La foglia di coca non è soltanto la materia prima da cui può essere estratta la cocaina. È una pianta coltivata da millenni, una medicina tradizionale, una risorsa alimentare, un elemento rituale, un patrimonio culturale e un sistema di conoscenze tramandato dalle popolazioni indigene delle Ande e dell’Amazzonia.
Eppure il regime internazionale di controllo delle droghe continua a ridurla quasi esclusivamente alla sua possibile trasformazione in sostanza stupefacente. Una semplificazione che ha giustificato per decenni divieti, campagne di eradicazione forzata, fumigazioni, militarizzazione dei territori e criminalizzazione delle comunità contadine e indigene.
A rovesciare questa prospettiva è il nuovo rapporto Legal Protection for Coca. Genetics, human rights, Indigenous knowledge, cultural heritage and the coca leaf: exploring the legal options for safeguards, scritto da Ricardo Soberón Garrido e pubblicato dal Transnational Institute. Il documento parte da una constatazione: anche dopo il mancato alleggerimento del controllo internazionale sulla foglia, esistono già numerosi strumenti giuridici che possono essere utilizzati per proteggerla.
Il punto non è quindi attendere che il sistema globale delle convenzioni sulle droghe si riformi spontaneamente. Occorre attivare, coordinare e rendere effettivi altri ordinamenti internazionali, regionali e nazionali che riconoscono la biodiversità, i diritti dei popoli indigeni, il patrimonio culturale e la titolarità collettiva delle conoscenze tradizionali.
Una risorsa genetica, non una merce senza storia
Il primo terreno individuato dal rapporto è quello della tutela delle risorse genetiche. La Convenzione sulla diversità biologica e il Protocollo di Nagoya affermano la sovranità degli Stati sulle proprie risorse naturali e stabiliscono che il loro utilizzo debba essere autorizzato, accompagnato dal consenso libero, previo e informato delle comunità interessate e sottoposto a una giusta condivisione dei benefici.
Applicati alla coca, questi principi permettono di riconoscere che il valore della pianta non risiede soltanto nella sua composizione biologica. È inseparabile dalle conoscenze sviluppate nel corso delle generazioni: la selezione delle sementi, le tecniche di coltivazione, gli usi medicinali, rituali e alimentari, le modalità di raccolta e conservazione.
La questione è destinata a diventare sempre più urgente. Il crescente interesse scientifico, farmaceutico, cosmetico e alimentare nei confronti della coca potrebbe aprire opportunità economiche, ma anche nuovi processi di appropriazione. Senza garanzie adeguate, brevetti e investimenti privati rischiano di trasformare una conoscenza collettiva in una proprietà esclusiva, escludendo proprio le popolazioni che hanno custodito la pianta.
Il precedente della maca peruviana, oggetto di brevetti depositati all’estero senza un’adeguata autorizzazione né una condivisione dei benefici, mostra quanto il rischio della biopirateria sia concreto.
La coca come diritto dei popoli indigeni
Il secondo asse riguarda i diritti umani e i diritti dei popoli indigeni. La Convenzione 169 dell’Organizzazione internazionale del lavoro, la Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni e la giurisprudenza del sistema interamericano riconoscono il legame tra comunità, territori, risorse naturali e culture.
In questa prospettiva, la coca non può essere isolata dal contesto sociale in cui viene coltivata e utilizzata. Le politiche di eradicazione, le fumigazioni aeree e gli interventi militari non colpiscono semplicemente una coltura: interferiscono con l’autodeterminazione, l’economia, la salute, la spiritualità e la sopravvivenza culturale di intere comunità.
È una contraddizione sempre più evidente. Gli stessi Stati che riconoscono formalmente il diritto dei popoli indigeni alla consultazione e al consenso continuano spesso ad applicare politiche antidroga invasive senza un loro coinvolgimento effettivo.
Il rapporto ricorda come il sistema internazionale di controllo delle droghe rimanga in aperto conflitto con questi obblighi. Il divieto delle pratiche tradizionali legate alla coca, imposto dalla Convenzione unica del 1961, porta con sé l’impronta coloniale di un ordinamento che ha classificato come pericolose pratiche culturali che non comprendeva e che intendeva cancellare.
Un patrimonio vivente da salvaguardare
Una terza strada passa attraverso la tutela del patrimonio culturale. La Convenzione UNESCO del 2003 offre strumenti per riconoscere e salvaguardare pratiche, conoscenze e forme di trasmissione intergenerazionale considerate parte dell’identità delle comunità.
La coca può essere protetta non soltanto come pianta, ma come elemento di un patrimonio vivente: dai rituali alle pratiche agricole, dalle medicine tradizionali alle forme comunitarie di organizzazione.
Esistono già esperienze significative. La Costituzione boliviana riconosce la coca utilizzata in forma tradizionale e ancestrale come patrimonio culturale, risorsa naturale rinnovabile e fattore di coesione sociale. In Perù sono state adottate dichiarazioni e ordinanze locali di tutela. In Colombia, diversi popoli indigeni hanno promosso una candidatura UNESCO dedicata ai sistemi di conoscenza connessi alla pianta.
Il riconoscimento culturale, tuttavia, non basta. Può attribuire legittimità e visibilità, ma non garantisce automaticamente il controllo economico delle risorse né impedisce l’appropriazione commerciale. Per questo deve essere integrato con gli strumenti di tutela della biodiversità, dei diritti indigeni e della proprietà intellettuale.
Proteggere senza privatizzare
Proprio la proprietà intellettuale costituisce il terreno più ambivalente. Indicazioni geografiche, denominazioni di origine e marchi collettivi possono proteggere i prodotti della coca legati a determinati territori e metodi tradizionali. Ma brevetti e diritti sulle varietà vegetali possono anche favorire concentrazione economica e appropriazione privata.
Il rapporto mette in guardia dall’idea che l’ingresso della coca nei mercati legali sia di per sé sufficiente a restituire diritti e ricchezza alle comunità. Senza regole precise, la fine della proibizione potrebbe lasciare spazio alla cattura aziendale della pianta, riproducendo con nuovi strumenti gli stessi squilibri coloniali.
La sfida è costruire forme di valorizzazione economica che rimangano sotto il controllo delle comunità, richiedano il consenso all’utilizzo dei saperi tradizionali e garantiscano una distribuzione equa dei benefici.
Oltre il monopolio delle convenzioni antidroga
La tesi politica del rapporto è netta: le convenzioni sulle droghe non sono l’unico diritto internazionale applicabile alla coca. Esistono altri sistemi normativi, spesso più recenti e più coerenti con i diritti umani, che devono essere fatti valere.
Non mancano dunque le norme. Manca la volontà politica di coordinarle e applicarle. Bolivia, Colombia e Perù dispongono già di strumenti nazionali e regionali avanzati, a partire dalle decisioni della Comunità andina sulle risorse genetiche e sulla proprietà industriale. Ma questi strumenti sono stati utilizzati solo in minima parte.
Soberón propone una strategia comune dei Paesi andino-amazzonici, con il coinvolgimento diretto dei popoli indigeni e la creazione di una struttura tecnica regionale capace di sostenere richieste di tutela, contestazioni di brevetti e procedimenti internazionali.
Proteggere la coca significa sottrarla tanto alla guerra alla droga quanto a una futura colonizzazione commerciale. Significa riconoscere che non si tratta di una materia prima senza storia, disponibile per chi possiede più capitali o laboratori più avanzati, ma di un patrimonio collettivo conservato per generazioni.
Dopo oltre sessant’anni di proibizionismo, liberare la foglia di coca significa anche restituire voce, sovranità e diritti ai popoli che non hanno mai smesso di custodirla.
