stato condotto un sondaggio tra tutti gli appartenenti alla Società Israeliana ci Oncologia Clinica. Dei 238 iscritti hanno risposto in 126 (il 53%). Di questi, l’87% prescrive cannabis regolarmente. Le indicazioni ritenute più idonee sono la perdita di appetito, la nausea, il dolore e i disturbi dell’umore. Il 91% ritiene la cannabis efficace almeno in parte e la maggioranza la ritiene sicura. Nonostante ciò, il 90% ammette di saperne poco. Un dato interessante è che i medici favorevoli alla legalizzazione prescrivono di più dei contrari. Come ci si aspetterebbe dalle linee guida, solo il 26% afferma che la cannabis dovrebbe essere usata prima degli oppiacei in caso di dolore. Però la maggioranza pensa che la cannabis sia più sicura degli oppiacei, e il 53% risponde che preferirebbe la cannabis agli oppiacei come primo farmaco se il si trattasse del dolore di un familiare. L’argomento cannabis è divenuto un altro lavoro in più per gli oncologi, l’84% dei quali afferma che ne discute a ogni  visita e il 20% ne parla più di sei minuti. Infine, gli oncologi spesso riportano in maniera informale che i pazienti chiedono la cannabis per il controllo dei sintomi, ma intendono usarla come trattamento del cancro. Poiché l’uso a tal fine non è ammesso, secondo le linee guida del Ministero della salute israeliano, la grandezza di questo fenomeno non è stata determinata dallo studio.

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/?term=use+medical+cannabis+perception+s+sraeli

Differenze fra pazienti con cancro e senza

Lo studio riguardava il confronto fra i pattern di utilizzo nei pazienti in trattamento con cannabis medica nello stato di New York nel periodo gennaio 2016-dicembre 2017. Si trattava di 11.590 pazienti, di cui il 17,2% aveva il cancro. I malati di cancro erano più vecchi e in maggior numero femmine. Come ci aspettava, i sintomi dei malati tumorali erano soprattutto dolore, nausea e cachessia, mentre per i non tumorali erano il dolore cronico o neuropatico. I pazienti con tumore usavano cannabis con alto THC e basso CBD, al contrario degli altri che usavano alto CBD e basso THC. Forse ciò è dovuto al fatto che il CBD avrebbe più effetto nel dolore “neuropatico” (cioè i nervi sono malati), mentre il dolore da cancro è più “nocicettivo”(cioè dovuto al tumore che corrode i tessuti, per semplificare). Ma potrebbe anche essere che chi prescrive  è riluttante a dare formulazioni ad alto THC, che possono essere psicoattive, in malati di dolore non maligno. Oppure ci possono essere forme di auto-selezione da parte dei pazienti non tumorali per forme non psicoattive, in quanto questi malati spesso hanno una vita “funzionale” e lavorativa migliore di quelli con cancro.

In tutti i malati le dosi di THC tendevano ad aumentare, ma meno in quelli tumorali, forse perchè questi erano più vecchi e quindi più suscettibili agli effetti collaterali del THC. Ancora, i pazienti con cancro usavano di più la tintura sublinguale, mentre  gli altri il vaporizzatore. Possibile spiegazione è che la forma sublinguale ha effetti più duraturi, e quindi tratterebbe meglio i sintomi continui dei malati di cancro. Ma una spiegazione alternativa potrebbe essere i malati di cancro sono più anziani, e quindi meno abili a usare il vaporizzatore.

https://www.liebertpub.com/doi/abs/10.1089/jpm.2018.0529