SLAPP. Una sigla che sta per Strategic Lawsuits Against Public Participation significa, in sostanza, usare il processo come strumento di intimidazione: non per “vincere” nel merito, ma per logorare chi parla, indaga, denuncia. È un fenomeno che colpisce giornalisti, freelance, blogger, attivisti, associazioni, cittadini; e che produce un effetto molto concreto: l’autocensura. Se pubblicare un’inchiesta può voler dire affrontare anni di udienze e parcelle, la notizia più “sicura” diventa il silenzio.
Il policy brief pubblicato lo scorso novembre da CILD fotografa un quadro duro: l’Italia è indicata tra i paesi europei con più casi registrati e una quota rilevante dei casi censiti in Europa coinvolge soggetti italiani, spesso attraverso querele per diffamazione e azioni civili con richieste di risarcimento molto elevate (frequentemente sopra i 100.000 euro). Dentro questa dinamica emergono attori ricorrenti: società pubbliche o a partecipazione statale, amministratori locali e rappresentanti politici, grandi imprese private (con un peso particolare di settori come energia e costruzioni). E non è un dettaglio: quando chi dispone di più risorse economiche e legali può trasformare la tutela della reputazione in una macchina d’urto, la disparità diventa strutturale.
Il problema delle SLAPP non è solo individuale. È sistemico. Il policy brief parla di chilling effect: anche quando la causa si chiude con un’archiviazione o un esito favorevole, il costo psicologico ed economico resta, e manda un messaggio a chi osserva: “non ne vale la pena”. La partecipazione pubblica si restringe proprio dove dovrebbe allargarsi: inchieste su corruzione, mala gestione, mafie, ambiente, sanità, grandi opere, conflitti d’interesse.
A rendere più fragile il contesto italiano concorrono tre fattori che si alimentano a vicenda: la persistenza del reato penale di diffamazione, i costi e i tempi della giustizia civile senza filtri preventivi efficaci, e una cultura giuridica e pubblica che tende a mettere reputazione e libertà d’espressione sullo stesso piano, senza riconoscere che la seconda è spesso la condizione per controllare il potere. Nel quadro richiamato dal brief, le leve usate nelle cause intimidatorie sono note: diffamazione (art. 595 c.p.), azioni risarcitorie (art. 2043 c.c. e seguenti), richieste inibitorie e sequestri/rimozioni di contenuti.
Non mancano casi emblematici. Dalla causa di ENI contro Greenpeace Italia e ReCommon, indicata come SLAPP da CASE Europe, fino alle querele contro singoli giornalisti e testate investigative: il brief cita la vicenda della freelance Sara Manisera (poi archiviata “perché il fatto non sussiste”), la situazione di IrpiMedia con numerosi procedimenti e richieste economiche ingenti, e il ricorso di figure politiche nazionali contro giornali e giornalisti. Tra gli esempi riportati: azioni del ministro Adolfo Urso verso Il Foglio e Il Riformista; la causa di Fratelli d’Italia contro i giornalisti di Report; la richiesta milionaria della ministra Santanchè contro L’Espresso. Il punto non è discutere qui ogni singolo merito: è vedere il pattern, la funzione intimidatoria, l’effetto domino.
L’Europa, intanto, si è mossa. La Direttiva Anti-SLAPP (UE 2024/1069), richiamata nel brief, introduce per la prima volta una cornice organica contro le azioni abusive legate alla partecipazione pubblica: definizione di SLAPP, rigetto prioritario delle azioni manifestamente infondate (early dismissal), protezioni nelle controversie transfrontaliere, sanzioni dissuasive (spese e risarcimenti aggiuntivi), e l’idea di strutture nazionali di supporto alle vittime. La scadenza che conta è netta: recepimento entro il 7 maggio 2026.
Accanto all’UE, anche il Consiglio d’Europa indica una rotta con la Raccomandazione CM/Rec(2024)2: depenalizzare la diffamazione, introdurre archiviazioni accelerate per le azioni temerarie, garantire assistenza legale e finanziaria alle vittime, formare magistrati e avvocati, aumentare trasparenza su costi e finanziatori, creare osservatori indipendenti di monitoraggio. Non è “tecnica”: è una politica della democrazia.
E l’Italia? Qui sta la frizione. Il documento di CILD evidenzia che il dibattito politico nazionale tende a restringere tutto alla riforma della diffamazione, senza riconoscere il fenomeno SLAPP nella sua interezza. Nel 2023 sono stati presentati più disegni di legge, ma nessuno ha costruito davvero un impianto anti-SLAPP con filtri preventivi ed effettive tutele; e la proposta che ha avuto più seguito, pur muovendosi sul terreno della depenalizzazione, non introdurrebbe strumenti di early dismissal né protezioni adeguate per le vittime. Ordine dei Giornalisti e FNSI, ricorda il brief, hanno segnalato criticità proprio su questo squilibrio: più sanzioni economiche, pochi filtri, e quindi più rischio di cause-bavaglio.
Le proposte operative che CILD mette sul tavolo sono concrete e misurabili: recepire integralmente la direttiva; introdurre uno screening preliminare delle azioni potenzialmente abusive anche sul versante penale; rafforzare il cost-shifting (chi promuove SLAPP paga davvero); prevedere sanzioni per abuso del processo; imporre obblighi di trasparenza sui finanziatori delle cause; creare un “one-stop shop” nazionale e un fondo (anche pubblico-privato) per sostenere le vittime; investire in formazione della magistratura e in un osservatorio indipendente. Tradotto: spostare l’incentivo dall’abuso alla responsabilità, e ricostruire uno spazio pubblico in cui parlare non sia un lusso riservato a chi può permettersi un avvocato.
La partita, però, è anche culturale: riconoscere una SLAPP non significa “tollerare la diffamazione”, ma distinguere tra tutela legittima e intimidazione strategica. E soprattutto capire che la libertà di informazione non è un diritto corporativo: è un servizio pubblico diffuso, un presidio per chi non ha potere. Se l’Italia arriverà al 7 maggio 2026 con un recepimento minimale o sbilanciato, avremo perso un’occasione storica: quella di trasformare la scadenza europea in un salto di qualità democratico, mettendo finalmente SLAPP al centro di una riforma che protegga davvero la partecipazione pubblica.
