Nei primi sette mesi del 2025, almeno 46 persone si sono tolte la vita nelle carceri italiane. Se si aggiungono le 100 morti per altre cause, e di questo sono 30 per cause da accerare, il totale sale a 146 decessi: una media di quattro-cinque morti a settimana, in gran parte potenzialmente evitabili. Numeri che, se confermati fino a fine anno, consegneranno al 2025 l’ennesimo bilancio di sangue dietro le sbarre.
Il dato proviene dal report del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, pubblicato l’8 agosto, in cui il suicidio viene definito «evento sentinella» secondo la classificazione del Ministero della Salute, cioè un campanello d’allarme per il sistema. Ma il documento – e soprattutto il comunicato che lo ha seguito – è diventato oggetto di un acceso scontro politico e istituzionale.
Poche ore dopo la diffusione del report, il Ministro della Giustizia Carlo Nordio ha respinto ogni allarme: «Il dato è al di sotto della media ereditata dal Governo nel 2022, quando i suicidi furono 84», affermando che «non c’è nessun allarme suicidi». Un’interpretazione che ha trasformato la riduzione rispetto al 2024 (anno record con 91 suicidi) in un segnale positivo, ignorando il contesto complessivo.
Il Garante, di fronte alla reazione di via Arenula, ha diffuso un secondo comunicato per precisare di non aver creato «interpretazioni allarmistiche» e di essere «in linea con quanto rilevato dal Ministero», ipotizzando che il calo possa «rappresentare un possibile miglioramento delle condizioni detentive». Una presa di.posizione surreale, che ha spiazzato e irritato molti osservatori.
Stefano Anastasia, garante dei detenuti del Lazio, ha ricordato che «la contabilità mortuaria è la fine di ogni politica penitenziaria» e che i numeri vanno dati in modo completo: «Ai 46 suicidi accertati nei primi sette mesi si aggiungono le 69 morti per “cause naturali” e le 30 morti per “cause da accertare”, tra cui possono nascondersi altri casi di suicidio. In totale sono 140 morti: una contabilità inaccettabile per un sistema che si vorrebbe rispettoso della dignità umana».
Per Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, l’idea che questi dati possano indicare un miglioramento è «sbagliata»: «sono 53 suicidi ad oggi, e altre 101 persone morte sono numeri drammatici. Il paragone con il 2024 non basta: quello è stato l’anno peggiore di sempre. Questa tragedia è frutto di sovraffollamento ingestibile, condizioni di detenzione drammatiche, assenza di visione e spazi di vita negati. Servirebbero interventi immediati, che il governo continua a ignorare».
Anche Michele Passione, avvocato e membro de la Società della Ragione, in un suo intervento pubblicato su Ristretti Orizzonti critica la scelta del Garante di allinearsi alla lettura ministeriale: «Dare i numeri esige di fare i conti con la realtà, non con i desiderata governativi. Autonomia e indipendenza esigono altro. Altrimenti basta il Dap, si fa prima e si risparmia». Passione contesta anche la spiegazione secondo cui le sezioni a custodia chiusa avrebbero più suicidi perché ospiterebbero detenuti con profili di rischio più elevati: «Non è così, e le cause sono da cercare altrove».
Ma a segnalare la crisi interna dell’Autorità è stato Mario Serio, professore universitario e uno dei tre membri del Collegio del Garante, intervistato da Eleonora Martini su il manifesto. Serio ha rivelato di aver saputo solo a posteriori del comunicato “riparatore”: «Ho scritto al presidente per chiedere chiarimenti sulla rettifica – inviata, a mia insaputa, a nome dell’intero Collegio – che, oltre ad allinearsi prontamente alla posizione del Ministero, smentisce il nostro stesso rapporto. Attendo una risposta». Secondo Serio, il documento originario del Garante diceva chiaramente che «la situazione è grave ed è destinata a peggiorare», mentre per il Ministero il trend è in calo: «Tra le due interpretazioni, il Garante aderisce a quella del Ministero, rimangiandosi quella che aveva dato autonomamente».
L’accademico sottolinea che la differenza sui numeri (46 o 48 suicidi) è irrilevante: «Il numero possibile è zero, tutto il resto è una sconfitta». E avverte che, contestando «il fatto stesso che si possa dare un’interpretazione critica», si mette in crisi «il modello di autonomia del Garante, che è tenuto a esprimere pareri e raccomandazioni» nell’ambito dei pesi e contrappesi democratici. Serio ricorda come ai tempi del precedente Garante, Mauro Palma, i report fossero «molto più critici» anche verso governi di centrosinistra, e denuncia un «riallineamento immediato» mai visto prima, che rischia di trasformare il controllore in un organo subalterno al controllato.
Il sindacato di polizia penitenziaria Spp, a sua volta, ha accusato Nordio di «tentare goffamente di negare l’innegabile», ricordando che con questo governo «suicidi e morti totali in carcere sono stati per tre anni consecutivi al massimo storico degli ultimi trent’anni».
Dietro le dispute di cifre, resta la realtà: ogni settimana, in media, quattro o cinque persone muoiono in carcere, spesso in condizioni di sovraffollamento e marginalità estrema. Per Anastasia, Gonnella, Passione e Serio non c’è nulla da celebrare: «Ogni lettura diversa è inaccettabile». La vera emergenza non è l’interpretazione dei dati, ma la loro persistenza. E finché la politica continuerà a minimizzare, la contabilità mortuaria resterà la cifra più tragica del nostro sistema penitenziario.
