Stiamo vivendo tempi d’indubbie difficoltà, per tutti. Per quanti come me vivono ciò che accade intorno alla salute mentale, i problemi appaiono evidentissimi nelle realtà locali, sostenuti da una grigia e preoccupante confusione a livello culturale, etico e politico. Il clima creato a sostegno delle politiche per la sicurezza giustifica il ritorno prepotente delle psichiatrie del pessimismo, del rischio e della pericolosità. La diffusione di pratiche sempre più disattente alla dignità delle persone e alla inviolabilità dei corpi è la conseguenza altrettanto palese. Tuttavia, a uno sguardo più attento, si colgono ovunque segni e storie di cambiamento. Un incalcolabile numero di  persone sono presenti sulla scena e lavorano per guadagnare margini più ampi di libertà, per tenere aperti spiragli di possibilità. Per questi e per questo la convocazione di Trieste, dal 9 al 13 febbraio.
Le persone che vivono direttamente l’esperienza e i loro familiari, gli operatori della salute mentale, i cooperatori sociali, i cittadini attivamente coinvolti, i gruppi sempre più attenti di giovani volontari e studenti si collocano in un campo contraddittoriamente  attraversato da una parte da progetti, risorse, politiche che intravedono costantemente l’orizzonte dell’ emancipazione, della guarigione, della possibilità di vivere la propria vita malgrado la malattia, gli impedimenti istituzionali, le ragioni della sicurezza; dall’altra, dalla spinta inarrestabile alla criminalizzazione e alla medicalizzazione dei bisogni, dei comportamenti, del disagio. In Italia, la ricorrente ripresa della questione della legge che si deve cambiare sostiene questa parte del campo e nasconde la riottosità di tanta psichiatria e di tante fallimentari politiche regionali che si fanno anacronisticamente scudo della legge. Le parole esclusione/inclusione,  tutela/contratto, oggetto/soggetto sembrano disegnare il campo dell’agire. Un campo di forte tensione. Nel manicomio di Gorizia prima e di Trieste dopo, Basaglia, aprendo la porta, scompaginava praticamente  le forze in campo riportando nella dimensione della cittadinanza, del diritto, del contratto sociale le persone che avevano perduto con la malattia ogni cosa; e che oggi sempre più numerose, (la “maggioranza deviante”), rischiano di vedere sottratta la loro soggettività, la loro possibilità di essere nei luoghi, nelle relazioni, nel tempo della loro vita. Il film televisivo “C’era una volta la città dei matti”, in onda su Raiuno il 7 e 8 febbraio, è pervaso dalla drammaticità di  questo passaggio e di questi rischi.
L’incontro di Trieste intende creare uno spazio amplissimo di discussione intorno a queste questioni. Che cos’è la psichiatria? è stato l’interrogativo che, alla fine degli anni ’60, ha aperto la ferita più irreparabile nel corpo dei saperi e delle istituzioni psichiatriche. Che cos’è salute mentale? è l’interrogativo che oggi si propone di illuminare il campo ormai vastissimo della deistituzionalizzazione, delle fabbriche del cambiamento, dei nuovi orizzonti possibili. Queste le aree tematiche individuate per i quattro giorni in cui il Parco di San Giovanni sarà invaso da più di un migliaio di persone provenienti da più di 40 paesi e da quasi tutte le Regioni italiane: i saperi e i paradigmi, la pratica critica anti istituzionale, la “maggioranza deviante”: economia sociale e inclusione, memoria, archivi e comunicazione sociale.
Il lavoro faticoso che le persone fanno, la durezza della vita che le persone sperimentano nella dimensione della dipendenza, del disturbo mentale, dell’immigrazione, della periferia, del carcere, dell’istituto, della disoccupazione pretendono riconoscimento. Il rischio dell’isolamento, dell’autoreferenzialità, della frammentazione e della demotivazione incombono. Da qui l’appiattimento culturale e l’omologazione ai paradigmi scientifici e operativi dominanti.
Le persone e gli operatori hanno bisogno di confronto, di provocazioni, di rischio. È necessario cercare parole che rappresentino queste condizioni. Le parole in uso sembrano consunte. Chi attraversa questi campi rischia l’afasia, il silenzio e sempre più avverte la necessità di un vocabolario da condividere e di un lessico familiare che garantisca significato al confronto e all’asprezza dei conflitti. Che verranno.