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Fin dal suo insediamento, questo governo, più di ogni altro, ha approvato norme antidemocratiche e, in nome di una logica securitaria e repressiva, ha rilanciato la guerra alla droga, ulteriormente criminalizzato comportamenti che non dovrebbero configurarsi come reati e costretto nell’ambito della patologia e della devianza ogni tipo di consumo, di qualsiasi sostanza. Sono così aumentate le fattispecie di reato legate al consumo di sostanze: basti pensare ai vari decreti che si sono succeduti, a partire dal decreto “rave”, alla riforma dell’art. 187 del codice della strada, che ha di fatto eliminato qualsiasi riferimento allo stato di alterazione per le persone alla guida di un mezzo, tanto da rendere necessario l’intervento della Corte costituzionale che, sebbene non risolutivo, ha dato un’interpretazione almeno in parte restrittiva della norma. O all’emendamento che interviene sulla lieve entità per produzione, traffico e detenzione, con un inasprimento delle pene da 3 a 6 anni, sottraendo al giudice ogni spazio di valutazione e intervenendo anche sul principio di proporzionalità della pena. Una scelta che, come sostiene l’UCPI, finirà tragicamente per aggravare il fenomeno del sovraffollamento carcerario e per incidere negativamente sui principi di offensività, ragionevolezza e personalizzazione della pena, senza apportare alcun contributo concreto alla repressione dei fenomeni criminali più complessi che si dichiara di voler combattere.
Appare evidente come si sia ormai all’inseguimento della giurisprudenza più repressiva.
Siamo di fronte a uno Stato che sostituisce il sociale con il penale, che patologizza e criminalizza ogni comportamento non conforme alla propria ideologia, alla propria visione della società e del mondo, che punisce le condotte non allineate configurandole come reati. Ed è del tutto evidente come, dietro al proibizionismo più retrivo e alle politiche oscurantiste, ci sia un’idea che riporta a una concezione di Stato etico: tutti coloro che non rispondono a determinati principi, a determinate regole, sono devianti e vanno riportati sulla retta via o allontanati. Uno Stato etico che non è garanzia e tutela dei diritti di ogni persona, ma espressione massima del moralismo. Basta ricordare la storia recente per osservare che queste sono le idee che informavano la base ideologica del regime fascista, in cui si annullava ogni forma di dissenso. In antitesi con lo stato di diritto.
Con la sicurezza intesa solo in termini di ordine pubblico e di decoro, il tema delle droghe è prepotentemente tornato alla ribalta in termini di discriminazione e controllo sociale: espressione di una politica che guarda alla sicurezza solo come repressione dei comportamenti che ritiene e classifica come non conformi alla propria visione di società, alle regole che vuole imporre alla convivenza civile, e che quindi isola ed emargina chi non risponde ai suoi dettami.
Dobbiamo opporci a questo revanscismo pervasivo e riportare al centro lo stato di diritto, le politiche sociali rispetto alle politiche penali, la sicurezza sociale e dei diritti rispetto alle politiche securitarie, la partecipazione rispetto all’individualismo, all’isolamento e alla separatezza, la bellezza rispetto al decoro.
Nonostante le droghe abbiano da sempre fatto parte della storia e della cultura delle diverse civiltà, oggi si torna a parlare prepotentemente di eradicazione del consumo come soluzione del problema, e quindi di proibizionismo, quando sappiamo che l’uso di sostanze psicotrope non è necessariamente e indissolubilmente legato a situazioni problematiche di marginalità e di disagio; che non è un comportamento, come si racconta, ineluttabilmente irreversibile, che porta come unica conseguenza alla dipendenza e alla perdizione. Nell’affrontare il tema delle sostanze, oggi più che mai, si registra una profonda distanza fra operatori, mondo scientifico e narrazione comune. Si accomunano tutti i consumi in un unico mondo buio, quel tunnel di perdizione da cui si può uscire solo con la completa astinenza, ma nel quale si può sempre ricadere. Vengono attribuite al consumo di sostanze in quanto tale conseguenze, in termini sociali e di salute, che devono invece essere attribuite esclusivamente alle politiche portate avanti da tutti i governi che si sono succeduti e che vengono rilanciate da Trump in America proprio in termini di controllo sociale, di discriminazione per motivi legati a comportamenti o etnia. La guerra alla droga è guerra ai consumatori, non è guerra contro il grande traffico, ma contro il consumo di strada. Le politiche proibizioniste, la persecuzione penale dell’uso di sostanze, non solo non hanno effetti nel persuadere le persone a non farne uso, ma contribuiscono a quella dicotomia che contrappone l’uso, visto sempre come problematico, all’astinenza. Non si vuole vedere che emarginazione, alienazione e bisogni relazionali insoddisfatti sono le cause che possono condurre alla dipendenza, e si sottace l’importanza che hanno invece fattori come la scolarità, il lavoro, le relazioni: quanto conta il set, l’individuo, la sua psicologia, la sua storia, e il setting, determinante nel condizionare gli stili del consumo. Riconoscerlo significherebbe ammettere la necessità di intervenire con politiche sociali, di inclusione, con provvedimenti che rafforzino la coesione, l’integrazione, la partecipazione, che guardino ai bisogni, non solo materiali, e ai desideri delle persone.
Si continua a pensare di intervenire con un impianto legislativo assolutamente ideologico, quello della guerra alla droga, invece di fare finalmente ciò di cui ci sarebbe bisogno, a partire dalla profonda revisione, dal superamento, della legge 309/90, il testo unico sulle droghe, di cui conosciamo gli effetti. È una visione etica dello Stato che ha profonde ricadute anche sullo stato dei servizi, informati e indirizzati dalle scelte politiche che vengono compiute.
È invece necessario valorizzare, rafforzare e rilanciare i servizi, sia pubblici sia del privato sociale, che hanno giocato in questi anni un ruolo importante in termini di conoscenza, studio e interventi, soprattutto nell’ottica della riduzione del danno. Servizi attenti al mutamento dei consumi, alla collettività e al tessuto sociale in cui operano, con una cultura di intervento multidisciplinare fortemente legata al territorio e agli assetti sociali, che elaborano progetti di prossimità, in rapporto con i luoghi di aggregazione, del divertimento e con le scuole. Presidi fondamentali di salute pubblica, devono trovare stabilità, uscire da quella perenne incertezza e precarietà che ha importanti ricadute anche sulle condizioni dei lavoratori.
Di fronte alle molteplici dinamiche del consumo servono servizi flessibili, capaci di intervenire senza interrompere il normale ciclo di vita delle persone; servono servizi che facciano prevenzione e informazione. Le persone hanno bisogno di questo: sapere esattamente quello che fanno, quali possono essere i consumi e i comportamenti a rischio. Pensiamo invece a cosa è successo recentemente a Perugia, dove operatori di una cooperativa storica negli interventi di riduzione del danno sono stati rinviati a giudizio con l’accusa di favoreggiamento, per un presunto ostacolo alle indagini finalizzate a risalire alla provenienza della sostanza. L’analisi delle sostanze, il drug checking, è una pratica fondamentale di informazione, conoscenza e riduzione del danno: gli operatori che svolgono queste prestazioni devono essere riconosciuti e tutelati, non possono essere considerati quasi degli incentivatori al consumo, dei promotori dell’uso. Le stanze del consumo e la distribuzione di materiale sterile sono importanti presidi di salute, pubblica e individuale, che vanno promossi e sostenuti dalle pubbliche amministrazioni. Continuano, invece, a essere raccontate come “stanze del buco”, luoghi dove “i tossici” possono andare per rispondere impunemente alle loro esigenze. È il momento di cambiare, di invertire la rotta, investendo nei servizi, che devono vedere il pieno coinvolgimento delle persone che usano sostanze. Un uso sicuro è possibile, ed è funzione delle politiche sulle droghe.
Invertire la rotta, fermare questa deriva verso una visione etica dello Stato, spostare la prospettiva dal penale al sociale: è questo ciò di cui abbiamo bisogno, in un orizzonte che vede intrecciarsi i movimenti, le rivendicazioni, le lotte per la pace, per l’ambiente, per il clima, per la salute. È in questa ottica che si è tenuta la recente assemblea di Forum Droghe, che ha voluto confrontarsi con molti soggetti, con i movimenti che si stanno mobilitando per la pace, per l’ambiente, per la giustizia sociale, in una prospettiva intersezionale che tiene insieme i diritti di tutte le persone, individuali e collettivi, per un mondo più giusto, inclusivo, che non lascia indietro nessuno. Qui si colloca il ragionamento sui diritti delle persone che usano droghe e degli operatori: nella prospettiva che vede intrecciarsi i movimenti, le rivendicazioni, le lotte.
Ed è in questo contesto che intendiamo portare avanti i temi emersi dalla controconferenza sulle droghe, autoconvocata a novembre scorso, che abbiamo intitolato “Sulle droghe abbiamo un piano, e non è quello del governo”. Abolire le sanzioni amministrative per il consumo, legalizzare la cannabis, abrogare i decreti sicurezza, prevedere linee guida nazionali per le misure alternative (che non possono essere le comunità chiuse), un piano straordinario per la copertura economica e l’applicazione su tutto il territorio dei LEA RdD. E, insieme a questo, promuovere una riorganizzazione dei servizi, una loro gestione integrata che ponga in risalto il ruolo delle autonomie locali e delle politiche di welfare.
Oggi più che mai il mandato dei servizi richiede uno sguardo attento alla collettività, al tessuto sociale in cui operano, con una cultura di intervento multidisciplinare, legata al territorio e agli assetti sociali, che pensa ed elabora progetti di prossimità, rapporti con le scuole, con i luoghi di aggregazione e del divertimento. I servizi di prossimità e le unità di strada devono trovare stabilità, e deve essere sostenuta e rafforzata l’organizzazione dipartimentale del sistema sanitario pubblico, in termini organizzativi, di personale e di adeguato finanziamento. Di fronte alle molteplici dinamiche del consumo, servono servizi flessibili, capaci di intervenire sugli effettivi bisogni, servizi territoriali integrati, in un’ottica di servizio pubblico, in collaborazione con il terzo settore, con regole certe per gli accreditamenti e capaci di valorizzare adeguatamente gli operatori.
Un uso sicuro è possibile, ed è funzione delle politiche sulle droghe.
In questo modo potremo davvero ragionare in termini di stato sociale, uscire dalle gabbie di uno stato etico e panpenalista. E dare stabilità a un sistema di servizi orientato alla salute, all’inclusione, alla partecipazione.