Tempo di lettura: 3 minuti

Il nuovo ordine esecutivo firmato da Donald Trump il 18 aprile 2026 ha un obiettivo dichiarato: accelerare ricerca, sperimentazione e possibile accesso terapeutico ad alcune sostanze psichedeliche per il trattamento dei disturbi mentali gravi, con un’attenzione esplicita a depressione, dipendenze e suicidio dei reduci di guerra. Il testo ordina alla FDA di dare priorità ai farmaci psichedelici e chiede a FDA e DEA di costruire una via d’accesso tramite il Right to Try Act stanziando al contempo 50 milioni di dollari, attraverso ARPA-H, per sostenere programmi di ricerca su queste sostanze. Prevede inoltre che il procuratore generale avvii rapidamente la revisione per l’eventuale riclassificazione dei singoli prodotti a base di sostanze oggi in Schedule I che abbiano completato con successo la fase 3 dei trial clinici.

Detta così, sembrerebbe l’ennesima conversione pragmatica della destra trumpiana: meno ideologia proibizionista, più apertura verso ciò che funziona. Ma basta mettere questo ordine accanto alla vicenda della cannabis per vederne tutta la contraddizione. Per la marijuana, infatti, il percorso di riclassificazione nasce ben prima di Trump: parte il 6 ottobre 2022, quando Joe Biden annuncia la revisione della classificazione federale e chiede formalmente al ministro della Giustizia e al segretario alla Salute di avviare il processo amministrativo. Nel 2023 l’HHS raccomanda di spostare la cannabis da Schedule I a Schedule III; nel maggio 2024 il Dipartimento di Giustizia pubblica la proposta di “ritabellazione”; ma fino ad oggi, nonostante l’ordine esecutivo dello scorso dicembre, la cannabis rimane in Schedule I, cioè nella stessa categoria di sostanze ritenute prive di uso medico accettato e ad alto potenziale di abuso.

Il punto è tutto qui: la Casa Bianca trumpiana annuncia di usare il potere esecutivo per “rimuovere ostacoli” agli psichedelici come alla cannabis — per la quale peraltro una revisione tecnico-scientifica e amministrativa esiste già — ma non è ancora riuscita a trasformare le promesse in un esito concreto. Lo stesso ordine esecutivo del 18 dicembre 2025 sulla “medical marijuana and cannabidiol research” rivendicava la valutazione positiva dell’HHS, ricordava i quasi 43.000 commenti pubblici ricevuti sulla proposta e sosteneva che la posizione federale di Schedule I ostacola ricerca, medici e pazienti. Eppure, quattro mesi dopo, la riclassificazione è ancora ferma. Andando oltre alla propaganda presidenziale. La DEA aveva già comunicato il 15 gennaio 2025 il rinvio dell’udienza amministrativa sulla riclassificazione della marijuana, prevista inizialmente per il 21 gennaio. E ancora il 7 aprile 2026 l’agenzia ha affermato che un appello interno alla stessa agenzia “remains pending” e che non è stato fissato alcun calendario. In altre parole: il procedimento che dovrebbe portare la cannabis a Schedule III è ancora impantanato nei passaggi burocratici e amministrativi interni alla DEA, ovvero alle resistenze della macchina repressiva a lasciar andare uno dei suoi principali oggetti d’attenzione.

Si può certo sostenere che l’ordine sugli psichedelici risponda a una domanda reale di cura, soprattutto nel campo del trauma e delle sofferenze psichiche resistenti ai trattamenti tradizionali. Ed è vero che la FDA ha già riconosciuto ad alcune molecole psichedeliche lo status di Breakthrough Therapy. Ma resta difficile non vedere il paradosso. La Casa Bianca che promette di “accelerare” l’accesso agli psichedelici è la stessa che non riesce — o non vuole — chiudere il percorso già aperto sulla cannabis. Si corre dove l’innovazione può essere incorniciata come eccellenza medica e magari anche come patriottismo terapeutico per i reduci di guerra; si rallenta dove la riforma imporrebbe di ammettere che mezzo secolo di classificazioni, allarmismi e repressione è stato un fallimento. Non è quindi la fine della guerra alla droga, ma la sua riorganizzazione. Più selettiva, più opportunista e più compatibile con il mercato biomedico.