Il fallimento delle legislazioni proibizioniste è stato analizzato da un profluvio di studi accademici e riconosciuto da autorevoli esponenti politici, anche se sovente solo dopo aver cessato le proprie funzioni colti da quella che è stata definita ironicamente la “illuminazione da pensionamento”. Le soluzioni proposte a questo stato di cose possono essere raggruppate in tre principali filoni: quello di liberalizzazione, nella versione neo-liberista della Scuola economica di Chicago (Friedman, Becker, Nadelmann) oppure in quella individualista del Foucault delle “tecnologie del sé”; quello della legalizzazione, in cui l’uso di alcune sostanze psicotrope è permesso ma a condizioni legalmente circoscritte; quello infine delle decriminalizzazione, secondo il quale l’uso rimane illecito ma non viene perseguito penalmente. È evidente che questi ultimi due approcci si pongono come compromessi pragmatici tra le due posizioni estreme del proibizionismo e della liberalizzazione, compromessi che faticano a trovare consenso, non basandosi su un costrutto teorico adeguato e venendo quindi percepiti come espedienti provvisori per affrontare una supposta emergenza che tale certamente non è.
In questa situazione di stallo teorico ancor prima che politico, è del massimo interesse la proposta formulata da due giuristi americani, David Pozen e Matthew Lawrence, in due articoli appena pubblicati, uno dalla Harvard Law Review (Lawrence, M. B., & Pozen, D. E. (2026). Drug Scheduling as Institutional Design. Harv. L. Rev., 139, 849) e l’altro più di sintesi da Science (Pozen, D., & Lawrence, M. (2026). The right schedule for marijuana (among other drugs) does not yet exist. Science, 391(6791), 1210-1212). La proposta di revisione si focalizza sulla legislazione federale americana incentrata sul Controlled Substances Act promulgato da Richard Nixon nel 1970, il cui cinquantennale fallimento viene crudamente testimoniato dal milione di morti per overdose e dalle decine di milioni di arresti per violazione della legge. Pur se ovviamente risente della particolare condizione istituzionale americana dove la legislazione federale si giustappone a quella dei singoli stati, la proposta di modifica, come si vedrà, ha un interesse generalizzabile ad altre realtà statutarie. La sua caratteristica principale è che evita di entrare nel merito delle differenti proposte di revisione sinora formulate per focalizzarsi sul meccanismo fondamentale di funzionamento della legislazione: il sistema tabellare, con particolare riguardo a quella tabella prima che comprende le sostanze di cui non è ammesso alcun uso, tabella dalla quale in fin dei conti scaturisce l’intero processo di criminalizzazione del consumo di sostanze psicotrope.
Gli autori notano come la collocazione di ogni singola sostanza in una delle cinque tabelle avvenga sulla base di tre criteri: il potenziale d’abuso, la capacità di indurre dipendenza, un suo eventuale uso terapeutico accertato, mentre non sono considerati i possibili “benefici di ordine religioso, creativo, sociale, ricreativo e di altra natura non sanitaria che la sostanza potrebbe avere per certi consumatori […]”. Ciò ovviamente “limita l’analisi ad un ristretto numero di criteri che, pur se innegabilmente importanti, colgono solo una frazione dei valori in gioco, minando pertanto la credibilità del processo di collocazione tabellare nella misura in cui lo deviano verso la Prima tabella [quella del divieto assoluto] e verso il proibizionismo punitivo.” Si può facilmente obiettare che in realtà nemmeno i tre criteri farmaco-tossicologici sono applicati coerentemente: basti pensare al non senso di collocare la psilocibina nella stessa tabella dell’eroina. Comunque sia, tale limitatezza di criteri pone il problema definito del pluralismo per cui non si può trascurare l’opinione di milioni di consumatori, incitando quindi una reazione di sfida che mina l’autorità della legge e conduce alla criminalizzazione.
Tutto ciò tuttavia non porta gli autori a proporre la via della liberalizzazione, che definiscono del laissez faire, in quanto a fronte del prohibition problem si pone il pharma problem esemplificato ad eterna memoria dall’epidemia di dipendenza ed overdose da oxicontin, alimentata dalla avidità della industria farmaceutica Purdue in applicazione del principio di “investire nella creazione della domanda”. Principio peraltro perseguito anche nell’attuale corsa alla brevettazione di impieghi terapeutici degli psichedelici, da cui il neologismo “corporadelic”, per non parlare ovviamente del predatorio interesse di Big Tobacco per la commercializzazione della cannabis. L’alternativa ad un eccesso di criminalizzazione sarebbe dunque un eccesso di commercializzazione: gli autori la definiscono una scelta di Hobson, noi diremmo o “mangi questa minestra o salti dalla finestra”. Una terza opzione è tuttavia possibile ed è fornita da un approccio pragmatico, seguendo l’esempio dei proponenti della riduzione del danno che proprio appellandosi al pragmatismo hanno visto accettati sia lo scambio di siringhe sia le “stanze del buco”.
Lasciati da parte i massimi sistemi, la domanda urgente da porsi è pertanto “che cos’è che potrebbe funzionare?”, evitando lo Scilla del proibizionismo e il Cariddi del libero mercato predatorio alimentato da quello che è stato chiamato il Limbic Capitalism. In sintesi la risposta che gli autori forniscono consiste nel proporre due nuove tabelle da aggiungere a quelle già in funzione. La prima, la tabella A, includerebbe le sostanze più pericolose il cui accesso, non più criminalizzato, diverrebbe usufruibile anche nel caso di un impiego non terapeutico attraverso programmi di riduzione del danno che prevedano la disponibilità di locali nei quali iniettarsi in sicurezza. In pratica consisterebbe in una istituzionalizzazione delle attuali esperienze delle “stanze del buco”, sino ad ora solo permesse in un crescente numero di paesi (ma non in America e in Italia), che prevederebbe una serie di misure atte ad impedire l’infiltrarsi di una domanda sollecitata dalla commercializzazione: innanzi tutto la registrazione in un programma di riduzione del danno con relativo controllo del dosaggio, dell’accesso, della supervisione, della conservazione in sicurezza delle sostanze d’impiego. Eroina e fentanyl sono gli ovvi esempi delle sostanze da includere in questa tabella.
La Tabella B dovrebbe comprendere invece tutte le altre sostanze psicotrope secondo criteri che porterebbero alla inclusione in essa anche dell’alcol e del tabacco, se non fossero già di accesso libero. Tali criteri sono quelli che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ritiene più efficaci nel mantenere il controllo dei consumi: restrizioni nella commerciabilità, inclusi pubblicità e promozioni, e politica dei prezzi con tassazioni adeguate; a queste restrizioni se ne devono aggiungere altre miranti alla protezione dei minori. A questo punto, il carico sanzionatorio verrebbe spostato sull’offerta secondo i principi del Capitalism control, esercitando sulla filiera un forte incentivo a non promuovere una sovra-commercializzazione. Cannabis e psilocibina sono esempi di quali sostanze dovrebbero entrare in questa tabella.
Gli autori si dilungano ad illustrare i vantaggi di tale proposta e a confutare le possibili obiezioni. Tra i meriti più convincenti vi è quello di creare una condizione dinamica di possibile passaggio di sostanze tra le due tabelle alimentato dal policy learning, superando quel processo di ruota dentata per cui è ora quasi impossibile che una sostanza lasci una collocazione altamente restrittiva per una più flessibile (cannabis e psichedelici ne sono l’esempio più lampante). Tale mobilità, tra l’altro, incentiverebbe l’industria farmaceutica a sviluppare preparati dotati di minore capacità di indurre dipendenza, evitando che si ripeta la tragedia dell’oxycontin; ma stimolerebbe anche la ricerca per definire meglio il bilancio costi/benefici su cui basare la collocazione tabellare. In definitiva, gli autori ritengono che, nella misura in cui sposta l’attenzione dai singoli farmaci ai processi attraverso i quali le decisioni di drug policy sono assunte, la loro proposta ha il potenziale di facilitare il compromesso politico, sopire le ansie istituzionali e ridestare un movimento di legalizzazione che si è arenato.
Queste conclusioni sono, a mio avviso, altamente condivisibili e non solo perché sottolineano il merito principale della proposta, quello di mostrare una via d’uscita alla sterile contrapposizione tra proibizionismo e liberalismo. Ma soprattutto perché la proposta si inscrive in un percorso storicamente consolidato, quello della riduzione del danno la cui lunga marcia è avanzata, troppo lentamente senza dubbio, ma inesorabilmente mossa dall’ineludibile necessità di rispondere pragmaticamente alle esigenze dei molti. Pragmaticamente certo, ma partendo dalla considerazione cruciale che l’uso di sostanze psicotrope è motivato da un così vasto ventaglio di motivazioni definite strumentali che, includendo tra l’altro il potenziamento cognitivo, l’introspezione spirituale, la facilitazione del godimento di contesti di svago, implicano una intrinseca limitazione d’uso tale da produrre difficilmente quelle condizioni che soddisfano i criteri di inclusione nelle tradizionali tabelle: rischio d’abuso e dipendenza. Motivazioni che spingono all’uso di sostanze psicotrope un numero tale di soggetti che sottoporli ai rigori del proibizionismo è una insensatezza sempre meno sostenibile.
Paolo Nencini
Fondazione Sapienza Università di Roma
