Quando parliamo di guerra alla droga pensiamo, giustamente, ai suoi effetti più immediati: carcere, repressione, criminalizzazione delle persone che usano sostanze, morti evitabili, stigma, militarizzazione dei quartieri e dei territori, selettività sociale ed etnica del controllo penale. Ma non dobbiamo mai sottovalutare quanto la guerra alla droga sia oggi anche un fattore della crisi climatica.
Non è l’unica causa della crisi ecologica, naturalmente. E non è nemmeno la principale. La crisi nasce da un modello economico e sociale estrattivista, dalla dipendenza dai combustibili fossili, dall’agroindustria intensiva, dalla finanziarizzazione della natura e dalle diseguaglianze globali. Ma il proibizionismo è uno dei dispositivi che continuano ad alimentare e proteggere quel modello, perché crea mercati illegali enormemente redditizi, consegna intere filiere alle organizzazioni criminali e rende più fragili proprio quei territori che dovrebbero essere centrali nella lotta al cambiamento climatico.[1]
È per questo che da alcuni anni il movimento internazionale contro la war on drugs si interroga su come rendere esplicito questo anello mancante nel dibattito globale sulla giustizia climatica. Da questa esigenza è nata la Coalizione internazionale per la riforma delle politiche sulle droghe e la giustizia ambientale.[2]
La proibizione spinge produzione e traffici verso foreste tropicali, aree protette, territori indigeni, zone di confine e regioni dove lo Stato è debole, presente solo nella forma militare o semplicemente assente. A loro volta, gli enormi profitti del narcotraffico finanziano altre attività distruttive. Infine, la corruzione e la violenza generate dall’illegalità impediscono politiche efficaci di protezione ambientale.
Il primo punto, quindi, è geografico. La repressione non elimina i mercati delle droghe: li sposta. Spinge coltivazioni, laboratori e rotte in luoghi sempre più remoti, sempre più difficili da monitorare, spesso ambientalmente preziosi e socialmente vulnerabili. Lo diciamo spesso per le piazze di spaccio, ma lo stesso accade dal lato della produzione delle sostanze illegali. Accade con la coca nelle regioni andine e amazzoniche, con l’oppio in alcune aree dell’Asia, con la cannabis in molti contesti segnati da illegalità, povertà rurale e assenza di alternative.
Occorre però evitare semplificazioni pericolose. Non sono certo i piccoli coltivatori i responsabili della devastazione ambientale. Molte comunità coltivano coca, cannabis o oppio perché sono state spinte ai margini: margini economici, sociali, geografici e politici. In quei territori l’illegalità significa assenza di diritti, ricatto criminale, sfruttamento del lavoro, impoverimento, assoggettamento delle comunità locali. I coltivatori non governano la filiera: la subiscono. E troppo spesso sono anche il bersaglio principale della repressione.
L’illegalità delle produzioni lascia i territori in balia dei narcos e delle economie criminali. Ne derivano disboscamento selvaggio, ipersfruttamento dei terreni, uso incontrollato di pesticidi e fertilizzanti, inquinamento delle acque, apertura di piste e strade clandestine, conversione della foresta in pascoli, miniere, piantagioni o aree di transito. Il danno ambientale si combina con quello sociale: sfruttamento dei coltivatori, perdita di autonomia delle comunità, indebolimento delle economie locali legali, subordinazione a gruppi armati.
Il disboscamento è l’effetto più evidente. Non è solo un danno locale e non riguarda soltanto la perdita di biodiversità in un’area specifica. È anche un danno climatico globale. Le foreste tropicali sono grandi serbatoi di carbonio, regolatori del clima, spazi essenziali per la vita del pianeta. Quando vengono distrutte per effetto delle economie illegali, o di quelle legali che riciclano il denaro delle droghe, il proibizionismo entra con due piedi nella crisi climatica.
Secondo alcune stime, negli ultimi dieci anni circa il 3% delle superfici di foresta amazzonica disboscate sarebbe legato alla produzione di cocaina. Ma, paradossalmente, non è questo il cuore del problema.
Il cuore del problema è che la proibizione trasforma una foglia a bassissimo costo di produzione in una filiera criminale miliardaria. Una sostanza che costa pochissimo fabbricare moltiplica il suo valore di cento volte solo perché è illegale. Quel guadagno viene reinvestito in attività estrattive e distruttive: miniere illegali, accaparramento di terre, disboscamento, allevamenti, soia, palma, traffico di legname, controllo delle infrastrutture. Come in Italia lo spaccio è il bancomat che permette alle mafie di alimentare il proprio welfare attraverso il riciclaggio, così il denaro derivante dalla produzione funziona come una banca d’investimento dell’ecocidio.[3]
Per controllare questi territori, poi, le organizzazioni criminali non hanno bisogno solo di nascondersi: devono governare. Devono corrompere o intimidire polizia, magistratura, autorità ambientali, amministrazioni locali, apparati militari. Quando questo accade, la tutela ambientale diventa impossibile. Si può creare un parco nazionale sulla carta, approvare normative innovative contro la deforestazione, annunciare programmi di conservazione. Ma se quel territorio è controllato da attori armati, se le autorità sono corrotte, se chi difende l’ambiente viene minacciato o ucciso, la protezione dell’ecosistema resta una promessa sulla carta.
Spesso le campagne di prevenzione cercano di insinuare nella persona che usa, ad esempio, cocaina il senso di colpa per la deforestazione causata dalla produzione della polvere consumata in discoteca. Ma quando il sistema globale di controllo delle droghe denuncia il danno ambientale delle coltivazioni illegali come argomento etico per rilanciare la guerra alla droga, si nasconde dietro una foglia di fico. La domanda mondiale di coca, oppio o cannabis potrebbe infatti essere soddisfatta con coltivazioni relativamente contenute. Il danno viene quindi prodotto proprio dal sistema di illegalità che il proibizionismo ha letteralmente inventato con le convenzioni internazionali. Come accade per i danni sociali dovuti alla repressione, è la cieca ricerca di una “legalità” di facciata a produrre ulteriori danni ambientali.
Da decenni, in linea con le politiche internazionali di controllo delle droghe, le coltivazioni illegali vengono distrutte con interventi manuali, militari o chimici. In alcuni contesti, le fumigazioni con agenti ad alto impatto, come il glifosato, hanno contaminato terreni, acque, coltivazioni legali e intere comunità. Questi interventi non colpiscono solo la pianta proibita: colpiscono l’ambiente, la salute di persone e animali, il cibo, l’economia rurale nel suo complesso. E finiscono per togliere credibilità anche alle politiche di sostituzione delle coltivazioni. L’eradicazione promette di liberare i contadini dalla droga, ma in realtà li impoverisce ancora di più e li spinge di nuovo verso i narcos, verso nuove coltivazioni illegali, verso nuove aree da disboscare. Un ciclo perverso.[4]
Per questo la risposta non può essere ancora war on drugs. Continuerebbe a colpire i soggetti più deboli: piccoli coltivatori, comunità indigene, contadini, popolazioni afrodiscendenti, persone povere, lavoratori senza alternative. Mentre i grandi interessi criminali continuerebbero ad adattarsi, spostarsi, corrompere e reinvestire, come hanno fatto negli ultimi sei decenni.
La scelta è quindi tra un mercato illegale, violento, opaco, governato dai narcos, e un mercato regolato, controllabile, orientato alla salute pubblica, alla riduzione del danno, alla tutela ambientale e alla giustizia sociale.
Occorre costruire forme legali, regolate e comunitarie di gestione delle coltivazioni. Questo significa riconoscere il protagonismo delle comunità indigene, dei coltivatori e delle popolazioni che vivono nei territori produttori. Bisogna legalizzare tenendo insieme giustizia sociale e giustizia climatica.
La regolazione non è automaticamente buona. Può essere trasformativa, oppure può riprodurre gli stessi schemi e generare nuove ingiustizie. Può sottrarre potere ai grandi cartelli, oppure consegnare il mercato a grandi imprese. Può valorizzare piccoli produttori, comunità indigene e coltivatori tradizionali, oppure può escluderli. Può ridurre l’impatto ambientale, oppure crearne di nuovi.
Il caso della cannabis rende evidente questa ambivalenza. La cannabis legale ha aperto una breccia storica nel proibizionismo. Ha dimostrato che si può sottrarre una sostanza al monopolio criminale e costruire modelli diversi: dall’autoproduzione ai cannabis social club, dalla regolazione pubblica ai mercati autorizzati. Ma alcune esperienze, soprattutto nordamericane, mostrano anche il rischio di una legalizzazione iper-commerciale ed energivora.
La coltivazione indoor, con luci, climatizzazione, ventilazione, deumidificazione, cicli continui di produzione e serre altamente tecnologiche, può avere un’impronta climatica molto pesante. Se usciamo dal proibizionismo per costruire un mercato industriale, monopolizzato, orientato solo al profitto e indifferente ai consumi energetici, perdiamo una parte dell’occasione storica.
Una buona regolazione dovrebbe fare il contrario: favorire le coltivazioni outdoor o in serra a basso impatto, fissare standard energetici, incentivare l’uso di rinnovabili, limitare sprechi e imballaggi, controllare il consumo d’acqua, ridurre fertilizzanti e pesticidi, sostenere filiere corte, autoproduzione, cannabis social club, cooperative e piccoli produttori. Non ci basta sapere che la cannabis è legale: vogliamo garanzie su come viene prodotta, da chi, con quale energia, con quali diritti, con quali benefici per le comunità colpite prima dalla repressione.[5]
Ancora, con tutte le difficoltà dovute ai trattati, dobbiamo chiederci se non sarebbe meglio produrla dove oggi viene prodotta nell’illegalità, dando una possibilità di emersione anche economica a quelle che sono spesso colture tradizionali, nella sierra messicana come nel Rif marocchino. È un’ulteriore dimostrazione dell’intersezionalità dell’impatto delle politiche sulle droghe nella vita delle persone, nelle comunità e negli equilibri geopolitici.[6]
La fine del proibizionismo deve stare quindi dentro la transizione ecologica. Non a margine. Allo stesso modo, ogni processo di regolazione delle droghe deve misurarsi con la giustizia climatica, con la riparazione dei danni prodotti dalla repressione, con il protagonismo delle comunità che hanno pagato il prezzo più alto della guerra alla droga.[7]
Per questo è necessario costruire un’alleanza tra movimento antiproibizionista e movimento ecologista. Per troppo tempo questi mondi si sono parlati poco. Gli ambientalisti hanno denunciato la deforestazione, le miniere illegali, il traffico di legname, la violenza contro i difensori della terra, ma spesso senza nominare il proibizionismo come una delle infrastrutture economiche, politiche e militari che alimentano quei processi. Il movimento per la riforma delle politiche sulle droghe, a sua volta, deve assumere fino in fondo la dimensione ecologica della propria battaglia, proteggendo biodiversità, comunità native e modelli produttivi tradizionali.
La guerra alla droga non protegge la salute. Non protegge la sicurezza. Non protegge le istituzioni. E non protegge nemmeno l’ambiente.
Note
- Vedi Revealing the Missing Link to Climate Justice: Drug Policy, International Coalition on Drug Policy Reform and Environmental Justice, 2023 https://www.healthpovertyaction.org/news-events/revealing-the-missing-link-to-climate-justice-drug-policy/
- Maggiori informazioni su https://www.reformrestorerecover.org/
- Vedi R. Lerer, From Forest to Dust, 2025 https://www.healthpovertyaction.org/news-events/out-now-from-forest-to-dust/
- Vedi V. Montañés, M. Jelsma, R. Vargas M., A- Armenta, Fumigation and Conflict in Colombia In the Heat of the Debate, TNI Briefing series No 2001/01, Transnational Institute, Amsterdam, 2001
- Vedi Principles for the responsible legal regulation of cannabis, IDPC, 2020 https://idpc.net/publications/2020/09/principles-for-the-responsible-legal-regulation-of-cannabis
- Vedi A sustainable future for cannabis farmers. ‘Alternative Development’ opportunities in the legal cannabis market, Transnational Institute, 2021 https://www.tni.org/en/publication/a-sustainable-future-for-cannabis-farmers
- Vedi The Legal Regulation of Drugs: The Potential to Deliver Global Justice, Health Poverty Action, 2025 https://www.healthpovertyaction.org/the-legal-regulation-of-drugs-the-potential-to-deliver-global-justice/
