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Ogni volta che la pressione pubblica sulle condizioni disumane delle persone in carcere si fa più forte, le comunità terapeutiche tornano al centro, se non proprio del dibattito pubblico, certamente di un certo pensiero politico, come risposta “magica” al sovraffollamento. Accade oggi di fronte al sovraffollamento penitenziario e alle proposte contenute nel disegno di legge 1635, che individuano nelle comunità uno degli strumenti per ampliare il ricorso alle misure alternative alla detenzione. Ma prima di chiederci come svuotare le carceri, dovremmo forse domandarci perché continuiamo a riempirle.
Da oltre trent’anni il dibattito sulle droghe e quello sul carcere procedono come binari paralleli. Da una parte si denunciano periodicamente il sovraffollamento, le condizioni di detenzione, il numero crescente di suicidi e l’insufficienza delle misure alternative; dall’altra si continua a considerare la questione delle droghe prevalentemente attraverso la lente del controllo e della repressione.
Una quota significativa della popolazione detenuta è composta da persone coinvolte in violazioni della normativa sugli stupefacenti, mentre una presenza ancora più ampia riguarda persone con problemi di dipendenza o con storie di consumo problematico.
Quando il sistema penitenziario esplode, si cercano soluzioni per alleggerirne la pressione. Si ampliano i posti disponibili, si discutono nuove modalità di esecuzione della pena, si individuano strutture esterne in cui collocare le persone detenute. Molto più raramente ci si interroga sulle cause che continuano a produrre detenzione.
La legge 309 del 1990 continua a essere attraversata da un impianto culturale e normativo che ha contribuito a criminalizzare persone, comportamenti e contesti sociali. Nel corso degli anni, il paradigma proibizionista ha mostrato tutti i suoi limiti: non ha ridotto in modo significativo la diffusione delle sostanze, non ha diminuito i consumi problematici e non ha prodotto maggiore sicurezza. Ha però contribuito a spostare dentro il circuito penale situazioni che avrebbero avuto bisogno soprattutto di interventi sanitari, sociali ed educativi.
È dentro questa contraddizione che occorre collocare il dibattito sulle comunità terapeutiche.
Le comunità – certamente quelle del CNCA – non nascono per alleggerire le carceri né per supplire alle insufficienze del sistema penale. Nascono dentro quella stagione culturale e politica che ha messo radicalmente in discussione le istituzioni totali, la segregazione come risposta alla sofferenza e l’idea stessa che le persone possano essere cambiate attraverso la coercizione, aprendo la strada alla chiusura dei manicomi, alla centralità dei territori e alla costruzione di percorsi fondati sui diritti, sulla partecipazione e sulla responsabilità condivisa.
La loro intuizione originaria era semplice e rivoluzionaria: le persone cambiano dentro relazioni significative, non dentro dispositivi di controllo.
Non luoghi separati dalla società, ma luoghi attraversati dalla società. Non spazi di custodia, ma contesti capaci di intrecciare cura, relazioni, lavoro, abitare e cittadinanza. Non istituzioni sostitutive del carcere, ma alternative culturali all’idea che la marginalità possa essere affrontata attraverso la segregazione.
È anche per questo che il dibattito aperto dal disegno di legge 1635 merita attenzione.
L’obiettivo dichiarato di ridurre il sovraffollamento penitenziario è certamente condivisibile. È difficile immaginare una persona impegnata nel lavoro sociale che non consideri urgente diminuire il ricorso alla detenzione e ampliare le misure alternative. Tuttavia, nel tentativo di affrontare un’emergenza reale, il provvedimento rischia di introdurre uno slittamento culturale pericoloso.
La comunità terapeutica viene infatti chiamata a svolgere una funzione che rischia di essere definita più dalle esigenze dell’esecuzione penale che dai bisogni delle persone. Il pericolo non è tanto contenuto nei singoli articoli, quanto nell’idea che li attraversa: la comunità residenziale come alternativa all’esecuzione della pena.
Quando l’accesso alla comunità viene pensato principalmente come strumento di alleggerimento del sistema penitenziario, il rischio è che la dimensione terapeutica diventi secondaria rispetto a quella custodiale. Si tratta di uno slittamento sottile ma profondo. La comunità smette progressivamente di essere definita da un progetto terapeutico individualizzato, dalla volontarietà del percorso, dalla relazione educativa e dalla connessione con il territorio. Comincia invece a essere considerata soprattutto come luogo alternativo di esecuzione della pena. È una prospettiva che non aiuta né le persone detenute né le comunità.
Le prime rischiano di essere inserite in percorsi non costruiti a partire dai loro bisogni reali. Le seconde rischiano di essere trasformate in una sorta di periferia del sistema penale, chiamate a gestire problemi che nascono altrove. Non è un caso che, durante il confronto parlamentare, diverse organizzazioni abbiano richiamato il rischio di una progressiva privatizzazione della pena: un trasferimento di funzioni che non affronta le cause del sovraffollamento e finisce per scaricare sulle realtà sociali responsabilità che dovrebbero restare in capo alle istituzioni pubbliche.
Le comunità vengono spesso evocate come una risorsa importante del sistema dei servizi per le persone con problemi di dipendenza; molto meno frequentemente ci si interroga sulle condizioni che permettono loro di continuare a esserlo. Sistemi regionali profondamente differenti, accreditamenti disomogenei, rette spesso insufficienti e difficoltà nel reperimento del personale hanno reso negli anni questi servizi molto più fragili. È evidente la necessità di rafforzare il sistema, di garantire maggiore continuità e di superare le profonde disuguaglianze territoriali che caratterizzano l’accesso ai percorsi di cura. Contemporaneamente, le persone accolte sono portatrici di bisogni sempre più complessi: dall’aumento delle situazioni di sofferenza psichica alla compresenza di fragilità sociali e sanitarie, fino alla carenza di risposte sociali come l’accesso alla casa e l’inserimento nel mondo del lavoro.
Un altro aspetto che è bene ricordare è che le comunità terapeutiche sono servizi sociosanitari, hanno cioè compiti di natura sanitaria ma anche, e forse soprattutto, sociale. La lettura sempre più medicalizzante della sofferenza tende a privilegiare la dimensione clinica rispetto a quella educativa, relazionale e comunitaria. È una trasformazione che riguarda l’intero sistema di welfare: il rischio è quello di ritrovarsi con una s minuscola, quella del sociale, e una S maiuscola, quella del sanitario. Come se la risposta alla complessità delle vite delle persone potesse essere affidata prevalentemente a prestazioni e trattamenti, mentre si indeboliscono i contesti, i legami, le opportunità e le relazioni che rendono possibile una vita dignitosa.
Ma la discussione sulle comunità e sul carcere non riguarda soltanto l’organizzazione dei servizi o l’efficacia delle misure alternative, quanto piuttosto il modello di società che abbiamo costruito.
Negli ultimi anni abbiamo assistito a una progressiva affermazione di politiche che rispondono alle paure sociali attraverso la separazione, il controllo e la repressione. Le persone che usano sostanze, i migranti, chi vive in povertà, chi abita le periferie, vengono sempre più spesso raccontati come problemi da contenere, piuttosto che come cittadini portatori di diritti. La complessità sociale viene ridotta a una questione di ordine pubblico.
Dentro questa cornice, il carcere torna a essere la risposta più semplice. Non perché funzioni, ma perché rassicura. Così come rassicura l’idea che esista sempre un luogo dove collocare chi disturba, chi eccede, chi mette in crisi l’ordine delle cose. È una logica che abbiamo già conosciuto nella storia delle istituzioni totali e che continua a ripresentarsi sotto forme nuove: nell’inasprimento delle risposte penali, nella criminalizzazione della marginalità, nella riduzione degli spazi di dissenso e partecipazione, nell’idea che la sicurezza possa essere costruita soprattutto attraverso il controllo.
Le comunità terapeutiche del CNCA sono nate esattamente contro questa idea. Sono nate dall’intuizione che le persone non vadano separate dalla società, ma accompagnate a ritrovare un posto dentro di essa. Per questo il problema non è decidere dove spostare le persone che il carcere non riesce più a contenere. Il problema è costruire politiche capaci di ridurre l’esclusione, la marginalità e la sofferenza che alimentano il circuito penale.
Quando la risposta ai conflitti sociali diventa prevalentemente repressiva, quando il welfare si indebolisce e i diritti vengono progressivamente subordinati alla sicurezza, il rischio è che anche i luoghi della cura vengano trasformati in strumenti di gestione dell’esclusione.
Dopo oltre trent’anni di politiche sulle droghe e di crisi ricorrenti del sistema penitenziario, dovremmo avere imparato che la repressione non risolve le fragilità sociali. Al massimo le sposta altrove, rendendole meno visibili.
Se davvero vogliamo ridurre il ricorso al carcere, la domanda non è quanti posti possiamo trovare nelle comunità. La domanda è perché continuiamo a utilizzare il diritto penale per affrontare questioni che riguardano la salute, la sofferenza sociale, le disuguaglianze e i diritti.
È su questo terreno che si gioca il futuro delle politiche sulle droghe. Ed è su questo terreno che le comunità terapeutiche possono continuare a svolgere il loro compito: non custodire persone, ma accompagnare percorsi di cambiamento.