La sentenza relativa al processo per la morte del carabiniere Giovanni D’Alfonso, nel corso dell’irruzione alla Cascina Spiotta del 5 giugno 1975, dove era tenuto dalle Brigate Rosse il sequestrato Vittorio Vallarino Gancia, si connota come un verdetto salomonico. O, sarebbe meglio dire, ipocrita. La magistratura, infatti, ha scelto di non scegliere. Sia in un senso, rifiutando di condannare a pene significative gli imputati Azzolini, Curcio e Moretti, per l’assenza di nuovi elementi rilevanti. Sia in un altro. Dal momento che ha tirato in ballo il concorso morale per sanzionare i due storici leader brigatisti, pur dichiarandolo prescritto. L’altro brigatista, Lauro Azzolini, che ha ammesso di essersi dileguato nel corso della sparatoria, ha ricevuto una pena di sei anni, in continuazione con quella che ha scontato.
In altre parole, non c’è niente di nuovo rispetto alle ricostruzioni degli anni precedenti. Tuttavia, non si può non dare una risposta positiva alla domanda di giustizia della famiglia D’Alfonso. E, soprattutto, si rifiuta di fare luce sull’altra morte che avvenne alla cascina Spiotta, quella di Mara Cagol, storica fondatrice delle Brigate Rosse, malgrado la difesa avesse insistito su questo punto, portando prove che mostrano come la brigatista fosse stata uccisa da una pallottola che aveva trapassato l’ascella, ovvero, dopo che si era arresa. In altre parole, c’era stato un conflitto a fuoco, ma non era terminato secondo le regole del protocollo, che prevedono di interrompere la sparatoria quando una persona si arrende.
Lo svolgersi di questo processo, il suo esito, suscitano più di una perplessità. A partire da due domande: perché, cinquant’anni dopo, si portano alla sbarra tre ottuagenari, tra l’altro già assolti per gli stessi fatti, ma la cui sentenza assolutoria era stata distrutta dall’alluvione di Alessandria? Qual è la giustizia che si vuole ottenere, la verità che si vuole fare appurare? Le risposte che ci vengono in mente non sono per niente incoraggianti. Al contrario, lasciano un forte sapore amaro in bocca per chi ha a cuore il futuro delle libertà civili e della democrazia di questo paese.
La stagione della lotta armata rappresenta ancora oggi il convitato di pietra della società e della politica italiana. È a partire da quel periodo, dalle legislazioni di emergenza e premiali, dalle carceri speciali, dalle torture, che si innescò la miccia del giustizialismo. Che, da Tangentopoli in poi, sarebbe deflagrata sonoramente, travolgendo gli argini delle garanzie nel sistema penale e alimentando il giustizialismo che anima ancora oggi il dibattito pubblico italiano.
Un paese socialmente sfibrato, economicamente esausto, in crisi di identità, si attacca disperatamente alla stagione dei cosiddetti anni di piombo per trovare un collante che lo tenga unito. Rianalizzare criticamente gli anni Settanta, mettere in discussione l’impianto emergenzialista, equivarrebbe a fare vacillare ulteriormente le fondamente, già inferme, della politica e della società. In secondo luogo, la retroattività è in realtà proiettata verso il futuro. Riaprire processi dopo mezzo secolo, ostinarsi a volere estradare i reduci di quei fatti che da anni, all’estero, vivono un’altra vita, equivale a lanciare un monito per tutti quelli che vorrebbero fare affiorare e valere istanze più radicali di protesta. Siamo di fronte, in altre parole, a un ulteriore puntello della repressione preventiva, che, attraverso i decreti sicurezza, oltre ad introdurre lo scudo penale per le forze di polizia, prevede i fermi preventivi, la punizione di chi attua blocchi stradali e attua resistenza passiva. Senza trascurare la militarizzazione del territorio e i lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo.
Il processo per i fatti della Cascina Spiotta parla a noi, di noi, col suo intento di volere stabilire un continuum tra la violenza politica degli anni Settanta e le proteste dei propal, dei precari e degli altri movimenti sociali. Ignorando a bella posta la differenza dei contesti e le responsabilità degli apparati statali. Una vendetta infinita, che si vuole protrarre nel tempo. Per questo bisogna chiedersi che tipo di giustizia si voglia ottenere da processi come questo. È legittima la richiesta della famiglia D’Alfonso di sapere come è morto il loro congiunto e chi ne sono i responsabili. Il metro, però, ci sembra un po’ sfalsato. Alla luce del fatto che in quell’occasione morì un’altra persona. Ma la richiesta di giustizia per lei cade nel vuoto, liquidando Mara Cagol come una terrorista fanatica, morta per un “incidente sul lavoro”, quindi indegna di giustizia.
Siamo di fronte a un copione lugubre, svilente, iniquo. Che va in scena da anni. I protagonisti dei fatti degli anni Settanta, militanti di sinistra in particolare, hanno ammesso e, in molti casi, rivendicato, le loro responsabilità. E ne hanno pagato, e ne pagano, il prezzo, sia a livello penale che sul piano sociopolitico. Non si può dire la stessa cosa dei responsabili delle stragi, mai accertati, o, come nel caso di piazza Fontana, che godono del beneficio del ne bis in idem. Delfo Zorzi, neofascista veneto più volte accusato di coinvolgimento nelle stragi, gode i benefici della cittadinanza giapponese. Non è mai stato condannato, d’accordo. Ma nessuno si è mai sforzato per estradarlo e farlo comparire da imputato ai processi.
Intendiamoci: non si tratta di chiedere vendetta. Si sarebbe potuta, si potrebbe istituire, sul modello sudafricano, una commissione per la verità, la giustizia e la riconciliazione. Dove i responsabili, in cambio dell’impunità, potrebbero raccontare la lora esperienza, il loro ruolo, il loro livello di coinvolgimento. Una possibilità che non è mai stata esplorata. Perché gli anni Settanta, per la società italiana, rappresentano un rimosso da non elaborare. A misura di una pluralità di interessi: di politici che legittimano legge e ordine. Di magistrati che possono fare appello al pericolo terrorista quando istruiscono inchieste contro i militanti. Di intellettuali che ricavano rendite di posizione sui misteri italiani. Di media che fanno audience. E della società tutta, che, raccontandosi di essere in balia di poteri occulti e fanatismi, sceglie di non sciogliere i nodi che la aggrovigliano. Di male in peggio.
