Sollicciano viene spesso raccontato soltanto attraverso il suo degrado: celle invivibili, infiltrazioni, caldo soffocante, infestazioni, servizi igienici inadeguati e spazi abbandonati. Ma per comprendere come uno dei penitenziari più discussi d’Italia sia arrivato a queste condizioni bisogna ripercorrerne la storia.
È ciò che fa Corrado Marcetti nel volume Sollicciano. Storia di un carcere, promosso dal Garante dei diritti delle persone detenute della Regione Toscana, dalla Società della Ragione e dall’Archivio Sandro Margara. Il libro, ora disponibile online sul sito de la Società della Ragione, ricostruisce il rapporto tra la città di Firenze e le sue carceri, dalla dismissione delle Murate, di Santa Verdiana e di Santa Teresa fino alla realizzazione del nuovo complesso alla periferia della città.
La nascita di Sollicciano è già segnata da una contraddizione. Da una parte, la scelta urbanistica di trasferire il carcere fuori dal centro interrompe il legame storico tra la detenzione e la comunità cittadina. Dall’altra, il progetto vincitore del concorso del 1973 cerca di immaginare un istituto diverso dai tradizionali contenitori repressivi.
I progettisti parlano di un «brano di città»: percorsi, piazze, aree verdi, luoghi per il lavoro, la scuola, la cultura, lo sport e la socialità. Il carcere non avrebbe dovuto essere organizzato attorno alla permanenza nelle celle, ma alla partecipazione quotidiana alle attività. Persino il teatro e gli spazi di culto erano pensati per consentire una possibile apertura alla cittadinanza.
Sollicciano nasce negli stessi anni della riforma dell’ordinamento penitenziario del 1975. Ma la riforma viene approvata in un clima politico già segnato dall’emergenza e dalla restaurazione custodiale. Il progetto viene modificato, gli elementi innovativi ridotti e la gestione dell’istituto ricondotta progressivamente alla logica della sicurezza, della separazione e del controllo.
La mancata manutenzione completa l’opera. Quello che avrebbe dovuto essere un esperimento aperto al futuro diventa un carcere fatiscente, difficile da gestire e incompatibile con la dignità delle persone. La crisi dell’edificio, tuttavia, non può essere separata dalla crisi più generale della politica penitenziaria: sovraffollamento, povertà, fragilità psichiche, dipendenze e marginalità sociale vengono concentrate dentro strutture che non dispongono delle risorse necessarie per affrontarle.
Il volume racconta anche le esperienze che hanno provato a resistere a questa deriva. La scuola, il teatro, i laboratori artistici, le attività promosse dalle associazioni e i progetti partecipati hanno mantenuto aperti alcuni canali con la città. Il simbolo più importante è il Giardino degli Incontri, inaugurato nel 2007: quasi cinquemila metri quadrati di verde e un padiglione luminoso destinato agli incontri con le famiglie e alle iniziative pubbliche.
Il paradosso è evidente: uno degli istituti considerati peggiori d’Italia contiene al proprio interno un’opera capace di rappresentare una concezione opposta della pena, fondata sugli affetti, sulla bellezza e sulle relazioni.
Nell’intervento che apre il volume, Franco Corleone propone di ripartire proprio da questa contraddizione. Gli interventi edilizi sono urgenti, ma non possono trasformarsi nell’ennesimo spreco di denaro né essere condotti senza una visione complessiva. È necessario recuperare gli spazi inutilizzati, rafforzare scuola e università, garantire colloqui senza controllo visivo, valorizzare il Giardino degli Incontri e costruire nuove relazioni tra carcere e città.
Ma serve soprattutto ridurre il ricorso alla detenzione. Housing sociale, lavori socialmente utili, misure alternative per le pene brevi, percorsi territoriali per le dipendenze e risposte non carcerarie al disagio psichico sono parte integrante di qualsiasi progetto credibile per Sollicciano. A queste proposte si accompagna una prospettiva più generale di riforma: numero chiuso, case di reinserimento sociale, superamento delle misure di sicurezza e del doppio binario, modifica della legislazione sulle droghe e legalizzazione della cannabis.
La ricerca di Marcetti mette dunque in discussione anche la soluzione apparentemente più semplice: radere tutto al suolo e costruire un nuovo carcere. La storia di Sollicciano dimostra che un edificio nuovo non garantisce da solo una pena più umana. Senza una diversa politica penitenziaria, il rischio è sostituire una struttura degradata con un altro grande scatolone detentivo, destinato a riprodurre le stesse contraddizioni.
Il volume è stato al centro del seminario tenuto il 2 luglio nella sede della Società della Ragione a Firenze. Il libro e il video dell’incontro sono ora disponibili online: strumenti di conoscenza e discussione per impedire che il futuro di Sollicciano venga deciso ancora una volta senza interrogare la sua storia e senza ascoltare chi il carcere lo vive.
