Da anni il Coordinamento transfemminista contro il carcere segue le sezioni femminili del Lorusso e Cutugno di Torino per portare solidarietà alle donne recluse e far uscire oltre le sbarre le loro parole. Oggi quelle parole arrivano come un allarme contenuto in un appello: dalle Vallette, raccontano, la vita quotidiana si sta facendo “invivibile”, segnata da chiusura di spazi, irrigidimento disciplinare e mancanza di ascolto nelle relazioni con la custodia.
Il contesto nazionale è già degradato: sovraffollamento, impoverimento delle opportunità educative e di reinserimento, violazioni dei diritti fondamentali, crescita di suicidi e autolesionismo anche tra le donne, oltre a casi di violenze e trattamenti degradanti finiti sotto processo. Nell’ultimo anno – denuncia l’appello – nuovi reati e norme punitive e alcune circolari ministeriali che limitano socialità e ingresso della società civile hanno reso la quotidianità penitenziaria ancora più insostenibile. A Torino, dicono le detenute, questa tendenza si traduce in un clima fatto di minacce e arbitrarietà.
Le testimonianze riportate sono nette: abbinamenti di cella decisi “a piacimento” senza considerare compatibilità o fragilità, criteri opachi negli accessi al lavoro interno, scelte discrezionali perfino sugli acquisti allo spaccio. “Con lei non c’è dialogo, ci urla sempre in faccia”, scrive una donna. E soprattutto: “Siamo rimaste una decina che lottiamo, le altre hanno paura”. La paura è il punto politico dell’appello: quando la parola diventa rischio, il carcere produce disunione tra detenute e rafforza un governo delle sezioni basato sul controllo.
Accanto alla denuncia, arrivano richieste urgenti di ascolto: “Vogliamo parlare con la direttrice… formeremo una delegazione”. “Vi chiediamo di riportare il più possibile fuori la nostra voce”. Perché, sottolinea il Coordinamento, il diritto di parola e di civile protesta è costituzionale e non può essere cancellato dalla detenzione. E quando manca il dialogo, i conflitti diventano inevitabili e la risposta tende a essere disciplinare: rapporti, sanzioni, fino a trasferimenti percepiti come punitivi, spesso verso chi non intende rinunciare alla propria voce e alla solidarietà con le altre. “Non abbiamo più diritto di parola. Non sappiamo più cosa fare!”, scrivono.
Qui l’appello mette un punto fermo: la sanzione disciplinare non è simbolica. Incide concretamente sui percorsi, può pesare nella sintesi trattamentale e tradursi in limitazioni o dinieghi di benefici e misure alternative, oltre allo sradicamento che un trasferimento comporta: lontano da famiglie, operatori e difensori. Per questo dovrebbe essere “extrema ratio”, non strumento ordinario di governo delle sezioni.
Le richieste finali chiamano in causa più responsabilità: alla direzione si chiede di intervenire per ristabilire una gestione equilibrata e negoziale e curare direttamente il rapporto con le donne; a Garanti, Tribunale di Sorveglianza e Camere penali di sostenere il ripristino di rispetto, ascolto e mediazione; a istituzioni e società civile di difendere chi subisce sanzioni legate alla mancanza di dialogo; ai rappresentanti politici di esercitare controllo costante, informazione e incontri, con attenzione specifica alle sezioni femminili.
Il Coordinamento – con le realtà promotrici e le adesioni, tra cui Società della Ragione e Forum Droghe – chiede di rompere l’isolamento. Perché dignità non significa solo condizioni materiali, ma anche relazioni: poter parlare senza che la parola diventi colpa.
Per aderire: coordtransfemcontrocarcere@gmail.com.
