La Corte penale internazionale (CPI) ha reso pubblico lunedì 11 maggio 2026 un mandato di arresto nei confronti di Ronald Marapon dela Rosa, senatore filippino, ex capo della polizia nazionale e tra i principali esecutori della campagna antidroga dell’ex presidente filippino. La notizia è stata diffusa dalla Associated Press.
Il mandato, emesso inizialmente in forma riservata nel novembre 2025 e ora desecretato, accusa dela Rosa del crimine contro l’umanità di omicidio per l’uccisione di “non meno di 32 persone” tra il luglio 2016 e la fine di aprile 2018. Secondo i giudici della Corte, l’ex capo della polizia avrebbe fornito un contributo essenziale alla commissione dei crimini contestati, venendo indicato come “coautore indiretto”. Dela Rosa è stato il primo responsabile operativo della campagna antidroga lanciata da Duterte dopo la sua elezione alla presidenza nel 2016.
La scena politica filippina ha restituito tutta la tensione del momento. Convocato al Senato nell’ambito di una nuova indagine parlamentare sulle uccisioni extragiudiziali, dela Rosa si è presentato improvvisamente nell’aula parlamentare. Gli agenti del National Bureau of Investigation hanno tentato di raggiungerlo, ma il senatore si è rifugiato in plenaria, cercando protezione tra i colleghi. La CPI ha poi confermato l’autenticità del mandato, mostrato alla stampa dall’ex senatore Antonio Trillanes.
Il nuovo mandato arriva mentre il procedimento contro Rodrigo Duterte è già entrato in una fase decisiva. L’ex presidente, arrestato nel marzo 2025 e consegnato alla Corte penale internazionale, è detenuto nei Paesi Bassi con l’accusa di crimini contro l’umanità per la campagna antidroga condotta quando era sindaco di Davao e poi presidente delle Filippine. Il 23 aprile 2026 la Camera preliminare I della Corte ha confermato tutte le accuse nei suoi confronti, aprendo la strada al processo. L’accusa nel corso del procedimento davanti alla CPI ha presentato prove relative a tre capi di imputazione per omicidio e tentato omicidio come crimini contro l’umanità, riferiti a 49 episodi specifici e 78 vittime. Nessuna data è stata ancora fissata per l’inizio del processo.
La portata simbolica del mandato contro dela Rosa non è soltanto dovuta all’estensione del caso Duterte, ma soprattutto al tentativo di risalire la catena di comando di una politica pubblica fondata sulla violenza di Stato. La war on drugs filippina non è stata un eccesso periferico, né una sequenza di incidenti isolati. È stata una strategia di governo, rivendicata pubblicamente, costruita sulla disumanizzazione delle persone che usano droghe e delle comunità povere, trasformate in bersaglio politico e poliziesco.
Duterte ha sempre negato di aver autorizzato uccisioni illegali. Anche dela Rosa e altri funzionari di polizia hanno respinto le accuse, sostenendo che le persone uccise durante i raid sarebbero morte perché avrebbero minacciato gli agenti. Ma per anni l’ex presidente ha usato un linguaggio esplicito di minaccia e annientamento contro i sospettati di droga, alimentando un clima in cui l’esecuzione sommaria veniva presentata come strumento di ordine pubblico.
Le vittime sono state in larga parte persone povere, sospettate di piccolo spaccio o consumo, spesso prive di qualunque possibilità reale di difesa. È questo il punto politico che il procedimento dell’Aja rende impossibile rimuovere: la guerra alla droga non colpisce “il narcotraffico” in astratto, ma si abbatte soprattutto sui corpi più vulnerabili, sui quartieri marginali, sulle persone già escluse dall’accesso alla salute, alla casa, al lavoro, alla giustizia.
Maria Elena Vignoli, senior international justice counsel di Human Rights Watch, ha definito il mandato contro dela Rosa un nuovo colpo al muro di impunità che ha protetto gli autori delle atrocità commesse durante la guerra alla droga filippina, chiedendo alle autorità di Manila di arrestarlo e consegnarlo alla Corte dell’Aja.
Il caso filippino continua a essere un monito globale. Quando la politica sulle droghe viene ridotta a guerra, il diritto arretra, la salute pubblica scompare e la polizia diventa il braccio armato di una pedagogia della paura. La retorica della “tolleranza zero” promette sicurezza, ma produce impunità, corruzione, violenza istituzionale e morte. La vicenda Duterte mostra fino in fondo dove può arrivare la legittimazione politica dell’odio verso le persone che usano sostanze.
Per questo il procedimento davanti alla Corte penale internazionale non riguarda solo le Filippine. Riguarda ogni governo che continua a usare la guerra alla droga come strumento di consenso, controllo sociale e repressione dei poveri. Il mandato contro Ronald dela Rosa ricorda che anche chi costruisce politiche criminali dietro il linguaggio dell’ordine pubblico può essere chiamato a risponderne. E che le vittime della proibizione, per quanto invisibilizzate, non sono fuori dalla storia: possono tornare al centro della giustizia.
